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LA PREVENZIONE E
IL TRATTAMENTO

DELL’IPOGLICEMIA
NEL DIABETICO
Che cosa è l’ipoglicemia
?
In teoria,
l'ipoglicemia è “il livello glicemico (BG) a cui iniziano le
disfunzioni neurologiche”
Ma questo livello
- Varia da una persona
all'altra
- Può variare col tempo e
le circostanze
- È condizionata dalle
precedenti ipoglicemie
È raccomandato mantenere
la glicemia sopra i 72 mg/dl.
. L’ipoglicemia è comunemente
associata a sintomi vegetativi: tremori, palpitazione, ansietà,
sudorazione, fame parestesie. I sintomi della carenza di glucosio a
livello cerebrale sono: sensazione di calore, astenie, difficoltà di
concentrazione, talora agitazione psico-motoria, labilità emotiva,
convulsioni, perdita di coscienza. L’ipoglicemia si definisce severa
quando è necessario l’intervento di un’altra persona per eseguire la
terapia necessaria.
Che cosa è l’ipoglicemia
inavvertita?
È la perdita dei segni di
allarme neurovegetativi dell’ipoglicemia: ciò impedisce al paziente di
prendere gli adeguati provvedimenti prima che compaiano i sintomi di
carenza di glucosio a livello cerebrale. Conseguentemente
l’inconsapevolezza della glicemia determina una elevata incidenza di
episodi ipoglicemici severi con perdita di coscienza.
Come si tratta una
ipoglicemia sintomatica senza perdita di coscienza?
L’ipoglicemia può essere
efficacemente trattata con una dose iniziale di circa 10-20 g di
glucosio somministrata come zucchero, oppure come carboidrati contenuti
in succhi di frutta, bibite dolci. La dose deve essere risomministrata
dopo circa 20 minuti se non si è avuto risultato. Poiché la risposta al
glucosio è transitoria, è consigliabile assumere un piccolo pasto dopo
la risoluzione dell’ipoglicemia con zuccheri prontamente disponibili, in
particolare se essa è stata indotta da ipoglicemizzanti orali o da
insuline ad azione prolungata o intermedia.
Come si tratta una
ipoglicemia sintomatica con perdita di coscienza?
Se il paziente non è in grado
di assumere zucchero per bocca è necessario somministrare glucosio per
via endovenosa (10-25 g, come soluzione glucosata ad alta
concentrazione; ad esempio soluzione glucosata al 20% 50 cc oppure
soluzioni più concentrate in dosi equivalenti). Risolta acutamente
l’ipoglicemia è necessario mantenere una infusione di soluzione
glucosata fino a quando la glicemia rimanga costantemente a valori
normali o lievemente elevati. Ricordiamo in particolare il rischio di
ipoglicemie prolungate da sulfoniluree a lunga durata di azione.
Un’alternativa, laddove non sia possibile la somministrazione di
soluzione glucosata per via endovenosa, è la somministrazione di
“glucagone” (1 mg), per via sottocutanea o intramuscolare, capace di
elevare la glicemia attraverso la stimolazione della glicogenolisi. Se
in 5-20 minuti non si ristabilisce lo stato di coscienza la dose va
ripetuta. Appena il paziente riprende coscienza deve assumere circa 20
g di carboidrati poiché il glucagone è efficace per circa 1 ora, al
massimo 1 ora e 30 minuti. Per questo stesso motivo il glucagone è meno
utile per trattare l’ipoglicemia prolungata da sulfoniluree; inoltre nel
diabetico tipo 2 il glucagone stimola la secrezione insulinica. Ogni
diabetico (o quanto meno ogni diabetico trattato con insulina,
assolutamente ogni diabetico di tipo 1) dovrebbe essere in possesso di
una dose di glucagone e i suoi familiari dovrebbero essere istruiti
sulle modalità dell’uso.
L’ipoglicemia è più comune
nel diabete di tipo 2 o nel diabete di tipo 1?
L’ipoglicemia grave è più
frequente nel diabete di tipo 1 in compenso ottimale ed è meno
importante nel diabete di tipo 2. anche in corso di terapia insulinica
aggressiva la frequenza di ipoglicemia nel diabete di tipo 2 è il 10 %
rispetto al diabete di tipo 1.
Quale è la frequenza di
episodi ipoglicemici nel diabete di tipo 1?
Il miglioramento degli
obiettivi di compenso ha determinato un aumento della frequenza degli
episodi ipoglicemici nei pazienti diabetici di tipo 1; infatti la
frequenza di ipoglicemia è inversamente proporzionale al compenso
glicemico: migliore il compenso glicemico, più frequenti le ipoglicemie.
Un diabetico di tipo 1 ha mediamente due episodi ipoglicemici
sintomatici lievi per settimana e un episodio grave una volta all’anno.
Un diabetico di tipo 1 in buon compenso può avere glicemia fra 50 e 60
mg/dl nel 10% delle determinazioni.
Quale è la frequenza di
episodi ipoglicemici nel diabete di tipo 2?
Nel diabete di tipo 2 il
fenomeno è più limitato; nel corso dello studio UKPDS si sono verificati
6,6 episodi/100 pazienti-anno nel tipo 2 trattati con insulina, 3,7
episodi nei pazienti trattati con ipoglicemizzanti orali.
Quale è la frequenza
dell’ipoglicemia inavvertita?
Nel diabete di tipo 1
l’ipoglicemia si manifesta nel 20-25 % dei pazienti; quando la durata
del diabete è superiore a 20 anni essa è presente nel 50% dei
pazienti. Il 36% degli episodi ipoglicemici durante la veglia è
inavvertito. Nonostante la carenza di dati è stimabile che fino al 20%
dei diabetici di tipo 2 presenti epidosi ipoglicemici inavvertiti.
Quali sono i diabetici di
tipo 1 che hanno il maggior rischio di ipoglicemie?
Ne diabete di tipo 1 le
condizioni che aumentano il rischio di ipoglicemia sono legate a
caratteristiche intrinseche del diabete (lunga durata del diabete,
giovane età all’esordio, carenza assoluta di peptide C, ipoglicemia
inavvertita) o del suo trattamento (dosaggi elevati di insulina, elevata
HbA1c di base con recente riduzione dei valori, pregressa ipoglicemia,
scarsa educazione terapeutica con frequenti errori nella terapia )
oppure alla presenza di patologie associate (uso di alcool, altri
deficit endocrini (ipotiroidismo, iposurrenalismo), insufficienza
renale). I fattori di rischio per l’ipoglicemia inavvertita sono: la
durat5a del diabete superiore a 10 anno, la terapia insulinica intensiva
con stretto controllo dei valori di glicemia ( HbA1c < 6& per v.n.
massimi 5,5%), l’ipoglicemia frequente, la terapia con beta bloccanti,
la neuropatia vegetativa.
Quali sono i diabetici di
tipo 2 che hanno il maggior rischio di ipoglicemie?
Nel diabete di tipo 2 le
condizioni che aumentano il rischio di ipoglicemia grave sono la terapia
insulonica, l’età avanzata, l’insufficienza epatica, l’insufficienza
renale, taluni farmaci (fra i più comunemente usati: sulfamidici,
tetracicline, fenfibrato, ACE inibitori, allopurinolo). Favoriscono
l’ipoglicemia inavvertita l’età maggiore di 70 anni, la terapia
insulinica, bassi valori di HbA1c, il miglioramento del compenso con
terapia insulinica, la terapia con beta bloccanti. La metformina non
associata ad altri ipoglicemizzanti causa molto raramente ipoglicemia,
eccetto nel caso di simultaneo prolungato digiuno o severa restrizione
calorica.
Come si previene
l’ipoglicemia?
Il paziente deve essere
interrogato a ogni visita su eventuali episodi ipoglicemici.
·
È necessario conoscerne la frequenza, l’entità (lievi,
gravi, con sintomi premonitori, perdita di coscienza senza sintomi di
allarme?), l’orario, la relazione con i pasti, con eventuali variazioni
dell’apporto alimentare, con il consumo di alcool, con l’esercizio
fisico ( anche una semplice passeggiata più lunga del solito).
·
È necessario anche interrogare il paziente su eventuali
variazioni nella assunzione della terapia prescritta e cercare di
comprendere quanto sia cosciente o meno dei rischi della ipoglicemia e
quale impatto emotivo e comportamentale essa abbia nella gestione del
suo diabete. Nei soggetti anziani particolare attenzione va rivolta alla
frequente riduzione spontanea dell’apporto alimentare.
·
Gli elementi di rischio per l’ipoglicemia devono essere
vagliati ed eventualmente trattati (vedi quesiti 10.9 e 10.10), con
particolare riguardo alle possibili interazioni fra farmaci e alla
insufficienza renale anche lieve nel soggetto anziano.
·
L’educazione terapeutica è sicuramente il caposaldo della
prevenzione dell’ipoglicemia: vanno verificate in particolare: le
conoscenze del paziente sugli effetti sulla glicemia dei diversi cibi e
dell’esercizio fisico e sugli effetti ipoglicemizzanti dei farmaci
utilizzati, l’educazione all’autocontrollo glicemico, la capacità di
gestire le variazioni delle dosi di insulina rispetto alla dieta e
all’esercizio fisico, la capacità di trattare adeguatamente
l’ipoglicemia.
·
La terapia deve, se necessario, essere modificata.
·
L’introduzione di sulfoniluree a breve durata d’azione
anziché sulfoniluree a lunga durata d’azione, può ridurre le ipoglicemie
nell’anziano.
·
Le insuline ad azione ultrarapida rispetto ad insuline
rapide possono ridurre le ipoglicemie postprandiali tardive e le
ipoglicemie nelle prime ore della notte.
·
Le insuline ad azione prolungata rispetto alle insuline ad
azione intermedia riducono le ipoglicemie notturne.
·
La riduzione della dose di insulina serale intermedia o
prolungata evita l’ipoglicemia del mattino.
Come si previene
l’ipoglicemia inavvertita?
Un periodo di 2-3 settimane
di scrupolosa attenzione a evitare ipoglicemie è spesso sufficiente a
ristabilire la capacità di riconoscere precocemente l’ipoglicemia: è
possibile ridurre di 10 volte la frequenza delle ipoglicemie inavvertite
(da una ogni 2 giorni a una ogni 20 giorni) in un periodo di 3 mesi. Per
ottenere ciò è necessario porsi degli obiettivi glicemici più alti nel
tempo breve. Il massimo impegno deve essere assunto dal paziente e da
chi lo ha in cura per contenere al minimo il deterioramento del compenso
glicemico. Una volta ristabilita la consapevolezza dell’ipoglicemia è
possibile ritentare di ottimizzare il compenso glicemico, mantenendo
valori di HbA1c compresi fra 6& e 7%.
dott. Concetta Verrusio, diabetologa
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