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Approccio terapeutico iniziale al diabete
di tipo 2
Si discute da tempo su quale
possa essere l’approccio terapeutico più corretto nei confronti del
paziente con diabete di tipo 2 di recente insorgenza. Certamente,
l’approccio globale prevede che venga posta attenzione a vari obiettivi
terapeutici, che includono non solo la riduzione dei livelli di
emoglobina glicosilata (HbA1c), attraverso la correzione della glicemia
a digiuno e postprandiale, ma anche il controllo dei fattori di rischio
cardiovascolare (pressione arteriosa, lipidi, fumo, microalbuminuria) al
fine di ridurre gli eventi e la mortalità per cause cardiovascolari, la
prevenzione delle complicanze microvascolari, nonché obiettivi più
“moderni” e ambiziosi, quali per esempio la preservazione della funzione
e della massa beta-cellulare con la finalità di impedire o rallentare la
progressione della malattia. Il controllo del sovrappeso e l’attenzione
alla compliance del paziente rappresentano ulteriori e importanti
obiettivi della terapia.
Se ci riferiamo al controllo
dell’iperglicemia in modo specifico, possiamo rilevare che le più
importanti società scientifiche internazionali, a partire dal 2006,
hanno iniziato a codificare alcune raccomandazioni con la esplicitazione
di concetti nuovi nel trattamento dell’iperglicemia. In sintesi, questi
concetti fanno riferimento alla necessità di ottenere e mantenere la
glicemia il più vicino possibile ai valori dei soggetti non diabetici e
,nel modo più sicuro possibile, alla opportunità di iniziare il
trattamento con metformina insieme all’intervento sullo stile di vita
sin dal momento della diagnosi, alla necessità di aggiungere rapidamente
farmaci e di modificare i regimi terapeutici al fine di mantenere i
livelli di HbA1c al di sotto del target fatidico del 7%, e alla
considerazione precoce dell’uso della terapia insulinica nei pazienti
che non raggiungono i target desiderati. Viene infine ribadita la
difficoltà a controllare nel tempo l’iperglicemia con i farmaci a nostra
disposizione, e questo rende necessario il rafforzamento della terapia
farmacologica con dosaggi maggiori e nuove molecole.Quindi, queste
raccomandazioni sembrano rispondere con apparente facilità ai quesiti
sulla terapia iniziale del paziente con diabete di tipo 2 (intervento
sullo stile di vita e metformina), fissando anche il livello di
controllo glicemico da raggiungere. Non vi sono infatti dubbi sul fatto
che, la restrizione calorica e l’aumento dell’esercizio fisico siano
molto efficaci nel produrre effetti benefici sul controllo
dell’iperglicemia, né sul fatto che la metformina, laddove non
controindicata, rappresenti un farmaco particolarmente utile, sia nei
soggetti in sovrappeso od obesi sia nei soggetti normopeso.
Di nuovo, quindi, non sembra
che vi siano incertezze sulla metformina quale primo farmaco da
utilizzare nella maggior parte dei pazienti. Eppure, le recenti
raccomandazioni non risolvono alcuni interrogativi antichi e ne pongono
di nuovi.
la possibilità di
approcciare il paziente alla diagnosi non con un solo farmaco, la
metformina appunto, ma con una combinazione di più farmaci.
Questa possibilità non è stata ancora codificata in raccomandazioni
cliniche di società scientifiche, ma diversi studi ne hanno suggerito
l’utilità. L’associazione di più farmaci, utilizzati a dosaggi anche non
massimali, produce livelli di HbA1c inferiori rispetto a quelli che si
ottengono utilizzando un solo farmaco alla dose massima, e può quindi
comportare anche una minor incidenza di eventi avversi.D’altra parte, il
trattamento dell’ipertensione arteriosa è da tempo basato sulla
polifarmacoterapia: molecole antipertensive che possiedono differenti
meccanismi di azione vengono precocemente utilizzate in associazione tra
loro. Probabilmente, un approccio di questo tipo richiede maggiori
evidenze sulla sicurezza a lungo termine e sul rapporto costo/beneficio.
Quale entità di riduzione
della HbA1c e’ da perseguire.
Se sulla microangiopatia il
trattamento intensivo si è dimostrato senz’altro vantaggioso, sulla
macroangiopatia ha dimostrato di non produrre risultati favorevoli,in
particolare nei soggetti con iperglicemia di maggiore entità, più
anziani o con malattia cardiovascolare già presente
Tuttavia, da una
sottoanalisi dei dati del VADT emergerebbe che il beneficio del
trattamento intensivo si realizza solo nei soggetti con breve durata di
malattia. Quindi, se ci riferiamo all’intervento in prossimità della
diagnosi, può essere giustificato essere aggressivi. Peraltro,
utilizzare una terapia intensiva dell’iperglicemia alla diagnosi di
diabete potrebbe assicurare un miglior controllo della stessa
iperglicemia nel tempo. È quanto viene suggerito da uno studio cinese in
cui diabetici di tipo 2 di nuova diagnosi, trattati con terapia
insulinica multiniettiva o mediante microinfusore per due settimane
finalizzata al raggiungimento della normoglicemia, presentavano un
miglior controllo glicemico e una migliore funzione beta-cellulare a
distanza di un anno, quando confrontati con pazienti trattati con gli
ipoglicemizzanti orali9.
Lo studio cinese resta
ancora isolato e richiede ulteriori conferme. Tuttavia, fa riflettere
sull’utilità di effettuare un rapido controllo dell’iperglicemia alla
diagnosi di diabete, anche attraverso l’uso precoce e transitorio della
terapia insulinica intensiva, al fine di preservare la funzionalità (e
probabilmente anche il numero) delle beta-cellule pancreatiche, che
rappresenta il fattore più importante per l’evoluzione
dell’iperglicemia.
Un approccio terapeutico in
cui è necessario procedere con l’aggiunta di nuovi farmaci se il
controllo della glicemia con metformina non è soddisfacente, riguarda la
scelta del secondo farmaco. Questo momento potrebbe verificarsi in tempi
relativamente rapidi, anche pochi mesi dopo la diagnosi, e quindi
rappresentare una problematica dell’approccio terapeutico “iniziale” al
paziente. E qui si entra in un ampio dibattito, in cui si possono
considerare farmaci più tradizionali (insulina e sulfoniluree) e farmaci
più innovativi (glitazoni, incretino-mimetici, inibitori della DPP-4),
senza dimenticare la repaglinide e l’acarbosio. Al momento attuale, è
certamente difficile individuare caratteristiche cliniche,
fisiopatologiche, biochimiche o genetiche in grado di orientare la
scelta terapeutica tra tutte queste classi di farmaci.
La terapia iniziale, e non
solo iniziale, del diabete di tipo 2 rappresenta tuttora una sfida per
il medico e per il ricercatore: non mancherà di produrre importanti
novità e anche di suscitare nuovi interrogativi nel prossimo futuro.
Da G It
Diabetol Metab 2009;29:51-53
F. Giorgino
Corrispondenza: prof. Francesco Giorgino,
Dipartimento dell’Emergenza e dei
Trapianti di Organi,
Sezione di Medicina Interna,
Endocrinologia, Andrologia
e Malattie Metaboliche, Università degli
Studi di Bari,
piazza Giulio Cesare 11, 70124 Bari
e-mail: f.giorgino@endo.uniba.it.
Estratto a cura di Antonio Vetrano,diabetologo |