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Arteriosclerosi: il vino rosso è una medicina
Vino rosso fa buon sangue. A
dimostrarlo un team di ricercatori del dipartimento di Patologia
generale della Seconda università di Napoli, guidati da Claudio Napoli e
Vincenzo Sica. Artefici del contrasto all’azione dannosa delle placche
aterosclerotiche, le patine di grasso che ostruiscono le arterie, i
polifenoli, composti organici contenuti nella buccia dell’uva e quindi
nel vino rosso. Il vino in cima alla lista, per i suoi effetti benefici
nella popolazione adulta comune, risulta essere l’Aglianico. Sul fronte
della prevenzione, invece, via libera alle cellule staminali, capaci di
ricostruire l’intero sistema arterioso. Nuove etichette sulle bottiglie
di vino rosso, simili a quelle dell’acqua minerale, che certificano
l’importanza di berne una modica quantità, per migliorare il proprio
stato di salute. Garanzia, questa, della qualità di tutta la
filiera di produzione e valido lasciapassare dei vini nostrani nel
processo di conquista dei mercati internazionali. Su di esse la
probabile scritta è “Questo vino è stato testato e riduce la formazione
di placche aterosclerotiche”. Il vino rosso, dunque, fa buon sangue. A
dimostrarlo una volta per tutte, un team di ricercatori appartenenti al
dipartimento di Patologia, generale, specificamente alla divisione di
Patologia Clinica, della Seconda Università degli Studi di Napoli, in
collaborazione con Louis Ignarro, professore di farmacologia e premio
Nobel nel 1998 per la medicina e la fisiologia. Ma le collaborazioni
illustri non sono finite: c’è anche il dipartimento di Patologia umana
quello di Biochimica e Biofisica sempre della Seconda Università di
Napoli, la divisione di Anestesiologia ed il dipartimento di
Farmacologia molecolare e medica dell’Università della California; la
divisione di Ipertensione della Clinica Mayo di Rochester; il
dipartimento di Anestesiologia, dell’Università di Novara. Ancora, il
dipartimento di Medicina interna del Centro medico di Berkshire a
Pittsfield e l’Evans Department of Medicine della Boston University,
Boston. La ricerca si inquadra in un più ampio filone di studi portati
avanti nell’ambito della cura e della prevenzione dei danni alle cellule
endoteliali, cioè le cellule che rivestono le arterie. “Questo processo
di danneggiamento — spiega Vincenzo Sica, coordinatore della ricerca
assieme a Claudio Napoli — comincia già nel feto per poi manifestarsi
con malattie gravi, a carico del sistema cardiovascolare, nell’anziano”.
Un processo che però nel giovane può essere inibito, visto che queste
alterazioni non si sono ancora manifestate. L’attuale ricerca è durata
tre anni, ma affonda le sue radici lontano, nelle sperimentazioni sull’arginina,
un aminoacido, assunto in piccole quantità, nella sua normale funzione è
in grado di produrre ossido nitrico, un antiossidante capace di dilatare
le arterie, migliorando il grado di ossigenazione del sangue e ridurre
di conseguenza la formazione di placche aterosclerotiche. “Se le placche
cariche di colesterolo si depositano sulle pareti interne delle arterie
— continua Sica - la portata dell'arteria stessa si riduce, il flusso
sanguigno decresce fino anche a bloccarsi per la formazione di un grumo,
portando ad attacco cardiaco oppure ad un ictus”. Il secondo step della
ricerca è stato dunque quello di eseguire sperimentazioni sui polifenoli,
composti organici, antiossidanti, derivati dai fenoli, largamente
diffusi in natura, nel regno vegetale, e nella buccia dell’ uva in
particolare, ma anche in tutta la frutta colorata, rivelatisi in grado
di ridurre, almeno in parte, i danni da aterosclerosi. “Fondamentale —
evidenzia il coordinatore della ricerca — è stato il passaggio, da noi
effettuato, dagli studi in vitro a quelli sui topi”. Eroi di questa
ricerca, quindi, sono un gruppo di topolini trasgenici, in cui è stato
cioè modificato un gene che incide sul livello di Ldl, il cosiddetto
“colesterolo cattivo”. Gli studi mostravano che, a causa di questa
modificazione genetica, secondo il racconto dei ricercatori, se i
topolini non assumevano alcun tipo di grasso riuscivano a vivere, in
perfetta salute, per ben due anni e mezzo, mentre, se ne assumevano
anche la minima quantità, sviluppavano tutte le malattie sovrapponibili
dell’uomo, ed il loro arco vitale si riduceva a soli sei mesi. Proprio a
loro, dunque, i ricercatori hanno somministrato per sei mesi una
quantità di polifenoli corrispondenti a quattro bicchieri di vino al
giorno, un volume poi dimostratosi capace di ridurre notevolmente la
quantità di placche aterosclerotiche. Un risultato stupefacente e
totalmente rapportabile al ciclo vitale umano: infatti i due anni e
mezzo del topolino corrispondono ai 75 anni medi dell’uomo. I polifenoli
si rivelano utili nella lotta allo shear stress perturbato. Ma cos’è lo
shear stress perturbato? E’ quel fenomeno per il quale un flusso di
sangue molto forte, tipico dei soggetti ipertesi che soffrono di
alterazioni della pressione sanguigna, colpendo un punto alterato da una
placca di grasso provoca la formazione di un coagulo, prodotto
paradossalmente dall’organismo per cercare di riparare il danno. Tale
coagulo, però, riduce il volume del vaso sanguigno, finendo per
occluderlo e provocando infarti ed ictus. Per cercare di prevenire
questo fenomeno esiste però un numero magico, assicura il team di
ricerca: è il quattro. E’ questo, infatti, il numero di bicchieri di
vino rosso, che bisogna bere in una giornata per assicurarsi di avere un
cuore protetto da contraccolpi negativi. Non si può bere un vino a caso
però, perché non tutti i rossi hanno lo stesso effetto benefico. In cima
alla top ten c’è infatti l’Agnanico, grazie allo spettro di polifenoli
in esso contenuto, cioè alla quantità e alla quantità dei suoi composti
organici. “Nello studio sperimentale condotto sull’Aglianico — commenta
Claudio Napoli, altro coordinatore della ricerca - utilizzato come
esempio di vino rosso a livello prodotto a livello regionale, si riduce
la formazione di placche aterosclerotiche. Questi i risultati
suggeriscono che l’utilizzo di dosi moderate di vino rosso possono
esercitare tali effetti benefici nella popolazione adulta comune”. Una
scoperta resa possibile grazie ai fondi inizialmente messi a
disposizione dalle azienda vinicola “I Feudi di San Gregorio”. “Per
testare un vino — ribadisce Sica — occorre un investimento iniziale di
50mila-60mila euro, per comprare tutte le apparecchiature ed il
materiale necessario. Per ogni nuovo vino che si va poi a testare ne
occorrono però solo 10mila in più. Non bisogna, infatti, dimenticare i
benefici effetti cumulativi dei polifenoli, una volta che si sia
raggiunta una certa concentrazione ”. Ma anche questi fondi sembrano ora
gravosi da reperire, tant’è vero che il team di ricerca è in trattativa
con un azienda toscana che produce il Chianti, ma le difficoltà non sono
poche. “Resta da chiedersi — rincara la dose Sica — fino a quando
riusciremo a competere con i grossi investimenti dei Paesi esteri, in
particolari quelli delle case farmaceutiche statunitensi. Per le
aziende, in effetti, costituirebbero investimenti importanti tanto
quelli fatti nell’ambito della ricerca industriale che in quella
medica”.
Da
ILDenaro.it ,a cura di Tania Sabatino |