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Diabete tipo2 :La Terapia
dell’iperglicemia post-prandiale
Per molti
anni
l’indicatore di efficacia terapeutica è stata
l’emoglobina glicata.
Da qualche
anno l’accumularsi delle evidenze, ha
iniziato a mettere in dubbio che esso sia un parametro sufficiente
per
controllare il
metabolismo glicemico
e prevenire le complicanze.
Il fattore
che ormai da più di 10 anni è oggetto di attenzione è il
picco glicemico
post-prandiale. Infatti, se da un lato è certa la
correlazione tra DM e morbilità/mortalità cardiovascolare,
sia nel DM tipo 1 sia nel tipo 2,
la
mortalità per tutte le cause cardiovascolari e coronariche risulta più
elevata
nei
soggetti diabetici diagnosticati mediante iperglicemia due ore dopo test
da carico,
rispetto a coloro con
sola iperglicemia basale.
Lo shock
ossidativo in parte irreversibile, che subiscono le cellule di ogni
tessuto esposte a picchi iperglicemici, in particolare le endoteliali,
starebbe alla base della spiegazione
fisiopatologica
di questo meccanismo di danno.
Ma il solo
controllo dell’HbA1c
e del picco
postprandiale
non
paiono sufficienti, altro dato importante è
l’entità delle escursioni
glicemiche giornaliere.
Il fenomeno della variabilità della glicemia, generalmente definito in
anni passati come
instabilità, è un fenomeno noto, che in alcuni casi
raggiunge una rilevanza clinica così marcata da costituire un problema
di difficile soluzione.
Negli ultimi
anni si sono accumulate importanti evidenze che
la variazione continua del
valore glicemico
potrebbe
avere un ruolo importante nell’insorgere delle complicanze del diabete,
soprattutto
cardiovascolari.
L’entità di questa variabile negativa sarebbe quantomeno analoga, se non
maggiore, a quella dell’esposizione all’iperglicemia media, quantificata
dall’HbA1c.
l’iperglicemia post-prandiale
è un
fattore di rischio indipendente per le complicanze micro- e
macrovascolari del diabete; inoltre, le evidenze disponibili indicano
che la correzione dell’iperglicemia post-prandiale è efficace nella
prevenzione delle malattie cardiovascolari.
e contribuisce in modo rilevante
all’equilibrio metabolico complessivo
Da
ciò derivano alcune conseguenze importanti per la pratica clinica:
-
L’iperglicemia post-prandiale deve essere considerata un target del
trattamento (con un obbiettivo posto a 140 mg/dl), al pari
dell’emoglobina glicata e della glicemia a digiuno.
-Nei
pazienti diabetici è necessario valutare, oltre all’emoglobina glicata,
anche la glicemia post-prandiale; per fare ciò, è necessario effettuare
in tutti i pazienti (anche non insulino-trattati) l’automonitoraggio
domiciliare della glicemia – anche se, naturalmente, la frequenza e le
modalità di tale automonitoraggio dovrà variare in base alle
caratteristiche del paziente ed alla terapia praticata.
-
Nella scelta della terapia farmacologica, dovranno essere considerati
attentamente gli agenti maggiormente attivi sulla glicemia
post-prandiale
- La
scelta tra questi farmaci e quelli più attivi sulla glicemia a digiuno
dovrà essere compiuta tenendo conto anche dell’andamento delle glicemie
domiciliari nel corso della giornata.
-
Nella terapia insulinica del diabete di tipo 2, non si deve
necessariamente preferire l’insulina basale; l’impiego di analoghi
rapidi dell’insulina ai pasti dovrà essere preso in considerazione,
almeno in una parte dei pazienti, sempre con la guida delle glicemie
domiciliari.
Antonio Vetrano, diabetologo |