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PSICOLOGIA DEL
DIABETICO ADULTO

La malattia diabetica
impone il ricovero ospedaliero?
No.
In quali casi è prescritto
il ricovero?
A volte per stabilire il
dosaggio di insulina nella fase iniziale del diabete, altre quando
l’instabilità del diabete obbliga ad un controllo plurigiornaliero delle
glicemia e dell’approfondimento dello studio sia clinico che strumentale
del paziente; sempre in caso di coma diabetico, di complicazione
infettive altamente febbrili, di infarto del miocardio e di altra
patologia ad alto rischio, quali ad esempio la sindrome di Kimmestiel-
Wilson e le stesse pielo – cistiti recidivanti.
Allora il diabetico è
normalmente inserito nell’attività produttiva?
Si.
Perché presenta
limitazioni psicologiche?
Perché non si vuole adattare
al suo nuovo stato d’essere.
Da dove gli derivano?
Da un complesso di fattori
che sono infiniti e che variano da soggetto a soggetto, in rapporto
all’ambiente di lavoro, alla scuola.
Dalle privazioni di
origine alimentare?
Generalmente no.
Dalle difficoltà di
ambientamento nell’ambito familiare?
Non dovrebbe essere, se la
famiglia ha un minimo di unità e di spirito di collaborazione.
Da uno stato depressivo?
È molto facile, ma da una
depressione che nasce dentro se stesso.
Dal timore di essere di
peso al prossimo?
Molto raramente.
Dalla partecipazione a
riunioni conviviali nel corso delle quali è costretto a rospettare
scrupolose precauzioni?
Sperabilmente no, perché la
partecipazione conviviali non sono frequenti e perché anche se non
rispetta scrupolosamente la sua dieta per una volta ogni tanto non
succede niente.
Respinge istintivamente
l’irreversibilità del male?
Questo è certamente uno dei
fattori più importanti.
Si instaura in lui un
meccanismo di difesa?
Non necessariamente.
Quando parla della propria
malattia si mimetizza con il “gruppo”?
Generalmente no .
Spontaneamente non parla della propria malattia in un gruppo di soggetti
sani.
Riduce volontariamente i
rapporti sociali?
Dipende dalle caratteristiche
psicologiche del singolo soggetto, ma non obbligatoriamente, anche se a
volte le limita.
Preferisce restare solo
con se stesso ritirandosi in casa?
Dipende dallo spirito di
socialità del singolo soggetto.
Perché spesso il diabetico
è un aggressivo?
Se lo è, è perché
inconsciamente vuole attribuire alla società la causa del suo danno.
La stretta dipendenza dal
partner familiare (moglie, marito, parente) crea un attaccamento
affettivo maggiore o uno stato di dipendenza?
A prescindere dal fatto che
un diabetico non deve avere una stretta dipendenza da nessuno, il suo
comportamento dipende dalle sue caratteristiche psicologiche e
caratteriali.
Gli psicologi affermano
che nel diabetico si manifesta una regressione, ricompaiono i
comportamenti infantili. È vero?
Questo potrà essere vero
prevalentemente per i diabetici anziani in quanto è tipico della
senescenza il ricomparire del comportamento infantile.
La donna diabetica pensa
con apprensione al matrimonio?
Non eccessivamente.
Alla maternità?
Con notevole apprensione
soprattutto nei riguardi del futuro possibile figlio che molto spesso
desidera.
Malgrado il diabete la
donna aspira ugualmente a diventare madre?
Si, nella maggioranza dei
casi.
Attraverso la
somministrazione costante di insulina teme di diventare troppo grassa?
Generalmente no, perché no sa
che una delle principali azioni dell’insulina è quella di aumentare il
tessuto adiposo.
Nel diabete la percentuale
dei suicidi è più bassa della media. Perché?
Perché l’assuefazione alla
stato di malattia e ai disagi che la medesima procura li “allenano” a
sopportare meglio anche le contrarietà della vita che possono portare al
suicidio.
I viaggi, durante i quali
è necessario portare gli ipoglicemizzanti orali o l’insulina, ricordano
al diabetico che è un malato?
No, lo sa già e nel caso che
se ne dimentichi, ci pensa il suo organismo ad avvisarlo che le cose non
vanno bene indipendentemente dall’avere più o meno in valigia un
flacone di insulina.
Non è ora di
sdrammatizzare il “perimetro” della malattia diabetica?
Certamente, aumentando
l’educazione sanitaria del diabetico per quanto riguarda la sua malattia
e della società per quanto concerne il diabete mellito.
Chi può collaborare a
questa iniziativa?
Tutti, ma in primo luogo il
diabetico stesso.
Il medico?
Certamente, attraverso
l’istruzione del paziente e della società.
Il farmacista?
Pure, come mediatore ed
anello di congiunzione tra medico e paziente e come dispensatore di
cultura e di esperienze ad alto livello.
Il mondo del lavoro?
Nei limiti delle sue
possibilità e delle esigenze del soggetto diabetico.
I familiari?
Per quanto loro compete, si e
con maggiore approfondimento dei temi tra famiglia e diabetico: la
convivenza, l’alimentazione e le necessità dei singoli componenti la
stessa.
Perché il diabetico compra
in farmacia furtivamente gli alimenti per diabetici?
Perché si sente in colpa in
quanto sa che la sua alimentazione deve essere uguale a quella dei suoi
familiari con la sola esclusione di un dolce, ferme restando le singole
quantità degli alimenti.
Perché talvolta si
vergogna del proprio stato quando non si è mai visto un iperteso, un
reumatico, epatopatico subire analoga frustrazione?
Forse, soprattutto se è stato
obeso, perché “sente” che di quella obesità è stato egli stesso
responsabile attraverso varie motivazioni della sua golosità.
Un ambiente familiare
sereno può favorire il recupero psicologico del diabetico?
Certamente, meglio di
qualsiasi psicoterapia.
Cosa si deve fare affinché
in famiglia il menù del diabetico non intralci, non crei malumori e non
rivoluzioni le abitudini in cucina?
Il menù del diabetico deve
essere esattamente uguale a quello del resto della famiglia, tranne che
per le limitazioni quantitative dei singoli alimenti. Quindi il
diabetico deve abituarsi a saper valutare, già a colpo d’occhio, il peso
dell’alimento che sta mangiando. Per ottenere questo gli occorre
inizialmente la collaborazione della “cuoca”. Questa deve preparare
separatamente quel dato cibo, eguale al resto della famiglia, nella
quantità necessaria per il familiare diabetico fino a che questo ha
imparato a riconoscere qual è il volume/peso. Dopo poche volte potrà
servirsi del piatto comune, certo che l’errore ponderale sarà di pochi
grammi, quindi tale da non incidere sul suo stato di salute.
Nelle mense aziendali?
Il paziente diabetico si
serve degli stessi cibi dei suoi colleghi e ne mangia quelle quantità
che per esperienza acquisita a casa corrispondono al peso che gli è
stato consigliato dal medico.
L’amicizia può essere
d’aiuto?
Molto, perché dimostra la
solidarietà di uno verso l’altro.
Anche tra diabetici?
Ancor meglio, perché ambedue,
avendo le stesse limitazioni, possono collaborare tra di loro a vincere
le tentazioni del cibo.
Parlare troppo della
malattia frustrante o fraternizza?
Potrà fraternizzare se si
parla con un altro diabetico, e frustrante nel caso opposto.
Il diabete è una malattia
del “benessere” o del “malessere”?
Per definizione il diabete è
una malattia del “benessere”, dal momento che aumenta nei periodi di
maggiore prosperità economica. Può ingenerare “malessere” il dover
rinunciare a quella somma di cose che, con il termine “benessere”,
contraddistinguono almeno in parte le nazioni industrializzate del terzo
mondo e del quarto mondo.
In consuntivo si può
convivere serenamente con il diabete?
Felicemente no, ma con serena
rassegnazione e con fiducia nel futuro questo certamente è possibile.
Da 1000 domande e risposte
sul diabete,U.Butturini, R. Colarizi, Silvia editrice
a cura di Ilaria Di Patria,
psicologa |