diabete, , ,

 

 

 

IL “FOLLOW-UP” DEL DIABETICO CHE LAVORA

La malattia diabetica è stata definita malattia sociale, per il numero elevato e crescente di soggetti colpiti, per l’interessamento di tutte le età, per l’ereditarietà, per la lunga durata, per le complicanze, molte delle quali fortemente invalidanti e per le possibili influenze del lavoro nella genesi e nel decorso non solo della malattia, ma anche delle stesse complicanze. Tutto questo impone notevole necessità igieniche e terapeutiche come controlli medici, ospedalizzazioni frequenti e prestazioni varie di assistenza. Il tutto con imponente onere economico e con altrettanto imponente complesso di problemi per la collettività. I problemi medico sociali che questa malattia presenta possono essere diversi. Uno degli aspetti più interessanti riguarda il mondo del lavoro. Dal momento che nella maggior parte dei casi i diabetici, sono soggetti fra i 40 e i 60 anni di età, cioè in piena attività lavorativa, è comprensibile l’interesse per l’epidemiologia del diabete nel mondo del lavoro. Si tratta di uno studio di notevole difficoltà in quanto la non obbligatorietà della denuncia della malattia da parte dei medici curanti impedisce il riscontro preciso di quanti ammalati esistono in un dato periodo di tempo e la reale incidenza della forma morbosa in un determinato gruppo di lavoro. Per ciò che concerne l’influenza che l’ambiente di lavoro ha sulla malattia diabetica, a mio giudizio, due sono gli aspetti più interessanti:

a)      l’influenza che l’ambiente di lavoro può esercitare sul controllo della malattia;

b)      il ruolo che certe attività (sistemi di lavoro, talune intossicazioni professionali) possono avere nel provocare alterazioni della tolleranza agli idrati di carbonio in certe categorie di lavoratori o nell’evidenziare forme cliniche della malattia.

Per quanto riguarda l’influenza che l’ambiente di lavoro può avere sull’andamento del diabete è ben noto come i lavori cosiddetti “sedentari” possono influire negativamente sul controllo metabolico dei soggetti affetti, poiché l’attività fisica esercita una azione favorevole sull’utilizzazione periferica del glucosio, sulla secrezione insulinica e sensibilità all’insulina esogena nei soggetti in terapia insulinica. Quindi sarà molto importante, consigliare a queste persone delle attività ricreative che impegnano una certa attività muscolare durante il tempo libero. Non si deve dimenticare però che l’esercizio fisico eccessivo, come avviene per certe categorie di lavoratori (facchini, braccianti, scaricatori ecc..), può avere un effetto negativo sul controllo metabolico. Queste attività lavorative, cosiddette “pesanti”, determinano un dispendio energetico elevato cui l’organismo diabetico, in carenza di effetto insulinico, non può far fronte.

Nell’attività muscolare bisogna considerare anche la sua regolarità, in pazienti che, a causa del loro lavoro attuano l’attività muscolare discontinuamente bisogna fare molta attenzione nell’adattare la terapia dietetica e medicamentosa a seconda del consumo e del fabbisogno energetico. I frequenti sbalzi glicemici di questi diabetici, le loro oscillazioni ponderali rapportate al variare del consumo energetico, non possono a lungo andare non influire sfavorevolmente sulla prognosi a distanza della malattia. Anche il lavoro per turni nelle fabbriche a ciclo continuo o in alcuni ambienti di lavoro (ospedali, ferrovie ecc), può avere conseguenze estremamente dannose. In tali condizioni, infatti, specie nei diabetici in trattamento insulinico, si incontrano difficoltà talora insuperabili per una regolare distribuzione dei pasti e una corretta somministrazione della terapia. È noto a tutti quanto sia importante adeguare sempre quantitativamente la razione alimentare giornaliera e la sua distribuzione, così come anche la somministrazione della terapia nell’arco delle 24 ore. Ciò in rapporto al dispendio energetico di base e alle esigenze richieste dal tipo di lavoro svolto, secondo un ritmo regolare, facendo del soggetto diabetico che lavora quasi uno stereotipo costante. Questo, chiaramente, non lo si può ottenere nei lavoratori turnisti o in altre categorie come per esempio: nei rappresentati di commercio, sottoposti a spostamenti continui dell’orario e del ruolo di lavoro. In questa categoria di lavoratori và anche tenuto presente l’effetto dannoso che deriva all’organismo dal perturbamento dei bio-ritmi delle secrezioni endocrine legati all’evento luce-buio e al ritmo sonno-veglia, come ormai chiaramente dimostrato da numerosi autori. L’ambiente di lavoro può inoltre essere responsabile di disordini psico-emotivi, specie nelle lavorazioni a catena o anche semplicemente per contrasti che si possono verificare nell’ambiente di lavoro. Tutto questo può causare degli stati d’ansia anche nei soggetti normali, a maggior ragione nei diabetici che frequentemente sono degli ansiosi per loro natura, per una situazione psicologica particolare di malati cronici e per la instabilità metabolica dovuta alle oscillazioni glicemiche. Quindi i ritmi di lavoro, i fattori ambientali e tutto ciò che è negativamente legato all’ambiente di lavoro, possono intervenire sull’equilibrio metabolico dei pazienti attraverso reazioni psico-emotive che si traducono in perturbazioni neuro-endocrine a tipo di stress ricorrente. Questo rapporto tra fattori psico-emotivi e loro effetti sull’omeostasi glucidica del diabetico costituisce un esempio di “Correlazione psico-somatica”. È ben nota l’importanza dell’impegno del Snc (corteccia cerebrale, ipotalamo, ecc…) nella regolazione del metabolismo glucidico. Il meccanismo attraverso il quale l’evento psico-emotivo interferisce nella regolazione glucidica è molto complesso e vi intervengono numerosi fattori fisiopatogenetici, di cui alcuni noti altri ancora oscuri. Anche le stesse lievi crisi ipoglicemiche secondarie dovute talvolta alle brusche variazioni dell’attività fisica o a un improvviso aumento dell’esercizio fisico possono provocare squilibri neuro-endocrini analoghi. Ritengo però, a questo proposito, che sia doveroso sottolineare l’importanza che le crisi ipoglicemiche, anche se lievi e transitorie, possono avere per le conseguenze a cui danno luogo non solo nell’interessato, ma anche nella comunità, allorché questi soggetti sono addetti a posti di responsabilità collettiva; intendo riferirmi a quelle persone adibite al controllo di impianti industriali grossi e importanti, alla guida di mezzi di trasporto pubblici, etc. Si deve inoltre ricordare l’importanza dei disturbi della refrazione, così frequenti nei soggetti diabetici, specie in trattamento insulinico. È chiaro quindi che bisogna evitare in maniera assoluta di inserire tali persone in attività lavorative non adatte al loro stato di malattia. Infine, considerando alcuni fattori di rischio individuali legati al tipo ed all’ambiente di lavoro, bisogna evitare tutti quei motivi che, in determinate condizioni, possono danneggiare in modo specifico determinati organi e apparati particolarmente vulnerabili nei soggetti diabetici, ad esempio il freddo umido per la microcircolazione ai piedi, gli ambienti rumorosi perché possono aggravare una ipoacusia frequentemente presente, il rischio di saturnismo, l’uso della fiamma ossidrica, della saldatura autogena per la facilità con cui può provocare alterazioni a carico del cristallino, come pure si dovrebbe evitare che il personale sanitario e parasanitario affetto da diabete mellito sia esposto al contagio di particolari malattie infettive (TBC, virus epatite ecc..). Molto complesse e molto spesso controverse sono le ipotesi che l’ambiente di lavoro e determinate professioni possano avere nell’evidenziare un dismetabolismo glicidico. È nota a tutti la maggiore incidenza della malattia diabetica in quelle categorie di persone addette a lavori leggeri o sedentari (impiegati,professionisti, casalinghe, commercianti, insegnanti ecc) questo verosimilmente è dovuto al fatto che l’inattività fisica gioca un ruolo negativo sia per ciò che riguarda l’utilizzazione periferica, sia per la secrezione insulinica. Se poi si considera anche che le categorie di persone citate appartengono a un livello socio-economico più elevato, facilmente si intuisce come si vengono a sommare due effetti negativi: aumentato introito di calorie e diminuito dispendio energetico. Non mancano gli elenchi, le classificazioni, i gruppi di attività verso i quali sarebbe consigliato avviare il giovane diabetico, ma in realtà, al momento della messa in pratica di questi buoni propositi molto spesso non si esce dalle direttive e dai consigli di ordine generico, tenuto anche presente che questo problema si collega con quello grave del posto di lavoro, oggi così difficile da ottenere, nel nostro paese. Tenuto presente questo, ci si rende facilmente conto che per il giovane diabetico, proprio per le limitazioni della sua utilizzazione nel mondo del lavoro, il problema dell’occupazione è uno dei più gravi. A tutto ciò va aggiunto che spesso si associa una certa diffidenza da parte dell’impresa pubblica o privata nell’atto di assunzione di un diabetico per cui questi soggetti nascondono costantemente la loro malattia ai medici addetti ad emettere giudizio di idoneità a svolgere determinati compiti. La visione del datore di lavoro è certamente distorta, infatti è stato ampiamente  documentato che i soggetti diabetici, allorché vengono impiegati in attività adatte e compatibili alle loro capacità lavorative, non fanno registrare un tasso di assenteismo superiore a quello della popolazione generale. Il loro rendimento non è inferiore a quello della popolazione normale. Ma certamente non meno errato, anche se giustificato, è l’atteggiamento dei soggetti diabetici che nascondono il loro stato di malattia, sia che siano stati assunti già diabetici, sia che lo siano diventati in un secondo tempo, in quanto questo atteggiamento fa si che spesso vengono impiegati in attività poco compatibili o addirittura controindicate, con effetti a volte disastrosi. Questo atteggiamento impedisce inoltre una corretta somministrazione della terapia, vuoi per turni di lavoro, vuoi per sforzi fisici eccessivi a cui un soggetto diabetico non dovrebbe essere sottoposto, vuoi perché adibiti a lavori caratterizzati da stress emozionali abituali (conduttori di treni, di automezzi pesanti, agenti di polizia ecc.). Tutti questi problemi potranno essere risolti solo quando sarà data pratica applicazione  dell’art 8 della legge n. 115 del 16/3/87 che così recita: “la malattia diabetica ben compensata non costituisce motivo ostativo al rilascio del certificato di idoneità fisica per l’iscrizione nelle scuole di ogni ordine e grado, per lo svolgimento di attività sportive a carattere non agonistico e per l’accesso ai posti di lavoro pubblico e privato, salvo i casi per i quali si richiedono specifici, particolari requisiti attitudinali”. Un altro problema medico-sociale della malattia diabetica, legato in parte all’attività lavorativa, è quello che riguarda il cosiddetto “tempo libero”.  Non si insisterà mai abbastanza, anche se in tutti i congressi nazionali e internazionali viene ribadita la necessità di una adeguata attività muscolare nei soggetti diabetici. Anche l’OMS ha stigmatizzato le misure atte a ottenere un buon compenso e tra queste oltre alla dieta e alla terapia medicamentosa ha associato una adeguata attività muscolare. Come è stato più volte ripetuto in precedenza, l’esercizio fisico è un elemento importantissimo per il raggiungimento dell’equilibrio metabolico dei soggetti diabetici, per il raggiungimento prima e il mantenimento poi del peso ideale. Inoltre, allorché l’esercizio fisico viene svolto come attività sportiva piacevole all’aria libera, può anche esercitare una certa distensione psicologica, tanto utile in questi pazienti che come abbiamo visto in precedenza sono frequentemente degli ansiosi, dei depressi per il solo fatto di essere portatori di una malattia cronica. L’attività muscolare deve essere modesta, occorre evitare gli stress fisici e le tensioni di tipo agonistico va praticata in periodi costanti nel corso della giornata, possibilmente a stomaco pieno per prevenire episodi ipoglicemici dovuti all’aumentato consumo periferico del glucosio. Quindi si consiglierà la marcia e la ginnastica a corpo libero, il nuoto, il tennis, il ciclismo ecc., mentre si sconsiglieranno sempre il pugilato, la lotta, l’alpinismo e il calcio a impegno agonistico. Anche a proposito del tempo libero, come per il lavoro, tutti i nostri consigli rimangono solo a livello di enunciazione teorica, perché in carenza di adeguati interventi di educazione sanitaria e di attrezzature sportive, i diabetici continueranno il più delle volte a trascorrere il loro tempo libero giocando a carte nei bar o più frequentemente davanti a un televisore.

Aspetti legislativi   

Il 16/3/87 il Parlamento Italiano ha emanato la legge 115 che dà mandato alle Regioni e alle Province autonome di organizzare, nell’ambito del proprio territorio e nei limiti finanziari indicati dal fondo Sanitario Nazionale, piani di indirizzo per fronteggiare la malattia diabetica. Gli interventi regionali sono rivolti:

a)      alla prevenzione e alla diagnosi precoce della malattia diabetica;

b)      al miglioramento delle modalità di cura dei cittadini diabetici;

c)      alla prevenzione delle complicanze;

d)      a agevolare l’inserimento dei diabetici nella scuola, nelle attività sportive e nel lavoro;

e)      ad agevolare il reinserimento sociale dei cittadini colpiti da gravi complicanze post-diabetiche;

f)        a migliorare l’educazione e la coscienza sociale generale per la profilassi della malattia diabetica;

g)      a favorire l’educazione sanitaria del cittadino diabetico e della sua famiglia;

h)      a provvedere alla preparazione e all’aggiornamento professionale del personale sanitario addetto ai servizi.

Alla lettera <<d>> si parla di agevolare l’inserimento dei diabetici nella scuola, nelle attività sportive e nel lavoro. Per quanto ne sappia, però, nella quasi totalità delle regioni italiane non esistono quelle disposizioni legislative che mettono in pratica queste disposizioni per la tutela del soggetto diabetico nel mondo del lavoro. Per cui ancora oggi sono attuali le seguenti ipotesi giuridiche:

1)      il lavoratore diventa diabetico prima dell’avviamento al lavoro;

2)      il lavoratore diventa diabetico durante il rapporto di lavoro;

3)      la malattia diabetica del lavoratore si aggrava durante il rapporto di lavoro.

Consideriamo queste tre ipotesi in rapporto alle disposizioni legislative attuali. Per quanto riguarda la prima ipotesi, il problema si pone in termini di accertamenti sanitari preventivi all’atto dell’assunzione al lavoro. La nostra legislazione in tema di accertamenti sanitari che è del maggio 1970, dispone che “sono vietati accertamenti da parte del datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente”. Detti accertamenti debbono essere svolti oggi dai sanitari del servizio legale delle A.S.L. Però mentre questa disposizione legislativa impedisce di svolgere accertamenti sanitari nei confronti dei propri dipendenti, la giurisprudenza  comune ha legittimato il datore di lavoro a procedere in proprio, cioè attraverso i propri sanitari, alle cosiddette visite mediche di selezione nei confronti del personale che, avviato dall’ufficio di collocamento, ancora non è giuridicamente lavoratore dipendente. Tale situazione evidentemente crea poche difficoltà nei confronti di quei lavoratori che, pur non essendo invalidi, ma essendo affetti da una malattia come il diabete, non sono in condizione di svolgere determinate mansioni. Ora, poiché il datore di lavoro quasi costantemente valuta l’idoneità fisica del lavoratore da assumere non in ragione dell’utilizzazione dello stesso alle mansioni cui deve destinarlo, ma in ragione dell’utilizzabilità in tutte le mansioni presenti nella organizzazione del lavoro, la condizione diabetica del lavoratore può giustificare il mancato affidamento a questi soggetti di particolari mansioni. Diventa così causa di mancata assunzione degli stessi, come si trattasse di lavoratore del tutto inidoneo al lavoro. Più complessa appare la problematica del lavoratore che scopre di essere diabetico durante il rapporto di lavoro o il cui stato di malattia si aggrava durante il rapporto di lavoro fino a rendere il prestatore d’opera inidoneo alle mansioni in concreto esercitate. In queste ipotesi, il problema si pone in tema di alternativa tra licenziamento per inidoneità al lavoro esercitato o reinserimento, fatta salva l’equivalenza delle mansioni, in attività confacenti nella struttura di appartenenza. È da aggiungere che non esistono norme che obbligano l’imprenditore ad affidare al lavoratore, non assunto obbligatoriamente con le leggi speciali di assunzione degli invalidi, mansioni compatibili e confacenti con le sue condizioni fisiche. Non meraviglia pertanto che, in caso di sopravvenuta inidoneità del lavoratore alle mansioni in concreto esercitate, si affermi pressoché unanimamente che “la sopravvenuta incapacità fisica o psichica del lavoratore alle prestazioni lavorative “per cui è stato assunto, costituisce valido motivo di licenziamento, incidendo negativamente sull’organizzazione aziendale e non sussistendo l’obbligo per l’imprenditore di adibire il lavoratore a mansioni diverse. Al lavoratore spetta solo il diritto di provare che il licenziamento è pretestuoso per la sussistenza di particolari circostanze che denotino l’intendimento del datore di lavoro di profittare di quella particolare situazione al fine  di recedere dal contratto, come viene dimostrato quando sia stato destinato altro lavoratore alle mansioni negate al lavoratore licenziato. Perché questo indirizzo giurisprudenziale percorra una strada diversa e più giusta, soprattutto in ossequio alla legge 115, bisogna che le parti sociali comincino ad avviare un processo interpretativo diverso. Devono tener conto delle differenti concezioni che la medicina moderna fa oggi di tante malattie una volta ritenute sicuramente invalidanti quali ad esempio la malattia diabetica.

 Michelangelo De Falco, medico del lavoro

 

Istituto per lo studio e la cura del diabete - Centro di diabetologia accreditato SSN
Regione Campania - Centro di Ricerca sul Piede Diabetico e sull'Educazione Alimentare
decreto n.315 del 19-12-2004
Via XXV aprile, complesso Ex Abetaia - Casagiove - 81022
 
ultimo aggiornamento domenica 27 giugno 2010 12.48.49
email: info@diabetologia.it      webmaster: Pietro Tatavitto, DAMA s.a.s.