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1.
Stems Cell: la
risoluzione del Governo italiano
in materia di
ricerca scientifica
Un
notevole interesse scientifico e clinico, non disgiunto da un ampio
dibattito pubblico sulle sue implicazioni etiche, sociali e giuridiche,
continua a circondare lo studio sulle cellule staminali. Queste cellule,
capaci di autorinnovarsi in coltura e non specializzate per svolgere
un’unica e definitiva funzione all’interno dell’organismo, ma ancora
relativamente indeterminate e potenziali rispetto ad essa, rappresentano
la naturale sorgente citologica dalla quale si formano tutti i tessuti
del corpo durante lo sviluppo e attraverso la quale gli stessi tessuti
possono rinnovarsi, ove richiesto, in alcune condizioni fisiologiche o
patologiche, sostituendo le cellule non più funzionali. Gli aspetti
tecnici e le prospettive terapeutiche, così come le questioni
antropologiche e morali sollevate da questa importante area della
ricerca biomedica contemporanea, sono oggi oggetto di ampi studi, ma
soprattutto di un dibattito politico troppo condizionato dalle correnti
ideologiche e poco accurato per consentire un’adeguata (in-) formazione
dell’opinione pubblica.
Al
fine di offrire un’analisi di alcuni essenziali elementi dell’attuale
dibattito bioetico sul tema delle cellule staminali, appare necessario
preliminarmente far luce su due svolte, che, pur avendo inizialmente
sollevato un gran polverone mediatico, sono state di fatto sottovalutate
nella loro portata etica e giuridica.
La
prima, cui si intende far riferimento, ha carattere nazionale e concerne
l’approvazione della discussa risoluzione del Governo italiano in
materia di ricerca scientifica
lo scorso 19 luglio 2006. Il documento impegnava il governo a sostenere
sotto il profilo finanziario ricerche che "non implichino la distruzione
di embrioni, valorizzando quindi la ricerca sulle cellule staminali
adulte, comprese le cordonali", a "promuovere la ricerca scientifica
avanzata tesa ad individuare la possibile produzione di cellule
staminali totipotenti non derivate da embrioni e a verificare la
possibilità di ricerca sugli embrioni crioconservati non impiantabili"
e, infine, a sostenere "le ricerche e le iniziative comunitarie che,
innalzando il livello di educazione scientifica della popolazione,
contribuiscano a costruire una più completa cittadinanza attiva, anche
sotto il profilo scientifico, promuovendo modalità innovative di
coinvolgimento attivo dei cittadini nelle scelte di carattere
scientifico e tecnologico che hanno effetti rilevanti per la loro vita e
per quella delle generazioni future".
Un
compromesso
tutto italiano, non a caso salutato con insoddisfazione tanto da una
parte quanto dall’altra degli schieramenti politici: la risoluzione
contiene, infatti, oltre alla pur apprezzabile, benché
straordinariamente tardiva, valorizzazione della ricerca sulle cellule
staminali adulte, anche una sibillina
apertura alla “verifica della possibilità di ricerca sugli embrioni
crioconservati non impiantabili”.
Ma
cosa vuol dire questo passaggio del testo della mozione? La definizione
di embrioni umani "non impiantabili", infatti, è equivoca,
non disponendo la biologia di alcun criterio empirico o teorico per
stabilire, senza comprometterne il destino, se ciascun singolo embrione
crioconservato sia vivo, cioè capace di riprendere il suo sviluppo in
vitro, qualora riportato in condizioni fisiologiche, oppure no. Sicuro,
invece, è che tali embrioni vengono di fatto distrutti, se utilizzati
per la sperimentazione. L’avallo di queste tecniche, di fatto contrarie
al rispetto della vita umana, segna peraltro un grave tradimento
del dettato della legge 40/2004, non solo votata da una maggioranza
parlamentare assolutamente trasversale agli schieramenti politici, ma
anche suggellata dalla incontestabile conferma della volontà popolare
nel referendum del giugno 2005: essa vieta esplicitamente la
sperimentazione su ciascun embrione umano.
Per
stabilire se embrioni umani crioconservati non siano più impiantabili, è
necessario prima scongelarli e poi metterli in coltura, al fine di
verificare se sussiste una concreta capacità di sviluppo, ovvero assenza
di divisioni cellulari per un periodo di almeno 48 ore. Ma questo
criterio - indicato con il nome "Landry" da chi lo ha proposto - non è
sufficiente per affermare che l'embrione sia morto perché alcuni
blastomeri potrebbero essere, comunque, ancora vivi e data la loro
totipotenza potrebbero eventualmente svilupparsi anche in un organismo
umano completo. Pur essendo state proposte su tal punto varie ipotesi,
non vi è ancora certezza su quanto possa avvenire. È ovvio che lo
scongelamento degli embrioni crioconservati porta come inevitabile
conseguenza la perdita degli stessi: da qui la proposta di procedere
allo scongelamento solo dopo aver valutato in modo probabilistico la
loro incapacità di sviluppo, valutazione da effettuare sulla base di
curve di sopravvivenza degli stessi. Certamente un criterio
probabilistico non potrebbe soddisfare la necessaria esigenza di
rigorosità, tipica di altri criteri
come quello dell'accertamento della morte cerebrale. L'accertamento di
morte andrebbe fatto su ogni embrione:
ciò ricondurrebbe il problema bioetico, oltre che tecnico, al punto di
partenza.
Nelle
more dell’intervento legislativo e quindi sfruttando la lacuna
normativa, la spregiudicatezza degli accaniti promotori della provetta
ha consentito di sospendere, nel drammaticamente provvisorio limbo della
crioconservazione, un numero di embrioni ancora ora sostanzialmente
sconosciuto e imprecisato che dovrebbe, secondo alcune stime più
recenti, approssimarsi intorno a 3000.
Nella
storia della medicina del resto si è spesso sviluppato un lungo
dibattito sulla legittimità o meno dell’utilizzo dei risultati delle
ricerche attuate, da scienziati o medici, in spregio ai diritti naturali
più elementari, ad esempio quelli frutto delle tragiche (e unanimemente
condannate) ricerche realizzate dai medici nazisti direttamente sugli
uomini, usati senza scrupoli come cavie e sacrificati in nome del bene
futuro dell’umanità e del cd. progresso della razza. La decisione di
usare questi risultati ottenuti con mezzi indegni, risultati che, senza
dubbio hanno generato incolpevole sofferenza e intollerabile barbarie,
venne motivata con due argomenti: queste scoperte avrebbero in qualche
modo mantenuta aperta la memoria di quei gesti come monito per non
percorrere più simili strade e come simbolico segno di gratitudine per
le vittime della presunzione umana che aveva indossato le divise della
scienza. E il no odierno della Germania alla ricerca sugli embrioni
è un segno di questa memoria.
Ora,
qualora si procedesse a sacrificare alcuni embrioni (ambiguamente
definiti non impiantabili) per ottenere cd. materiale
terapeutico si verrebbe a negare questa centralità dell’uomo. Se,
infatti, i risultati fossero promettenti si dovrebbe, per la stessa
logica della ricerca e della produzione, allargare la sperimentazione
anche agli embrioni non crioconservati e si sarebbe spinti a fare della
vita embrionale in quanto tale uno strumento terapeutico. Il problema,
infatti, non è legato soltanto a questi embrioni crioconservati, ma al
fatto che, se si accettasse l’idea che l’essere umano allo stadio
embrionale possa essere considerato materia da esperimento, non ci
sarebbe alcun valido motivo per limitare la categoria degli embrioni sui
quali sperimentare.
Eppure secondo il presidente della Commissione Sanità del Senato
il problema de quo sarebbe di carattere
esclusivamente definitorio, poiché "arrivare alla definizione di
morte riproduttiva non è impossibile. E in quel momento cadranno le
riserve rispetto alla possibilità di donare le loro cellule ai fini di
una ricerca che potrebbe cambiare la storia della medicina e soprattutto
le sorti di molti malati".
Invero non è l’unica espressione ambigua ed equivoca.
Anche l’espressione "cellule staminali totipotenti di
origine non embrionale" - potrebbe essere interpretato in vario
modo. Ad esempio, si potrebbe pensare agli esperimenti di
de-differenziazione di cellule staminali adulte. Durante il
dibattito al Senato è stato chiarito che si parlava di
"partenogenesi" ovvero di attivazione dell'oocita con stimoli
esogeni per indurne la divisione. Si tratta di un evento raro
nei mammiferi, che - qualora si manifesti - dà origine a forme
tumorali come il teratoma dell'ovaio. Gli esperimenti condotti
in laboratorio sugli animali hanno messo in evidenza che, oltre
la difficoltà di andare avanti nella divisione cellulare, le
stesse cellule ottenute presentano gravi e importanti anomalie
cromosomiche e - una volta trapiantate - vengono riconosciute
come estranee e rigettate. “Ci si chiede come sia possibile che
una via dai risultati incerti (sarebbe meglio dire
"inesistenti") possa essere considerata talmente importante
da giustificare un assenso parlamentare in tal senso” sottolinea
Maria Luisa Di Pietro, Presidente
Associazione Scienza & Vita.
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