|
La
metformina un nobel anticipato?

Le
biguanidi hanno una storia antica. Il loro uso può essere fatto risalire
al Medioevo europeo, quando la Galega Officinalis veniva utilizzata per
la cura del diabete. A partire dalla guanidina , principio attivo della
galega, furono sintetizzati svariati composti con proprietà
antidiabetiche già negli anni ’20 di questo secolo, ma solo negli anni
’50 furono disponibili fenformina e metformina. La metformina è l’unico
derivato guadinidico attualmente in uso in più di 90 paesi. In Europa, è
il secondo farmaco antidiabetico orale più prescritto, con un 40 % di
utilizzo in monoterapia, e il rimanente 60 % in associazione con
sulfoniluree. Nei primi 3 anni di utilizzo, da quando è stata approvata
la commercializzazione negli USA, la metformina detiene il 25 % del
mercato: di questo, il 33 % come monoterapia, un 8 % in associazione con
insulina e il restante 59% in combinazione con sulfoniluree.
La metformina :
un farmaco antiperglicemico
Nonostante vi siano ancora incertezze riguardo il meccanismo d’azione,
alcuni aspetti associati con l’uso della metformina nel paziente
diabetico sono chiaramente emersi: la metformina non stimola la
secrezione di insulina, non induce ipoglicemia quando usata in
monoterapia e non fa ingrassare. Tutto ciò è utile nel tipico paziente
diabetico di tipo 2, obeso e con insulino-resistenza. Appare quindi
legittimo il disappunto di quanti si aspetterebbero una maggiore
percentuale di utilizzo della metformina, come scelta farmacologica
iniziale, nel paziente diabetico obeso dopo il fallimento delle misure
non farmacologiche. I meccanismi proposti per spiegare l’effetto
antiperglicemico della metformina sono essenzialmente due: inibizione
della produzione epatica di glucosio, e stimolazione della captazione
periferica ( muscolare) del glucosio. La metformina può dunque
influenzare il metabolismo del glucosio a differenti livelli, anche se
questo non significa necessariamente che li debba influenzare tutti
contemporaneamente. L’effetto antiperglicemico della metformina è
dose-correlato: l’efficacia è già evidente al dosaggio di 500 mg/die e
può essere sfruttato in quei pazienti con iperglicemia lieve, con
possibilità di aumento fino a 2500 mg giornalieri in presenza di
iperglicemia più severa. La massima efficacia farmacologica in genere si
ottiene per dosaggi di 2000 mg/die. La riduzione dei livelli plasmatici
di glucosio a digiuno nei pazienti diabetici in trattamento con
metformina è simile a quella riscontrabile durante trattamento con
sulfoniluree. Il decremento della glicemia è tanto più marcato quanto
più elevati sono i livelli glicemici di partenza, anche se è molto
improbabile che si possa raggiungere una glicemia quasi normale per
livelli glicemici pre-trattamento molto superiori a 200 mg/dl. La
metformina è più idonea al trattamento dei pazienti diabetici obesi e
iperinsulinici, anche se la potenza dell’effetto antiperglicemico resta
simile nei pazienti obesi e non obesi.
Terapia
combinata: metformina e insulina
Studi epidemiologici e di intervento hanno fatto emergere il concetto
che il diabete tipo 2 è una malattia progressiva , in cui il controllo
glicemico si deteriora nel tempo nonostante un trattamento farmacologico
ritenuto efficace. Ciò comporta la necessità di modificare, anche più
volte, il trattamento ipoglicemizzante nel corso della malattia, in
particolar modo nel paziente obeso in cui gli insuccessi terapeutici
sono frequenti. Anche l’uso di insulina in quei pazienti può non essere
completamente efficace e resta comunque da chiarire se un trattamento
insulinico intensivo sia privo di rischi. In virtù delle sue
caratteristiche, la metformina potrebbe rappresentare una scelta
razionale per una terapia combinata con insulina in questi pazienti, con
lo scopo di migliorare il controllo glicemico e di ridurre il dosaggio
giornaliero di insulina esogena. Il trattamento con metformina in genere
determina una moderata caduta dei livelli plasmatici di trigliceridi
(10-20 %), specialmente nei pazienti con ipertrigliceridemia di base; a
questo effetto ben documentato, può associarsi una caduta più modesta
del colesterolo totale (5-10 %) e un aumento ancora più modesto del
colesterolo HDL. Questa capacità della metformina di modificare
favorevolmente il profilo lipidico potrebbe rappresentare un effetto
diretto del farmaco sul metabolismo lipidico (ridotta sintesi epatica di
VLDL), oppure essere secondario al miglioramento del metabolismo
glucidico che si riscontra in corso di trattamento con metformina.
L’effetto antidislipidemico della metformina è comunque evidente, anche
se di minore spessore, in quei diabetici in cui non si aveva una
consistente caduta glicemica dopo terapia combinata, facendo ipotizzare
un effetto diretto, in parte indipendente dal migliorato controllo
glicemico.
Metformina e
rischio cardiovascolare
Con
il termine di sindrome da insulinoresistenza si definisce una
costellazione di alterazioni metaboliche (ridotta sensibilità
all’insulina, iperinsulinemia, obesità centrale, alti livelli di
trigliceridi e bassi livelli di colesterolo –HDL, ridotta fibrinolisi)
ed emodinamiche (ipertensione arteriosa) che tendono a manifestarsi
insieme nello stesso individuo e concorrono ad aumentare il rischio
cardiovascolare nel soggetto diabetico, ma anche in quello con
intolleranza al glucosio.
Metformina e
glitazonici: il vecchio e il nuovo?
Poiché la resistenza insulinica gioca un ruolo importante nella genesi
dell’iperglicemia diabetica e, secondo alcuni, anche delle malattie
cardiovascolari, molte sono le piste che si stanno battendo per mettere
a punto farmaci in grado di ridurre la resistenza insulinica. Questi
nuovi farmaci, glitazonici, riducono l’iperglicemia diabetica
migliorando la sensibilità insulinica globale, con un’azione sia a
livello epatico che muscolare. Così, il nuovo sembra agire come il
vecchio: ciò non dovrebbe meravigliare più di tanto, poiché i meccanismi
responsabili dell’iperglicemia nel soggetto diabetico sono
essenzialmente due e comprendono aumentata produzione di glucosio,
principalmente dal fegato, e ridotta captazione periferica di glucosio,
principalmente dal muscolo. Uno studio recente riporta i risultati
ottenuti con un trattamento di tre mesi con troglitazone (400 mg/die per
os) o metformina (1000 mg/die bid) in pazienti diabetici scarsamente
controllati con dieta o sulfonilurea. In entrambi gruppi, la caduta del
glucosio plasmatico a digiuno è stata del 20 % circa (58 e 54 mg/dl),
con alcune importanti differenze : il troglitazone agiva principalmente
aumentando la captazione muscolare del glucosio stimolata dall’insulina,
mentre la metformina inibiva principalmente la produzione epatica di
glucosio. Un altro studio multicentrico ha dimostrato l’efficacia del
troglitazone (600 mg/die per 6 mesi) nel migliorare il controllo
glicemico in pazienti con diabete tipo 2 e trattati con insulina. Il
miglioramento del controllo glicemico ottenuto durante la terapia
combinata insulina/troglitazone è quantitativamente simile a quello
osservato durante trattamento combinata insulina/metformina nello stesso
paziente tipo. Al pari della metformina, i glitazonici possono essere
usati come scelta farmacologica iniziale, in pazienti diabetici obesi
con iperglicemia lieve-moderata, oppure combinato con altri
antidiabetici o insulina in caso di iperglicemia più severa.
Contrariamente alla metformina , la terapia con troglitazone si associa
con un aumento del colesterolo totale, causa incremento del peso
corporeo e necessita di periodici controlli per eventuale epatotossicità.
Metformina e glitazonici: il vecchio e il nuovo. Lasciateci pensare che
l’eventuale vincitore sarà riconosciuto tale in base a solidi argomenti
clinici piuttosto che il marketing.
Metformina
: un nobel anticipato?
Qualcuno ha detto che i farmaci antichi difficilmente conoscono la via
del tramonto. Al di là dell’esattezza di questa affermazione, è
singolare che questa molecola abbia mostrato le sue potenzialità
terapeutiche a più di 40 anni dalla sua introduzione sul mercato a
dispetto del fatto che il suo meccanismo d’azione sia ancora dibattuto.
Ancora più singolare a riguardo è la storia del premio Nobel per la
Medicina assegnato nel 1926 al tedesco Franck per i suoi studi sui
derivati guanidinici; egli sintetizzò il primo derivato guanidinico, la
sintalina A, utilizzato per scopi clinici. Il fatto che tale composto
fosse poi ritirato per l’eccessiva epatotossicità nulla toglie al
prestigioso riconoscimento ottenuto dai derivati della Galega
Officinalis più di 70 anni prima della pubblicazione dello studio UKPDS.
Antonio Vetrano, diabetologo |