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L’IPERTENSIONE ARTERIOSA

                 

a cura del dott. Angelo M. De Rosa, cardiologo

 

Quando parliamo  di ipertensione intendiamo l'ipertensione  arteriosa, in quanto esistono varie forme di  ipertensione: portale, polmonare, oculare, endocranica ecc..

Mentre in questi vari tipi è sempre necessario  specificare l'organo interessato, per quanto riguarda   l'apparato   cardiocircolatorio   è   consuetudine   denominarla    semplicemente ipertensione.
Il cuore spinge il sangue all'interno del sistema arterioso grazie alla fase di contrazione del ventricolo sinistro: questa fase viene denominata SISTOLE. La pressione generata in questo momento, viene pertanto definita PRESSIONE ARTERIOSA SISTOLICA O MASSIMA.
Durante la fase successiva il ventricolo sinistro si "rilassa" e si riempie di sangue: questa fase è chiamata DIASTOLE. Durante questa fase, mancando la spinta che proviene dal ventricolo sinistro, la pressione arteriosa si riduce: questo valore viene definito PRESSIONE ARTERIOSA DIASTOLICA O MINIMA.

Per ipertensione arteriosa si intende una pressione sanguigna più alta del normale, che richiede cure mediche. Normalmente, le pulsazioni del cuore generano nel sangue una spinta, o pressione, sufficiente a farlo scorrere in tutta le rete dei vasi sanguigni; nell'ipertensione, invece, tale spinta è superiore alla normali esigenze dell’organismo.

L'ipertensione sottopone il cuore ad uno sforzo; esso deve “faticare” di più per spingere il sangue in circolo e, alla lunga, vengono danneggiati anche i piccoli vasi sanguigni dei reni e degli occhi. Inoltre, può instaurarsi un circolo vizioso per cui i reni, danneggiati dall'alta pressione liberano in maggior quantità una sostanza ipertensiva, la renina, che fa alzare ancora di più la pressione. É la cosiddetta "ipertensione maligna", che necessita di cure più aggressive. É ormai scientificamente provato che mantenere “normale” la pressione è un fattore indiscutibile di longevità: colpi apoplettici e trombosi delle coronarie, come del resto altre malattie del cuore, sono più frequenti negli individui con pressione alta.

L'ipertensione in se, tuttavia, per molto tempo può rimanere del tutto asintomatica; non si rivela con alcun sintomo particolarmente grave, se non si arriva alla dispnea (affanno, dovuto allo sforzo cui è sottoposto il cuore) o a disturbi della vista (dovuti a lesioni della retina, la membrana che tappezza il fondo del bulbo oculare).

Molti pazienti si emozionano, più o meno coscientemente, quando devono farsi misurare la pressione e questo può bastare per farla salire: è necessario quindi misurarla diverse volte per poter fare una diagnosi sicura. A questo si accompagna, da parte del medico, l'esame dei vasi sanguigni dell'occhio e della funzionalità renale e cardiaca.

Responsabili dell'aumento della pressione arteriosa possono essere alcuni disturbi dei reni, l'arteriosclerosi (indurimento delle arterie) e altre malattie o disfunzioni del sistema circolatorio, tumori delle ghiandole surrenali e malattie cerebrali, ma la causa specifica dell'ipertensione si scopre in un caso su dieci; negli altri casi, si parla di "ipertensione essenziale", o primaria, ed è come dire che non se ne possono determinare con esattezza le cause. In diversi casi di ipertensione essenziale, un fattore molto importante è costituito dall'ereditarietà, specie quando entrambi i genitori ne soffrono o ne soffrivano.

Nei casi in cui si conosce la causa, le cure sono rivolte a eliminarla o ad alleviare le conseguenze. Nell'ipertensione essenziale un fattore di predisposizione può essere l'eccessivo peso corporeo; talvolta, infatti, è possibile far scendere la pressione facendo perdere al paziente qualche chilo.

La terapia consiste soprattutto in farmaci ipotensivi, cioè atti a ridurre la pressione. In qualche caso più grave, è spesso anche necessario che il paziente riposi di più. É sempre indispensabile rinunciare al fumo.

Nell'ambito dell' ipertensione arteriosa dobbiamo innanzitutto distinguere due forme: una primitiva o idiopatica o essenziale, e una secondaria.

Quest'ultima, come dice stesso il termine, è secondaria, cioè conseguente a molteplici patologie che possono interessare vari organi; l'essenziale, invece, è cosiddetta in quanto non è riconducibile ad una causa ben precisa.

 

Fisiopatologia

L'ipertensione può essere considerata come una situazione in cui si crea uno squilibrio tra i vari meccanismi di regolazione.

Dalla emodinamica sappiamo che la pressione è il risultato di una forza che agisce su una data superficie; trasponendo tale formula all'apparato circolatorio risulta che la pressione di perfusione è uguale al prodotto della forza F, cioè del flusso ematico, per R, cioe' delle resistenze vascolari periferiche.

Ora, se per un qualsiasi motivo, le resistenze periferiche aumentano, affinchè il rapporto sia costante, anche la pressione deve aumentare, altrimenti si assisterebbe ad una riduzione del flusso ematico.
L'organismo umano reagisce appunto in questo modo: il cuore, di fronte ad un graduale aumento delle resistenze periferiche risponde con una maggiore energia di contrazione e col tempo si adatta strutturalmente, mediante ipertrofia, cioè ingrossamento, al maggior lavoro che deve eseguire.
Da quanto enunciato possiamo senz'altro affermare che il momento fisiopatologico fondamentale più frequente è rappresentato dall’aumento delle resistenze vascolari periferiche..

Resistenze che non sono affatto uniformi nei vari distretti del nostro corpo. Esse per esempio sono particolarmente elevate nella cute, nel distretto epatosplancnico e nel rene, mentre nel cuore e nel cervello l'aumento è proporzionale a quello della pressione sistemica.Tali differenze, senza entrare in dettagli troppo tecnici, sono dovute a diversi meccanismi di regolazione locali, cioè, in ultima analisi, ad una diversa sensibilità dei vasi dei singoli organi ai vari fattori di regolazione.
Un'evidente alterazione di tali meccanismi è però presente soltanto in circa il 15 % dei casi di ipertensione ed appartengono alle forme di ipertensione secondaria. Per quanto riguarda il gruppo ben più numeroso dell'ipertensione essenziale esiste purtroppo un'ignoranza pressocchè assoluta circa i motivi di tale aumento.

 

Clinica

Quando è giustificato parlare di ipertensione? Quando un individuo è iperteso? La risposta ovvia è quando la pressione è superiore al “normale”.

Senza perderci in disquisizioni filosofiche diciamo subito che è necessario dal punto di vista pratico, definire un limite tra "normale" ed "elevata" se non altro per decidere quali soggetti sottoporre a terapia. Tale limite non può che essere artificioso, e l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito di porlo a 140 e/o 90 mmHg, indipendentemente dall'età e dal sesso, se al di sopra dei trent’anni.

I due valori riportati si riferiscono alla pressione massima o sistolica ed alla minima o diastolica, cosiddette in quanto si rilevano rispettivamente durante la sistole e durante la diastole del ventricolo sinistro; valori elevati portano  col tempo a fenomeni di scompenso ventricolare sx, all'insufficienza coronarica manifestantesi dall'angina all'infarto, lesioni della retina che sono particolarmente frequenti e vanno dallo spasmo vascolare alla sclerosi alle emorragie; i grossi vasi arteriosi possono andare incontro a dilatazioni fino alla formazione di aneurismi soprattutto nel tratto addominale.

Dal pur sintetico elenco delle alterazioni proprie della malattia ipertensiva, ne appare evidente l'estrema gravità, trattandosi di lesioni che compromettono organi vitali, minacciando seriamente la vita del paziente o perlomeno riducendo seriamente la sua validità.
Ecco perchè tutti i pazienti ipertesi essenziali vanno trattati farmacologicamente .

 

Tecnica di misurazione della pressione arteriosa

Il soggetto deve essere rilassato, in posizione comoda. Lo strumento utilizzato si chiama sfigmomanometro: è costituito da un bracciale che viene avvolto attorno al braccio del soggetto e mantenuto all'altezza del cuore. La misurazione può essere manuale od automatica. Nel primo caso bisogna utilizzare uno stetoscopio, cioè uno strumento che permette di udire i rumori che vengono generati dal passaggio del sangue nell'arteria del braccio. Lo stetoscopio viene appoggiato a livello dell'arteria brachiale, sopra la piega del gomito. Contemporaneamente si palpa il polso radiale, cioè la pulsazione dell'arteria che passa a livello del polso, dallo stesso lato in cui si trova il pollice. A questo punto il bracciale viene gonfiato sino alla scomparsa sia dei rumori provenienti dallo stetoscopio che del polso radiale: in questo momento la pressione del bracciale è superiore alla pressione arteriosa.

Successivamente si riduce lentamente la pressione del bracciale, facendo uscire l'aria in esso contenuta. Quando la pressione sarà uguale a quella arteriosa, un pò di sangue riuscirà a passare nell'arteria producendo un rumore: il primo rumore udito chiaramente corrisponderà alla PRESSIONE SISTOLICA (detta anche "MASSIMA"). Riducendo ulteriormente la pressione i rumori diventeranno inizialmente più intensi, quindi via via più deboli: la completa scomparsa dei rumori corrisponderà alla PRESSIONE DIASTOLICA (detta anche "MINIMA"). La pressione viene quindi indicata con due valori, ad esempio 130/80: il primo valore è la sistolica, il secondo la diastolica. 
La pressione arteriosa viene osservata sul manometro, a colonna di mercurio oppure ad aneroide; in quest’ultimo caso deve essere tarato ogni 6 mesi.

Ma quali sono i valori normali di pressione arteriosa?

Prima di rispondere bisogna fare delle premesse:

·         la pressione arteriosa (prevalentemente sistolica) aumenta con l'età, quale conseguenza principalmente della maggiore rigidità dei vasi arteriosi

·         la pressione arteriosa (sia sistolica che diastolica) subisce delle variazioni durante la giornata: è più alta al mattino, appena svegliati, si riduce un po' durante la giornata e tende ad aumentare nuovamente verso sera. Durante il sonno invece, la pressione arteriosa si riduce a valori inferiori rispetto a quelli del giorno.

·         la pressione arteriosa aumenta inoltre durante uno sforzo fisico e sovente quale conseguenza di fattori emotivi. Quest'ultimi condizionano notevolmente i risultati di una rilevazione: è stato osservato infatti, che la pressione arteriosa misurata dal medico è spesso più alta di quella rilevata da un'infermiera, mentre i valori misurati dal paziente stesso o da un familiare sono in molti casi ancora più bassi.

Per cercare di superare queste difficoltà ed evitare di classificare erroneamente una persona come normotesa od ipertesa bisogna seguire alcune regole.

I valori normali di pressione arteriosa devono essere inferiori a 140/90 mmHg;
 ipertensione arteriosa è stata definita dall’organizzazione mondiale della sanità (OMS) la pressione che in più rilevazioni è uguale o superiore al valore di 140 mmHg di sistolica (ipertensione arteriosa sistolica) o 90 mmHg di diastolica (ipertensione arteriosa diastolica).
Valori pressori di sistolica compresi tra 140 e 159 mmHg e di diastolica tra 90 e 99 mmHg sono definiti come ipertensione di grado lieve. Valori pressori di 160-179 di sistolica o 100-109 di diastolica rappresentano un’ipertensione di grado moderato. Infine valori uguali o superiori a 180 e 110 rispettivamente di sistolica e di diastolica costituiscono un’ipertensione di grado severo.

 

Diagnosi

Nella maggior parte dei casi al primo contatto con un paziente iperteso sono da risolvere due problemi:

  1. definire l'entità del danno provocato dall'elevata pressione a livello dei vari organi;

  2. individuare l'eventuale presenza di malattie che hanno causato l'ipertensione, in quanto non possiamo sapere a priori se trattasi di forma primitiva o secondaria.

Per cui occorre predisporre secondo una certa logica l'esecuzione di una serie di esami più o meno complessi, estendendo in un secondo tempo le indagini, qualora dai primi accertamenti clinici e di laboratorio emergano sospetti fondati circa la presenza di una qualche malattia responsabile dell'ipertensione.

Tralasciando le indagini atte ad evidenziare forme di ipertensione secondaria, un iter diagnostico completo circa la definizione dell'entità del danno è il seguente:

indagini di laboratorio: urine, azotemia,creatininemia,  elettroliti, emocromo, colesterolemia

radiografia del torace

elettrocardiogramma, ecocardiogramma.

esame del fondo dell'occhio

 

Terapia

Abbiamo già affermato come la terapia farmacologica dell'ipertensione essenziale sia necessaria. Si potrebbero menzionare numerosi studi che dimostrano come questo sia importante: vi basti sapere che tali studi dimostrano inequivocabilmente che la correzione dell'ipertensione diminuisce notevolmente la morbilità e la mortalità causate da tale affezione, in maniera tanto più evidente quanto più sono elevati i valori della pressione all'inizio del trattamento.
Ciò è vero in modo particolare per le lesioni cerebrovascolari e renali, un pò meno per quanto riguarda le affezioni coronariche.

Una spiegazione plausibile della minore efficacia terapeutica in caso di coronaropatia potrebbe essere che nella malattia coronarica l'ipertensione non rappresenta il principale fattore causale, essendo l'aterosclerosi patogeneticamente dominante. In altri distretti invece come il cervello e il rene l'ipertensione come tale ha un ruolo preminente nell'induzione di lesioni vascolari.
Pertanto, indipendentemente dalla disponibilità di numerosi farmaci efficaci, si dovrebbe risolvere prioritariamente il problema di mettere tutti i soggetti ipertesi nella condizione di essere curati adeguatamente.

Effetto dei farmaci anti-ipertensivi sull'ipertrofia ventricolare sinistra

L'ipertrofia ventricolare sinistra è una conseguenza dell'ipertensione arteriosa e un fattore indipendente di rischio cardiovascolare. A conferma di ciò stanno i risultati di molti studi che hanno indicato una riduzione di eventi cardiovascolari a seguito della riduzione della massa ventricolare sinistra conseguente ad adeguato trattamento dell'ipertensione arteriosa. Recentemente è stata condotta una meta-analisi dei risultati dei recenti studi clinici controllati a doppio cieco sull'effetto dei farmaci anti-ipertensivi, attualmente in uso, sull'ipertrofia ventricolare sinistra di pazienti ipertesi.

Questa meta-analisi, basata su 80 studi clinici comprendenti oltre 4000 pazienti e 146 schemi di trattamento, ha nel suo complesso rivelato che le diverse classi di farmaci anti-ipertensivi esplicano differenti effetti sull'ipertrofia ventricolare sinistra di pazienti ipertesi. Infatti i bloccanti del recettore per l'angiotensina II (ARB, Angiotensin receptor blocker), calcio-antagonisti e inibitori dell'enzima di conversione dell'angiotensina (ACE-I, angiotensin converting-enzime inhibitors) riducono la massa ventricolare sinistra dal 10 al 13 per cento dei pazienti trattati con questi farmaci, mentre i beta-bloccanti e i diuretici la riducono dal 6 all'8%.

Gli autori ritengono che ARB e ACE-I esplichino un maggiore effetto sulla massa ventricolare sinistra degli ipertesi rispetto ai beta-bloccanti e ai diuretici perché incidono direttamente sull'attività del sistema renina-angiotensina-aldosterone, dando luogo a diminuzione del livello di angiotensina Il che, come è noto, stimola l'accrescimento delle cellule miocardiche. Gli autori ricordano, a questo proposito che l'aumento del livello plasmatico di angiotensina II, in rapporto all'escrezione urinaria di sodio, è in correlazione con la massa ventricolare sinistra indipendentemente dalla pressione arteriosa e, inoltre, che, sia negli ipertesi giovani che in quelli anziani, è stata osservata associazione tra elevati livelli di angiotensina II e massa ventricolare sinistra. Ciò induce a ritenere che l'effetto esplicato da ARB e ACE-I sull'ipertrofia ventricolare sinistra vada oltre l'effetto sulla pressione arteriosa.

Per quanto concerne i calcio-antagonisti, gli autori fanno riferimento all'effetto esplicato dall'accumulo intracellulare di ioni calcio sull'accrescimento delle cellule in coltura, pur riconoscendo che, al momento attuale, vi è una scarsa evidenza sperimentale su un'azione dei calcio-antagonisti sulla massa ventricolare sinistra che sia indipendente dall'effetto anti-ipertensivo.

Il minore effetto esplicato dai beta-bloccanti sulla massa ventricolare sinistra degli ipertesi è spiegato dagli autori con il fatto che questi farmaci hanno un modesto effetto sulla pressione centrale aortica e, conseguentemente, sul picco di stress sistolico che rappresenta la principale componente emodinamica dello sviluppo dell'ipertrofia ventricolare sinistra. Secondo gli autori è necessario anche tenere conto che in corso di cardiopatia ipertensiva vi è una sottoregolazione dei recettori beta-adrenergici cardiaci, sottoregolazione che può ridurre l'effetto stimolante delle catecolanine circolanti e, per converso, l'effetto inibitore dei beta-bloccanti sulle cellule miocardiche.

Nonostante questi differenti effetti dei vari farmaci anti-ipertensivi sulla massa ventricolare sinistra in corso di ipertensione, gli autori riconoscono che la superiorità di un farmaco sugli altri necessita di ulteriori conferme mediante ampi studi clinici controllarti e affermano che, d'altra parte, rimane da determinare se una maggiore riduzione dell'ipertrofia ventricolare sinistra si traduca, in realtà, in migliore esito cardiovascolare.

Come migliorare il monitoraggio della pressione? Quale la via migliore?

La risposta più semplice consiste nell'avere del personale ben preparato ed esperto, tipicamente infermieri che vengono addestrati a questa misurazione secondo gli standard delle linee-guida. Nella pratica la cosa non è altrettanto semplice, perché viene richiesto al personale formato una rigorosa attenzione alla qualità del proprio lavoro per non incorrere in imprecisioni comuni come l'approssimazione del valore pressorio. La naturale tendenza è infatti quella di approssimare a zero piuttosto che a due, quattro, sei e otto.  E’ stata infatti riscontrata  questa comune procedura anche tra gli infermieri specialisti per l'ipertensione, sebbene altamente qualificati e con una solida formazione alla spalle.

Il problema del fattore umano nella misurazione della pressione porta alla considerazione che ci sia bisogno di metodi alternativi per questo tipo di misurazione. Tra le più comuni quella che ha dato finora i risultati migliori è il monitoraggio Holter della pressione nelle 24 ore. Ma questo metodo figura anche fra i più costosi e meno agevoli da condurre: finora tale monitoraggio è stato condotto con l'impiego parziale di dispositivi automatici e altri tipi di misurazioni da effettuarsi a domicilio. Il metodo è stato utilizzato nel caso di pazienti ipertesi al fine di raccogliere il maggior numero di informazioni, di validità attendibile, per poi essere in grado di optare per decisioni appropriate.
Riepilogando, il modo per migliorare la misurazione della pressione da parte di non specialisti dovrebbe prevedere l'impiego di personale adeguatamente preparato e in grado di attenersi alle linee-guida, nonché l'uso di dispositivi automatici affidabili.

 

IPERTENSIONE ARTERIOSA E DIABETE MELLITO.

Nei paesi industrializzati, si riscontra frequentemente un'associazione tra la malattia diabetica e l'ipertensione arteriosa alla quale corrisponde un notevole aumento del rischio cardiovascolare. Come è noto, il diabete mellito già di per sé, a prescindere delle considerazioni relative ai valori pressori, determina un aumento da 2 a 4 volte del rischio di infarto miocardico, di eventi ischemici cerebrali, di arteropatia periferica o di insufficienza renale cronica.

A parità di valori pressori, il rischio cardiovascolare è decisamente superiore nei pazienti diabetici ed aumenta al crescere dei valori pressori (Multiple Risk Factor Intervention Trial).
Inoltre, l'incremento della pressione arteriosa in un range non particolarmente elevato, fino a 170 mmHg di pressione sistolica, è correlato ad un aumento progressivo dell'incidenza di infarto miocardico e di eventi legati a microangiopatia – retinopatia diabetica e danno renale (UKPDS, United Kingdom Prospective Diabetes Study).

L'associazione del diabete mellito di tipo 2 (DM2) con l'ipertensione arteriosa  è particolarmente frequente, molto più dell'atteso. I dati epidemiologici dicono infatti che la prevalenza nella popolazione generale di questa forma di diabete è circa del 5%, quella della IA invece del 20%. In base a un semplice calcolo matematico le due condizioni dovrebbero quindi essere concomitanti in un individuo su cento. Tuttavia questa prevalenza attesa è di gran lunga inferiore a quella osservata nella realtà: l'epidemiologia evidenzia che il DM2 è presente nel 10% dei pazienti ipertesi e, viceversa, l'ipertensione viene rilevata nell'80% dei diabetici.

L'associazione delle due patologie è dunque particolarmente frequente e sostiene l'ipotesi di un meccanismo fisiopatologico comune, inscrivibile nell'ambito della cosiddetta sindrome metabolica (SM).

La SM è una condizione caratterizzata dalla compresenza di quattro elementi:

  • obesità, a localizzazione prevalentemente addominale;

  • dislipidemia, con aumento dei trigliceridi e bassi livelli di colesterolo HDL;

  • ipertensione arteriosa;

  • iperglicemia a digiuno, anche in un range non diabetico.

Questi quattro elementi sembrano unificabili dal punto di vista della patogenesi in termini di aumentata resistenza all'insulina che può fra l'altro favorire lo sviluppo di ipertensione arteriosa attraverso diversi meccanismi. Si possono infatti riconoscere meccanismi che legano l'insulino-resistenza a un innalzamento della PA agendo a livello del sistema nervoso centrale, con l'attivazione del sistema simpatico e quindi del sistema renina-angiotensina. Ciò determina da un lato un aumento delle resistenze vascolari, dall'altro, a livello renale, una ridotta escrezione di sodio con conseguente tendenza alla ritenzione idrosalina, all'aumento del volume intravascolare e della portata cardiaca che portano ad ipertensione.

L'insulino-resistenza comporta inoltre una marcata alterazione della funzione endoteliale, con ridotta disponibilità di ossido nitrico e stimolo alla produzione di fattori vasocostrittori, quali l'endotelina, che causano ipertensione tramite un aumento delle resistenze vascolari. Esiste poi tutta una complessa trama di meccanismi biochimici che si stanno recentemente delineando e che contribuiscono a spiegare come nel paziente diabetico, e ancor di più nel paziente diabetico iperteso, si sviluppi un danno cardiovascolare a livello di macro e microangiopatia. La disfunzione endoteliale concorre ad aumentare non solo i valori pressori ma anche lo stress ossidativo, e favorisce le alterazioni pro-infiammatorie (con le citochine ed altri meccanismi). Questi ulteriori meccanismi patogenetici si potenziano reciprocamente, ed aggravano ulteriormente la disfunzione endoteliale. Le alterazioni endoteliali concorrono anche con alterazioni dell'emostasi nel favorire i processi trombotici. L'innalzamento della glicemia innesca tutta una serie di meccanismi dannosi a livello cardiovascolare. L'iperglicemia porta a una condizione di stress ossidativo determinando una disfunzione endoteliale attraverso una serie di meccanismi la cui biochimica viene sempre meglio definita e, inoltre, la produzione di prodotti di glicazione avanzata (AGE). Gli AGE nascono dall'interazione tra molecole di zuccheri, in particolare di glucosio, con le terminazioni amminiche di proteine, con i lipidi o il DNA. Dal legame di queste molecole biologicamente attive con gli zuccheri si formano prima dei composti intermedi relativamente instabili e successivamente dei complessi più stabili che da un lato inattivano la funzione delle proteine o comunque delle molecole biologiche interessate, dall'altro riconoscono dei recettori specifici la cui attivazione aumenta tutta una serie di processi, tra cui, ancora una volta, lo stress ossidativo. Un'ulteriore alterazione riguarda la via metabolica che dal diacilglicerolo (DIA) porta all'attivazione della protein-chinasi C (PKC) e che risulta critica nell'attivazione di tutta una serie di messaggeri (endotelina, angiotensina, fattori di crescita vascolare, fattore di crescita TGF-beta) Questa via svolge un ruolo determinante nell'insorgenza di una complesso di fenomeni che favoriscono non solo la macro-angiopatia ma anche la micro-angiopatia diabetica, quali la vasocostrizione, la disfunzione endoteliale, l'aumento della permeabilità vasale e l'aumento della neovascolarizzazione. A questa attivazione si può arrivare tramite una stimolazione diretta degli elevati livelli glicemici o indiretta che chiama in causa due dei meccanismi sopra riportati (lo stress ossidativo e gli AGE). Per riassumere, alla base del danno vascolare nel paziente iperteso diabetico si riconosce una serie complessa di interazioni tra meccanismi biochimici ed alterazioni fisiopatologiche (ipertensione, alterazione protrombotiche, pattern lipidico, stress ossidativo e danno endoteliale). La conoscenza di questi meccanismi è rilevante non solo dal punto di vista fisiopatologico ma anche per le possibili ripercussioni nell'ambito del trattamento farmacologico, poiché essi rappresentano potenziali target terapeutici.

 

   Dott. Angelo M. De Rosa

Istituto per lo studio e la cura del diabete - Centro di diabetologia accreditato SSN
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ultimo aggiornamento domenica 27 giugno 2010 12.48.49
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