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Scienza e Gastronomia
Prof. Davide Cassi
Ricercatore di Fisica Teorica
Università di Parma
14 dicembre
La cultura del cibo oggi è animata da due spiriti
contrastanti. Dietologi e nutrizionisti invocano la scienza per
invitarci a mangiare “cose che fanno bene” e riducono ogni alimento
ad una tabella di proteine, vitamine, grassi, carboidrati e sali
minerali. Dal canto loro giornalisti, food-writers e cuochi di grido
contrappongono una “poetica del cibo” fatta di termini suggestivi,
di sensazioni non quantificabili, di esaltazione
dell’irripetibilità. Il “buono da mangiare” nell’opinione comune non
è oggetto di scienza.
Il gourmet non disdegna cifre e nomi, ma solo per meglio
specificare l’unicità di quel che mangia o beve, dilettandosi a
citare annate e crus. E nemmeno le dosi nelle ricette di cucina,
così apparentemente precise, hanno l’oggettività della prescrizione
scientifica: “I soli dati di un libro di cucina che si possano
seguire alla lettera sono forse le indicazioni dei tempi di cottura
- scrive il grande Bocuse - Ma in fondo poi nemmeno quelle”.
Non c’è dunque speranza per chi vorrebbe capire i meccanismi
che stanno dietro alla preparazione di una pietanza prelibata? Per
chi vorrebbe usare le conoscenze scientifiche non solo per mangiar
sano ma magari anche per mangiar bene?
Consolatevi gourmet curiosi e scienziati golosi: la vecchia
idea di Pellegrino Artusi, che intitolava appunto “La scienza in
cucina e l’arte di mangiar bene” il suo storico trattato, non è
stata abbandonata. Da pochi anni una neonata disciplina che si
chiama Gastronomia Fisica e Molecolare si sta occupando delle vostre
legittime aspirazioni. Disciplina serissima: ad inventarla è stato
un premio Nobel! Spetta a Pierre Gilles De Gennes (Nobel 1991 per la
Fisica) il merito di aver raccolto insieme chimici, fisici, biologi
e… cuochi a discutere e fare esperimenti scientifico-culinari per
arrivare ad una compiuta “teoria della pietanza”. Tutto questo
succedeva nel 1992 ed i risultati da allora non sono mancati.
Ma che c’entra la scienza con un piatto di tagliatelle o un
pollo allo spiedo? Se la vostra immagine della scienza si ferma alle
forme regolari della geometria euclidea o al moto semplice della
palla lanciata da un cannone poco o nulla. I polli non sono sfere o
cubi e le fiamme in cottura li lambiscono muovendosi a
intermittenza… Ma tutto questo sa di scienza del passato. Oggi
viviamo nell’epoca della complessità. La pelle croccante del pollo
arrostito è un bell’esempio di quella geometria frattale che
ritroviamo negli aspetti più diversi del mondo naturale, dalle coste
frastagliate della Bretagna ai licheni d’alta montagna. Ed il
meccanismo che permette alla superficie rugosa delle tagliatelle di
trattenere il sugo non è dissimile da quello che fa assorbire acqua
ad una spugna. I processi culinari sono complessi, poco intuitivi.
Ma se oggi tutti troviamo naturale che il battito d’ali di una
farfalla in Brasile possa scatenare un tornado nel Texas, perché
dovremmo stupirci se una minuscola traccia di grasso sulla zuppiera
impedisce al bianco d’uovo di montarsi, o se una ditata sullo stampo
rovina irrimediabilmente il rigonfiamento del soufflé? La scienza
moderna ha accettato la sfida della complessità e l’ha affrontata
dandosi nuovi strumenti concettuali. Abbandonata l’idea di ricavare
le proprietà di un sistema complicato studiando i “mattoncini”
elementari che lo costituiscono, si è concentrata con successo
sull’architettura globale del sistema, che ne determina le proprietà
in modo in gran parte indipendente dalla natura dei mattoncini.
Nessuno pretenderebbe di descrivere una torta partendo da elettroni,
protoni e neutroni… e poi in fondo il burro e la panna sono composti
più o meno dalle stesse molecole: quello che cambia è solo la loro
disposizione reciproca! Forte di questa nuova “filosofia” la
Gastronomia Molecolare procede spedita verso il suo scopo: legare le
caratteristiche organolettiche (ovvero sensoriali) del cibo a
semplici parametri fisici e chimici che ne descrivano le proprietà
globali, attraverso l’analisi delle materie prime e dei processi di
cucina. E tutto questo non serve solo a capire quel che già stiamo
mangiando ma meglio ancora a progettare piatti nuovi…
Quale scienziato-gourmet, in fondo, non si è mai sentito
sfidato da quel formidabile IX Aforisma di Brillat-Savarin: “La
scoperta di una pietanza nuova giova più alla felicità del genere
umano che non la scoperta di una stella”?
Davide Cassi – Dipartimento di Fisica – Università di Parma
davide.cassi@fis.unipr.it
IIndicazioni
bibliografiche
Herve’ This: I segreti
della pentola, Jaca Books
Herve’ This: Rivelazioni gastronomiche, Jaca Books
Harold McGee: Il Cibo e la Cucina. Scienza e Cultura degli
Alimenti - Franco Muzzio Editore
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