|
TERAPIA
INSULINICA NEL DIABETE DI TIPO II
Il diabete di tipo II è condizione
più complessa rispetto al diabete di tipo I. In alcuni soggetti la
secrezione di insulina è preservata mentre è deficitaria in altri,
alcuni soggetti sono in sovrappeso o obesi, altri sono magri. Le stesse
strategie terapeutiche possono essere di varia natura, variamente
associate e sicuramente impongono decisioni più complesse della semplice
terapia insulinica sostitutiva tipica del diabete di tipo I. La terapia
insulinica va iniziata non troppo presto o quando sia troppo tardi,
sicuramente non è un problema facile da definire. Nel diabete di tipo II
coesistono una secrezione insulinica deficitaria ed alterata e una
insulino –resistenza a livello di fegato e di tessuti periferici,
soprattutto muscoli. La somministrazione di insulina determina un
miglioramento dell’iperglicemia ; non sempre , però, produce risultati
soddisfacenti, suggerendo la necessità di schemi terapeutici capaci di
riprodurre in modo più fedele il fisiologico profilo giornaliero
dell’insulina. Nei pazienti affetti da diabete di tipo II, la secrezione
insulinica si mantiene inalterata per molti anni e una riduzione della
secrezione insulinica si osserva in modo particolare nei pazienti
diabetici di tipo II non obesi, con insuccesso secondario agli
antidiabetici orali, mentre negli obesi, con insuccesso secondario agli
antidiabetici orali, sembra in gioco una progressiva riduzione della
sensibilità insulinica. Un’analisi della fisiologia della secrezione
insulinica mostra che la risposta della β – cellula ai vari stimoli è
per sua natura bifasica, essendo caratterizzata da un iniziale, rapido
rilascio di insulina, che si esaurisce entro i primi 15 – 20 minuti dopo
l’applicazione dello stimolo, seguito da una seconda fase
caratterizzata da un progressivo aumento dell’insulinemia che può
persistere anche alcune ore. Nel paziente affetto da diabete di tipo II
la perdita della prima fase di secrezione è caratteristica e costante e
precoce. Tale difetto sembra inoltre avere un importante impatto
sull’equilibrio glucidico post-prandiale. L’abolizione della prima fase,
comporta un’alterazione della fisiologia soppressione della produzione
epatica, senza alterare l’utilizzazione periferica del glucosio. La
mancata soppressione della produzione epatica di glucosio ad opera di
un rapido incremento dell’insulina nella fase precoce del pasto, si
tramuta in un maggior grado di iperglicemia tardiva che, rappresenta
uno stimolo persistente per la β – cellula . Il risultato è iperglicemia
ed iperinsulinemia tardiva e prolungata. Con il passare del tempo,
iperglicemia ed iperinsulinemia esaltano l’insulino-resistenza favorendo
la comparsa del diabete mellito. L’insulino- resistenza e
l’iperinsulinemia sono fattori di rischio per la malattia
cardiovascolare forse maggiore della stessa iperglicemia cronica, e come
tali la prevenzione del loro sviluppo devono, assieme al controllo
glicemico, essere considerati obiettivi primati della terapia del
diabete mellito di tipo II. Il ripristino di una normale secrezione
insulinica nella fase acuta appare, pertanto, un approccio terapeutico
logico nella gestione del paziente diabetico. Quindi e’ da ritenere che
il trattamento insulinico razionale del diabete mellito di tipo II
dovrebbe , soprattutto per quanto riguarda le fasi postprandiali,
tendere non tanto al rialzo costante dei livelli di insulinemia quanto
al ripristino della fisiologia dinamica secretoria. La ricostruzione
del picco precoce dell’insulina , grazie alla sua specifica azione sul
fegato, sembra in grado di correggere l’iperglicemia post – prandiale,
ridurre lo stimolo sulla β – cellula e alla lunga ridurre il rischio
cardiovascolare connesso alla cronica iperglicemia/iperinsulinemia.
Mariano Califano , geriatra |