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Donna, giovane e con una forte paura di vivere. È l’identikit di chi
soffre di
DISTURBI ALIMENTARI
in Campania. A rivelarlo è il Centro pilota regionale per i disturbi
del comportamento alimentare, attivo presso il Dipartimento di
psichiatria dell'Università di Napoli Sun, punto di riferimento
nella Campania e nel Mezzogiorno
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Tra le sale del Centro è facile imbattersi soprattutto in
adolescenti e giovani, i più colpiti da tali disturbi. Il range
d’età è compreso, infatti, tra i 16 e i 36 anni per l’anoressia e la
bulimia, e tra i 27 e 47 anni per il binge eating disorder. Si
tratta, nella maggior parte dei casi, di studentesse o di persone
ancora in cerca di prima occupazione. Circa l’80% dei pazienti,
oltre al disturbo del comportamento alimentare, presenta un’altra
patologia psichiatrica associata, come la depressione o un disturbo
d’ansia. I trattamenti che vengono erogati sono di vario tipo. «In
genere le cure sono differenziate in base a fattori quali la gravità
del quadro clinico, la collaborazione dell’utente e le
caratteristiche dell’ambiente familiare - continua il professore
Monteleone - L’intervento prevede la collaborazione tra più
specialisti: lo psichiatra, lo psicologo, il nutrizionista e, nei
casi con complicazioni organiche, l’internista». Le maggiori
probabilità di successo terapeutico sono garantite dalla
contemporanea pratica di un counseling dietetico-nutrizionale, di
una farmacoterapia e di una psicoterapia. Il primo mira alla
correzione delle abitudini nutrizionali scorrette, attraverso il
monitoraggio quotidiano dell’alimentazione (diario alimentare) e
l’osservazione di una dieta individualizzata. La farmacoterapia, nel
caso dell’anoressia nervosa, punta soprattutto alla cura delle
eventuali patologie psichiatriche associate, come la depressione e i
disturbi d’ansia, e a correggere le disfunzioni organiche legate
alla denutrizione. Nel caso della bulimia nervosa, oltre alla cura
della depressione o dei disturbi d’ansia associati, la terapia
farmacologica prevede la somministrazione di composti (quali
fluoxetina, fluvoxamina, sertralina) efficaci nel controllo delle
crisi bulimiche. Infine la psicoterapia, che costituisce una
componente fondamentale dell’intervento. «Le tecniche utilizzate
sono varie - spiega lo specialista - anche se il modello più
ampiamente applicato presso il nostro Centro è quello
cognitivo-comportamentale, che mira a correggere alcuni schemi
mentali (come la bassa stima di sé e la distorsione dell'immagine
corporea)». Nei casi senza complicanze organiche e in cui si può
contare sulla piena disponibilità del paziente e sulla
collaborazione dei genitori, il trattamento è di tipo ambulatoriale,
mentre, se la collaborazione non viene ritenuta sufficiente, si
ricorre a un trattamento in regime di day-hospital. Nei casi
clinicamente gravi e con totale rifiuto del cibo, infine, si arriva
al ricovero. «Il ricovero è necessario nei casi di anoressia nervosa
con forte calo ponderale e totale rifiuto a rialimentarsi, o quando
compaiono squilibri idro-elettrolitici, che mettono in serio rischio
le funzioni vitali della paziente - aggiunge il professore
Monteleone - Il ricovero è altresì indicato nei soggetti a rischio
di suicidio o quando è necessario allontanare il paziente dal
proprio ambiente familiare per interrompere dinamiche relazionali
che contrastino con l’iter terapeutico. A tale proposito,
un’attenzione particolare viene riservata ai genitori». La
collaborazione dei familiari è considerata fondamentale. Quando i
genitori di una ragazza anoressica realizzano ciò che sta accadendo
alla propria figlia, diventano estremamente ansiosi e disorientati,
e mettono in atto comportamenti spesso inadeguati, diventando
iperprotettivi, sollecitandola continuamente a mangiare e
controllandola quando va in bagno. Nei casi di bulimia, al
contrario, la famiglia si accorge piuttosto tardivamente di quello
che sta succedendo e, in genere, sottovaluta la questione fino a
quando non si verifica il vomito autoindotto. A questo punto i
genitori diventano estremamente ansiosi e a volte inopportuni. «Il
consiglio è di coinvolgere e «utilizzare» i familiari solo dopo
averne parlato con la paziente - conclude Monteleone - affinchè
forniscano un’attenzione affettiva alla propria figlia, secondo le
regole prescritte dal terapeuta, ma senza interventi diretti del
tipo obblighi o imposizioni alimentari. Può essere molto utile
offrire alla ragazza opportunità di distrazioni e contatti sociali».
Sul fronte dei successi terapeutici, poi, bisogna valutare diversi
aspetti. Le probabilità di successo sono sicuramente maggiori per la
bulimia, con punte fino al 90% di guarigioni con un approccio
terapeutico integrato e quando il disturbo viene trattato nelle fasi
precoci del suo decorso. Per l’anoressia nervosa, invece, la
prognosi è meno favorevole, in quanto solo un 50-60% dei casi va
incontro a guarigione, mentre i rimanenti evolvono verso forme
croniche con andamento continuo o subcontinuo.
SANDRA
FLORIO
Da
IL MATTINO ,SPECIALE SALUTE del 20/9/2007 |