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Quando l’abbuffata è compulsiva

Si può ricorrere
alla psicoterapia di gruppo si agisce sugli aspetti
cognitivo-comportamentali
C’è ABBUFFATA e abbuffata. Un
episodio di ingestione di una grande quantità di cibo con la sensazione
di non riuscire a fermarsi può capitare a chiunque nel corso della vita,
spesso in coincidenza con litigi o frustrazioni. Se però le abbuffate si
ripetono con frequenza elevata, diventando quasi un’abitudine, possono
essere la spia di una patologia vera e propria, chiamata oggi binge
eating disorder (cioè, sindrome dell’abbuffata compulsiva). Tale
malattia è caratterizzata da episodi di ingozzate o da giornate
ricorrenti di alimentazione incontrollata, con ingestione di grandi
quantità di cibo anche senza sentirsi affamati e con la sensazione di
non riuscire a fermarsi o a controllare che cosa e quanto si sta
mangiando. Spesso il binge eater si lascia andare a questi sfoghi
alimentari quando nessuno lo vede, perché in fondo se ne vergogna:
frequente è l’assalto notturno al frigorifero o alla dispensa. Alcuni
soggetti pianificano sistematicamente le loro abbuffate: acquistano il
cibo, lo nascondono e poi lo consumano nell’isolamento e nella
segretezza, fino ad essere completamente pieni. «Dopo queste abbuffate,
a differenza di quanto accade nella bulimia nervosa, le persone con
binge eating disorder non mettono in atto comportamenti di compenso,
quali vomito auto-indotto, abuso di lassativi, digiuni o esercizio
fisico eccessivo, che mirano a eliminare le calorie ingerite - spiega il
professore Mario Maj, presidente della Società mondiale di psichiatria -
di conseguenza, esse vanno incontro a un aumento di peso, diventando
obese e, spesso, si ritrovano tra i cosiddetti grandi obesi. Sono
presenti abitualmente sentimenti di sconfitta, di colpa e di disgusto
per se stesso e per le proprie dimensioni corporee e vulnerabilità nelle
relazioni interpersonali». La frequenza del binge eating disorder nella
popolazione generale viene valutata tra lo 0.7% e il 4%. Tra le persone
che si sottopongono a programmi di controllo del peso, la frequenza del
disturbo è stimata tra il 15 e il 50%, in media 30%. In uno studio
condotto negli Stati Uniti tra i frequentatori dell’Overeating Anonymous,associazione
comprendente prevalentemente soggetti con obesità grave, la percentuale
delle persone con binge eating disorder era del 70%. In Italia, si stima
che il disturbo interessi circa un milione e 300mila persone. Il binge
eating disorder risulta essere leggermente più frequente nelle donne che
negli uomini (rapporto 3:2). L’insorgenza del disturbo avviene di solito
nella tarda adolescenza o nella terza decade di vita, ma la diagnosi è
di solito ritardata di diversi anni. Il binge eating disorder si associa
frequentemente ad altre patologie, sia somatiche che psichiche. Sul
versante somatico, questi pazienti sono a rischio per tutte le
complicanze dell’obesità (malattie cardiovascolari, diabete mellito,
alcune neoplasie, etc.). Sul versante psichico, essi presentano una più
elevata frequenza della depressione maggiore, dei disturbi di
personalità e, secondo alcuni studi, anche dell’abuso di sostanze e dei
comportamenti impulsivi patologici (compulsione patologica agli
acquisti, cleptomania). «Per quanto riguarda i meccanismi
psicopatologici, sono possibili più percorsi - continua Maj - Un primo
percorso è quello che parte dalla restrizione dietetica. Su una base di
ridotta autostima e di perfezionismo e in presenza dell’attuale
pressione socio-culturale a favore del modello della donna magra, viene
attuata la restrizione dietetica. Questa determina sentimenti di
deprivazione e un’aumentata sensibilità agli stimoli alimentari che,
eventualmente in presenza di eventi esistenziali stressanti, determinano
le abbuffate. Un secondo percorso ha come causa l’instabilità
emozionale: le abbuffate vengono utilizzate dal soggetto per alleviare
la depressione o l’ansia. Tale comportamento dà origine a un circolo
vizioso per almeno due motivi. In primo luogo, il ricorso al cibo per
bloccare le emozioni negative impedisce al soggetto di affrontare e
risolvere i suoi problemi di fondo, per cui questi continueranno a
innescare stati d’animo negativi e nuove abbuffate. In secondo
luogo,dopo i primi momenti in cui le abbuffate portano al soggetto una
sensazione di sollievo, esse generano sensi di colpa, disgusto,
riduzione dell’autostima che, a loro volta, innescano nuove abbuffate e
così via». L’identificazione del binge eating disorder è importante dal
punto di vista della salute pubblica, perché permette di caratterizzare
un sottogruppo di pazienti obesi con problematiche eminentemente
psichiatriche, i quali spesso non rispondono alla terapia medica
classica per l’obesità e possono invece giovarsi di interventi
terapeutici differenti. La presenza del disturbo si associa, infatti, a
una maggiore probabilità di insuccesso della terapia dietetica
dell’obesità e in particolare dei regimi marcatamente ipocalorici.
Queste persone tipicamente non riescono a rispettare il regime
ipocalorico programmato e passano, senza soluzione di continuità, a
un’alimentazione incontrollata e caotica, nell’impossibilità di
mantenere una via di mezzo tra i due estremi. Il binge eater è, quindi,
un paziente complesso, che ha bisogno di una cura che permetta di
affrontare contemporaneamente il disturbo del comportamento alimentare,
l’obesità e la frequente psicopatologia concomitante. «L’intervento di
prima scelta è la psicoterapia cognitivo-comportamentale, individuale o,
sempre più spesso, di gruppo - conclude il professore Maj -. Questa
psicoterapia si sviluppa in tre fasi. La prima è finalizzata alla
correzione del pattern alimentare alterato. La seconda fase è mirata a
correggere le distorsioni cognitive relative al peso, all’aspetto
fisico, ai cibi consentiti e alle modalità di alimentazione. La terza
fase è mirata all’identificazione delle situazioni ad alto rischio di
abbuffate e all’elaborazione di strategie per evitarle».
SERENA MARTUCCI
Da IL MATTINO SPECIALE SALUTE del
20/9/2007 |