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SINDROME DEPRESSIVA E
DIABETE MELLITO:
UNA RILEVANTE ASSOCIAZIONE

Il panorama
della letteratura internazionale, in questi ultimi anni, si è sempre più
arricchito di dati epidemiologici e lavori di ricerca clinica circa la
relazione, ormai ampiamente documentata, tra due patologie
caratterizzate da elevata prevalenza nella popolazione generale: il
diabete mellito, specialmente il tipo 2 (DMT2) e la sindrome depressiva.
Come noto, in Italia, la prevalenza del diabete mellito è stimata
attorno al 3% della popolazione generale, con il DMT2 che rappresenta il
95 % del totale. I dati della prevalenza della sindrome depressiva sono
altrettanto allarmanti; infatti, si stima che dal 5 al 12 % degli uomini
e dal 10 al 25% delle donne soffrirà di un episodio depressivo maggiore
nel corso della vita e circa il 3% degli uomini e dal 5 al 9% delle
donne abbia una sindrome depressiva clinicamente manifestata.
L’ASSOCIAZIONE DEPRESSIONE - DIABETE MELLITO
Recenti analisi
hanno messo con chiarezza in evidenza la considerevole frequenza
dell’associazione tra le due patologie al punto da affermare che la
sindrome depressiva risulta essere maggiormente presente nei soggetti
affetti da diabete mellito rispetto a qualunque altro gruppo di pazienti
con altre patologie che affollano gli studi del MMG ed i centri di
diabetologia. Si stima che ben il 15-20% dei soggetti con il diabete
mellito, sia tipo 1 che 2, presenti una sindrome depressiva.
DEPRESSIONE E
DIABETE, LE RAGIONI DEL LEGAME
A tutt’oggi le
cause dell’alta prevalenza della depressione nel Paziente con DMT2 non è
compresa fino in fondo. Ci sono due ipotesi dominanti:
1. la
depressione dipende da fattori biochimici direttamente dovuti alla
condizione patologica presente;
2. la
depressione è il risultato della “condizione” stressante, delle paure e
disagio psichico che la malattia cronica diabete mellito comporta,
particolarmente quando si presenta una complicanza micro-macroangiopatia
con la conseguente limitazione o incremento del bisogno di cura.
A suffragio
della prima ipotesi è il dato di alcuni studi circa la presenza, in
entrambe le condizioni, di una comune alterazione. Per esempio, un
aumento dell’attività dell’asse ipotalamo-ipofisisurrene con conseguente
incremento della secrezione di cortisolo è stato osservato sia nel
soggetto depresso sia in quello con diabete mellito. La veridicità di
questa ipotesi viene messa sempre più in discussione. È certo, invece,
che la presenza di un episodio di depressione maggiore rappresenta una
condizione che aumenta significativamente il rischio di sviluppo il
DMT2. Altra osservazione è che il decorso della sindrome depressiva nel
DMT2 è atipica, essendo generalmente caratterizzata da una durata più
lunga e da un più alto indice di ricorrenza rispetto agli episodi che
interessano i soggetti non-diabetici. La seconda ipotesi, invece,
afferma che la depressione, nel soggetto con diabete mellito, è il
risultato del disagio indotto dall’essere diabetico, e alcuni studi
concludono che la sindrome depressiva è dovuta alle difficoltà di
adattamento, in particolare, alla presenza delle complicanze
micro-macroangiopatiche del diabete mellito. Sebbene, quindi, la ricerca
delle cause della depressione nel paziente con DMT2 non sia, a tutt’oggi,
esauriente, alcuni “punti fermi” si sono identificati: se escludiamo le
forme di depressione che si sviluppano come conseguenza della comparsa
delle complicanze, generalmente la sintomatologia depressiva precede la
diagnosi del DMT2 di alcuni anni e l’episodio depressivo dura più a
lungo rispetto ai soggetti non- diabetici. È significativa
l’associazione, nel soggetto diabetico, tra depressione e iperglicemia.
Significativi sono anche i dati che correlano la presenza della sindrome
depressiva e la scarsa “compliance” ai consigli alimentari nel soggetto
diabetico, in particolare di tipo 1 che, associati alla precedente
osservazione circa lo scarso controllo glicemico, portano, come provato,
all’aumento del rischio di sviluppare le complicanze croniche della
malattia diabetica sia micro che macroangiopatiche.
PRATICA
CLINICA: RICONOSCIMENTO DELLA DEPRESSIONE NEL PAZIENTE DIABETICO
Il problema
tuttora da risolvere, nella pratica clinica, è rappresentato dal
riconoscimento della sindrome depressiva. Infatti, molteplici studi
hanno messo in risalto che la maggior parte dei pazienti depressi non
viene diagnosticata o, quando la diagnosi viene posta, viene trattata in
modo non appropriato. Le ragioni che possono giustificare questo gap
sono molteplici, ma le principali riteniamo siano:
1)
la necessità di una formazione specifica per i
diabetologi e i MMG in particolare;
2)
l’assenza di uno schema di integrazione tra
medici e Consulente Psichiatra;
3)
una delle cause intenzionalmente ritenute
essere di maggior rilevanza è il problema della “Depressione mascherata”
condizione in cui il paziente presenta uno o più sintomi somatici (somatizzazione)
che nasconde7ono il disagio psichico, vera causa della sintomatologia.
CONCLUSIONE
Da dati recenti
della letteratura emerge come i soggetti con diabete mellito abbiano una
probabilità circa doppia, rispetto ala popolazione non diabetica, di
sviluppare una sindrome depressiva. La depressione, in questi pazienti,
è chiaramente correlata con un rapido peggioramento del controllo
metabolico, favorendo lo sviluppo e peggiorando il decorso delle
complicanze angiopatiche. In ultima analisi, la co-presenza della
depressione rappresenta una delle cause principali di insuccesso di
qualunque processo di “gestione” della malattia cronica. Inoltre, è
provato essere responsabile di un significativo incremento della spesa
sanitaria, in un momento sociale di particolare ristrettezza. Da quanto
segnalato, risulta importante e non più procrastinabile la necessità
degli Operatori sanitari implicati nella gestione del DMT2 di essere
sensibilizzati al problema co-presenza della depressione al fine di
attuare procedure di screening atte al suo riconoscimento. È ben noto,
però, che ciò non basta, ma impone passaggi successivi quali: l’attento
follow-up del paziente posto in trattamento antidepressivo e il
monitoraggio nel tempo attento e scrupoloso dell’efficacia del
trattamento stesso oltre alla valutazione della sua influenza sul
controllo glicemico, ma più in generale sulla qualità di vita del
paziente.
A cura di Angela Mariniello,
neurologa |