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Lesioni cutanee, terapia insulinica e
compenso metabolico
Solo
una piccola parte dei soggetti con diabete mellito raggiunge e mantiene
nel tempo un buon controllo glico-metabolico : tale osservazione è
diffusa e quasi accettata dalla comunità diabetologica italiana come se
fosse una fatalità connaturata alla stessa essenza della malattia,
ampiamente giustificabile con la proverbiale scarsa compliance alla
terapia farmacologica e all’ottimizzazione dello stile di vita.
D’altra parte è osservazione
comune come entrambi questi strumenti della cura richiedano un supporto
psico-educazionale valido e continuativo da parte dell’équipe
diabetologica, elemento purtroppo spesso carente anche se
universalmente riconosciuto indispensabile all’acquisizione da parte del
paziente delle competenze necessarie alla realizzazione duratura di
un’efficace auto-cura. Per gravi carenze educazionali,quindi, oltre del
il 25% dei pazienti insulino-trattati modificano arbitrariamente il
regime di cura evitando del tutto l’iniezione o modificandone la
posologia senza valutare correttamente il rapporto insulina-carboidrati
al momento del pasto o tener conto dell’insulino-sensibilità individuale
. La pratica clinica insegna in ogni caso come alla variabilità
glicemica dei nostri pazienti concorrano spesso fattori tanto
prevedibili quanto sottovalutati nel quotidiano che condizionano
assorbimento, farmacocinetica ed effetto biologico dell’insulina
Fra questi figurano, ad es.,
l’uso di siringhe da insulina tarate a caratteri talmente piccoli da
risultare di fatto illeggibili (evento tutt’altro che infrequente
nonostante a sempre maggiore diffusione delle ben più pratiche penne
“usa e getta”), la mancata attenzione al corretto intervallo tra
somministrazione di insulina e pasto ; la mancata o insufficiente
miscelazione di insulina regolare negli ancora non rari casi di
resistenza all’utilizzo degli analoghi , la scorretta conservazione di
insulina in frigorifero e l’utilizzazione di sedi di somministrazione
non corretta
Concentriamoci
ora su quest’ultimo aspetto: una sede di iniezione può essere definita
“non corretta” non solo perché esula, ad es., dalle caratteristiche aree
consigliate da tutti i testi specialistici, ma anche perché corrisponde
ad un’area distrofica determinata da reiterati errori nella tecnica di
somministrazione. Ancora oggi tali errori non sono affatto rari,
nonostante sottolineiamo ripetutamente che gli aghi di iniezione non
devono mai essere riutilizzati per evitare che si creino bolle d’aria
responsabili di un inevitabile sottodosaggio, che il lume sia
parzialmente ostruito dall’insulina cristallizzata e soprattutto che la
punta si deformi provocando microtraumi e lacerazione dei tessuti. Di
fatto una gran parte dei pazienti ammette di sostituire l’ago solo
quando avverte dolore, per motivazioni molto di rado inopportunamente
nobili, quali il tentativo di contribuire in parte al risparmio di spesa
sanitaria, e per lo più banali, quali la pigrizia o l’incapacità di
organizzarsi opportunamente: il trauma provoca inevitabilmente una
diapedesi eritrocitaria con più o meno evidenti manifestazioni
microemorragiche manifestazioni e il rilascio di fattori di crescita
che, unitamente all’insulina, inducono la formazione di noduli (aree di
lipodistrofia). In tali zone la sensibilità dolorifica si attenua e
quindi più volentieri il paziente inietta le dosi insuliniche
successive: ne nasce un circolo vizioso per cui un errore genera
ulteriori comportamenti inopportuni amplificando i danni.
Dalla nostra osservazione
emerge la forte relazione tra danno cutaneo, elevazione dei parametri
glicemicie del conseguente rischio di complicanze macro- e
micro-vascolari. Occorre quindi verificare di persona le scelte operate
dai soggetti con diabete in termini di siti di iniezione e non
sottovalutare mai la necessità di ripetere continuamente messaggi
educativi considerati fin troppo facili da acquisire: cambiare l’ago ad
ogni somministrazione e ruotare i siti di iniezione non rappresenta un
optional ma un cardine terapeutico in grado di contrastare la
variabilità glicemica, uno dei fattori di aggravamento del quadro
clinico attualmente più accreditato e temuto dalla comunità scientifica.
Da Il
Giornale di AMD 2010;13:39-41 ,
S. Gentile, F. Strollo,
estratto a cura di Andrea Tatavitto,diabetologo |