|
L’IPERTENSIONE ARTERIOSA
a cura del dott. Angelo
M. De Rosa, cardiologo

Quando parliamo di
ipertensione intendiamo l'ipertensione arteriosa, in quanto esistono
varie forme di ipertensione: portale, polmonare, oculare, endocranica
ecc..
Mentre in questi vari
tipi è sempre necessario specificare l'organo interessato, per quanto
riguarda l'apparato cardiocircolatorio è consuetudine
denominarla semplicemente ipertensione.
Il cuore spinge il sangue all'interno del sistema arterioso grazie alla
fase di contrazione del ventricolo sinistro: questa fase viene
denominata SISTOLE. La pressione generata in questo momento, viene
pertanto definita PRESSIONE ARTERIOSA SISTOLICA O MASSIMA.
Durante la fase successiva il ventricolo sinistro si "rilassa" e si
riempie di sangue: questa fase è chiamata DIASTOLE. Durante questa fase,
mancando la spinta che proviene dal ventricolo sinistro, la pressione
arteriosa si riduce: questo valore viene definito PRESSIONE ARTERIOSA
DIASTOLICA O MINIMA.
Per ipertensione
arteriosa si intende una pressione sanguigna più alta del normale, che
richiede cure mediche. Normalmente, le pulsazioni del cuore generano nel
sangue una spinta, o pressione, sufficiente a farlo scorrere in tutta le
rete dei vasi sanguigni; nell'ipertensione, invece, tale spinta è
superiore alla normali esigenze dell’organismo.
L'ipertensione sottopone
il cuore ad uno sforzo; esso deve “faticare” di più per spingere il
sangue in circolo e, alla lunga, vengono danneggiati anche i piccoli
vasi sanguigni dei reni e degli occhi. Inoltre, può instaurarsi un
circolo vizioso per cui i reni, danneggiati dall'alta pressione liberano
in maggior quantità una sostanza ipertensiva, la renina, che fa alzare
ancora di più la pressione. É la cosiddetta "ipertensione maligna", che
necessita di cure più aggressive. É ormai scientificamente provato che
mantenere “normale” la pressione è un fattore indiscutibile di
longevità: colpi apoplettici e trombosi delle coronarie, come del resto
altre malattie del cuore, sono più frequenti negli individui con
pressione alta.
L'ipertensione in se,
tuttavia, per molto tempo può rimanere del tutto asintomatica; non si
rivela con alcun sintomo particolarmente grave, se non si arriva alla
dispnea (affanno, dovuto allo sforzo cui è sottoposto il cuore) o a
disturbi della vista (dovuti a lesioni della retina, la membrana che
tappezza il fondo del bulbo oculare).
Molti pazienti si
emozionano, più o meno coscientemente, quando devono farsi misurare la
pressione e questo può bastare per farla salire: è necessario quindi
misurarla diverse volte per poter fare una diagnosi sicura. A questo si
accompagna, da parte del medico, l'esame dei vasi sanguigni dell'occhio
e della funzionalità renale e cardiaca.
Responsabili
dell'aumento della pressione arteriosa possono essere alcuni disturbi
dei reni, l'arteriosclerosi (indurimento delle arterie) e altre malattie
o disfunzioni del sistema circolatorio, tumori delle ghiandole surrenali
e malattie cerebrali, ma la causa specifica dell'ipertensione si scopre
in un caso su dieci; negli altri casi, si parla di "ipertensione
essenziale", o primaria, ed è come dire che non se ne possono
determinare con esattezza le cause. In diversi casi di ipertensione
essenziale, un fattore molto importante è costituito dall'ereditarietà,
specie quando entrambi i genitori ne soffrono o ne soffrivano.
Nei casi in cui si
conosce la causa, le cure sono rivolte a eliminarla o ad alleviare le
conseguenze. Nell'ipertensione essenziale un fattore di predisposizione
può essere l'eccessivo peso corporeo; talvolta, infatti, è possibile far
scendere la pressione facendo perdere al paziente qualche chilo.
La terapia consiste
soprattutto in farmaci ipotensivi, cioè atti a ridurre la pressione. In
qualche caso più grave, è spesso anche necessario che il paziente riposi
di più. É sempre indispensabile rinunciare al fumo.
Nell'ambito dell'
ipertensione arteriosa dobbiamo innanzitutto distinguere due forme: una
primitiva o idiopatica o essenziale, e una secondaria.
Quest'ultima, come dice
stesso il termine, è secondaria, cioè conseguente a molteplici patologie
che possono interessare vari organi; l'essenziale, invece, è cosiddetta
in quanto non è riconducibile ad una causa ben precisa.
Fisiopatologia
L'ipertensione può
essere considerata come una situazione in cui si crea uno squilibrio tra
i vari meccanismi di regolazione.
Dalla emodinamica
sappiamo che la pressione è il risultato di una forza che agisce su una
data superficie; trasponendo tale formula all'apparato circolatorio
risulta che la pressione di perfusione è uguale al prodotto della forza
F, cioè del flusso ematico, per R, cioe' delle resistenze vascolari
periferiche.
Ora, se per un qualsiasi
motivo, le resistenze periferiche aumentano, affinchè il rapporto sia
costante, anche la pressione deve aumentare, altrimenti si assisterebbe
ad una riduzione del flusso ematico.
L'organismo umano reagisce appunto in questo modo: il cuore, di fronte
ad un graduale aumento delle resistenze periferiche risponde con una
maggiore energia di contrazione e col tempo si adatta strutturalmente,
mediante ipertrofia, cioè ingrossamento, al maggior lavoro che deve
eseguire.
Da quanto enunciato possiamo senz'altro affermare che il momento
fisiopatologico fondamentale più frequente è rappresentato dall’aumento
delle resistenze vascolari periferiche..
Resistenze che non sono
affatto uniformi nei vari distretti del nostro corpo. Esse per esempio
sono particolarmente elevate nella cute, nel distretto epatosplancnico e
nel rene, mentre nel cuore e nel cervello l'aumento è proporzionale a
quello della pressione sistemica.Tali differenze, senza entrare in
dettagli troppo tecnici, sono dovute a diversi meccanismi di regolazione
locali, cioè, in ultima analisi, ad una diversa sensibilità dei vasi dei
singoli organi ai vari fattori di regolazione.
Un'evidente alterazione di tali meccanismi è però presente soltanto in
circa il 15 % dei casi di ipertensione ed appartengono alle forme di
ipertensione secondaria. Per quanto riguarda il gruppo ben più numeroso
dell'ipertensione essenziale esiste purtroppo un'ignoranza pressocchè
assoluta circa i motivi di tale aumento.
Clinica
Quando è giustificato
parlare di ipertensione? Quando un individuo è iperteso? La risposta
ovvia è quando la pressione è superiore al “normale”.
Senza perderci in
disquisizioni filosofiche diciamo subito che è necessario dal punto di
vista pratico, definire un limite tra "normale" ed "elevata" se non
altro per decidere quali soggetti sottoporre a terapia. Tale limite non
può che essere artificioso, e l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha
stabilito di porlo a 140 e/o 90 mmHg, indipendentemente dall'età e dal
sesso, se al di sopra dei trent’anni.
I due valori riportati
si riferiscono alla pressione massima o sistolica ed alla minima o
diastolica, cosiddette in quanto si rilevano rispettivamente durante la
sistole e durante la diastole del ventricolo sinistro; valori elevati
portano col tempo a fenomeni di scompenso ventricolare sx,
all'insufficienza coronarica manifestantesi dall'angina all'infarto,
lesioni della retina che sono particolarmente frequenti e vanno dallo
spasmo vascolare alla sclerosi alle emorragie; i grossi vasi arteriosi
possono andare incontro a dilatazioni fino alla formazione di aneurismi
soprattutto nel tratto addominale.
Dal pur sintetico elenco
delle alterazioni proprie della malattia ipertensiva, ne appare evidente
l'estrema gravità, trattandosi di lesioni che compromettono organi
vitali, minacciando seriamente la vita del paziente o perlomeno
riducendo seriamente la sua validità.
Ecco perchè tutti i pazienti ipertesi essenziali vanno trattati
farmacologicamente .
Tecnica di
misurazione della pressione arteriosa
Il soggetto deve essere rilassato, in
posizione comoda. Lo strumento utilizzato si chiama sfigmomanometro: è
costituito da un bracciale che viene avvolto attorno al braccio del
soggetto e mantenuto all'altezza del cuore. La misurazione può essere
manuale od automatica. Nel primo caso bisogna utilizzare uno
stetoscopio, cioè uno strumento che permette di udire i rumori che
vengono generati dal passaggio del sangue nell'arteria del braccio. Lo
stetoscopio viene appoggiato a livello dell'arteria brachiale, sopra la
piega del gomito. Contemporaneamente si palpa il polso radiale, cioè la
pulsazione dell'arteria che passa a livello del polso, dallo stesso lato
in cui si trova il pollice. A questo punto il bracciale viene gonfiato
sino alla scomparsa sia dei rumori provenienti dallo stetoscopio che del
polso radiale: in questo momento la pressione del bracciale è superiore
alla pressione arteriosa.
Successivamente si riduce lentamente
la pressione del bracciale, facendo uscire l'aria in esso contenuta.
Quando la pressione sarà uguale a quella arteriosa, un pò di sangue
riuscirà a passare nell'arteria producendo un rumore: il primo rumore
udito chiaramente corrisponderà alla PRESSIONE SISTOLICA (detta anche
"MASSIMA"). Riducendo ulteriormente la pressione i rumori diventeranno
inizialmente più intensi, quindi via via più deboli: la completa
scomparsa dei rumori corrisponderà alla PRESSIONE DIASTOLICA (detta
anche "MINIMA"). La pressione viene quindi indicata con due valori, ad
esempio 130/80: il primo valore è la sistolica, il secondo la diastolica.
La pressione arteriosa viene osservata sul manometro, a colonna di
mercurio oppure ad aneroide; in quest’ultimo caso deve essere tarato
ogni 6 mesi.
Ma quali sono i valori
normali di pressione arteriosa?
Prima di rispondere
bisogna fare delle premesse:
·
la pressione
arteriosa (prevalentemente sistolica) aumenta con l'età, quale
conseguenza principalmente della maggiore rigidità dei vasi arteriosi
·
la pressione
arteriosa (sia sistolica che diastolica) subisce delle variazioni
durante la giornata: è più alta al mattino, appena svegliati, si riduce
un po' durante la giornata e tende ad aumentare nuovamente verso sera.
Durante il sonno invece, la pressione arteriosa si riduce a valori
inferiori rispetto a quelli del giorno.
·
la pressione
arteriosa aumenta inoltre durante uno sforzo fisico e sovente quale
conseguenza di fattori emotivi. Quest'ultimi condizionano notevolmente i
risultati di una rilevazione: è stato osservato infatti, che la
pressione arteriosa misurata dal medico è spesso più alta di quella
rilevata da un'infermiera, mentre i valori misurati dal paziente stesso
o da un familiare sono in molti casi ancora più bassi.
Per cercare di superare
queste difficoltà ed evitare di classificare erroneamente una persona
come normotesa od ipertesa bisogna seguire alcune regole.
I valori normali di
pressione arteriosa devono essere inferiori a 140/90 mmHg;
ipertensione arteriosa è stata definita dall’organizzazione mondiale
della sanità (OMS) la pressione che in più rilevazioni è uguale o
superiore al valore di 140 mmHg di sistolica (ipertensione arteriosa
sistolica) o 90 mmHg di diastolica (ipertensione arteriosa diastolica).
Valori pressori di sistolica compresi tra 140 e 159 mmHg e di diastolica
tra 90 e 99 mmHg sono definiti come ipertensione di grado lieve. Valori
pressori di 160-179 di sistolica o 100-109 di diastolica rappresentano
un’ipertensione di grado moderato. Infine valori uguali o superiori a
180 e 110 rispettivamente di sistolica e di diastolica costituiscono
un’ipertensione di grado severo.
Diagnosi
Nella maggior parte dei
casi al primo contatto con un paziente iperteso sono da risolvere due
problemi:
-
definire l'entità del danno
provocato dall'elevata pressione a livello dei vari organi;
-
individuare
l'eventuale presenza di malattie che hanno causato l'ipertensione,
in quanto non possiamo sapere a priori se trattasi di forma
primitiva o secondaria.
Per cui occorre predisporre secondo
una certa logica l'esecuzione di una serie di esami più o meno
complessi, estendendo in un secondo tempo le indagini, qualora dai primi
accertamenti clinici e di laboratorio emergano sospetti fondati circa la
presenza di una qualche malattia responsabile dell'ipertensione.
Tralasciando le indagini atte ad
evidenziare forme di ipertensione secondaria, un iter diagnostico
completo circa la definizione dell'entità del danno è il seguente:
indagini di laboratorio: urine,
azotemia,creatininemia, elettroliti, emocromo, colesterolemia
radiografia del torace
elettrocardiogramma,
ecocardiogramma.
esame del fondo
dell'occhio
Terapia
Abbiamo già affermato
come la terapia farmacologica dell'ipertensione essenziale sia
necessaria. Si potrebbero menzionare numerosi studi che dimostrano come
questo sia importante: vi basti sapere che tali studi dimostrano
inequivocabilmente che la correzione dell'ipertensione diminuisce
notevolmente la morbilità e la mortalità causate da tale affezione, in
maniera tanto più evidente quanto più sono elevati i valori della
pressione all'inizio del trattamento.
Ciò è vero in modo particolare per le lesioni cerebrovascolari e renali,
un pò meno per quanto riguarda le affezioni coronariche.
Una spiegazione
plausibile della minore efficacia terapeutica in caso di coronaropatia
potrebbe essere che nella malattia coronarica l'ipertensione non
rappresenta il principale fattore causale, essendo l'aterosclerosi
patogeneticamente dominante. In altri distretti invece come il cervello
e il rene l'ipertensione come tale ha un ruolo preminente nell'induzione
di lesioni vascolari.
Pertanto, indipendentemente dalla disponibilità di numerosi farmaci
efficaci, si dovrebbe risolvere prioritariamente il problema di mettere
tutti i soggetti ipertesi nella condizione di essere curati
adeguatamente.
Effetto dei farmaci
anti-ipertensivi sull'ipertrofia ventricolare sinistra
L'ipertrofia
ventricolare sinistra è una conseguenza dell'ipertensione arteriosa e un
fattore indipendente di rischio cardiovascolare. A conferma di ciò
stanno i risultati di molti studi che hanno indicato una riduzione di
eventi cardiovascolari a seguito della riduzione della massa
ventricolare sinistra conseguente ad adeguato trattamento
dell'ipertensione arteriosa. Recentemente è stata condotta una
meta-analisi dei risultati dei recenti studi clinici controllati a
doppio cieco sull'effetto dei farmaci anti-ipertensivi, attualmente in
uso, sull'ipertrofia ventricolare sinistra di pazienti ipertesi.
Questa meta-analisi,
basata su 80 studi clinici comprendenti oltre 4000 pazienti e 146 schemi
di trattamento, ha nel suo complesso rivelato che le diverse classi di
farmaci anti-ipertensivi esplicano differenti effetti sull'ipertrofia
ventricolare sinistra di pazienti ipertesi. Infatti i bloccanti del
recettore per l'angiotensina II (ARB, Angiotensin receptor blocker),
calcio-antagonisti e inibitori dell'enzima di conversione dell'angiotensina
(ACE-I, angiotensin converting-enzime inhibitors) riducono la massa
ventricolare sinistra dal 10 al 13 per cento dei pazienti trattati con
questi farmaci, mentre i beta-bloccanti e i diuretici la riducono dal 6
all'8%.
Gli autori ritengono che
ARB e ACE-I esplichino un maggiore effetto sulla massa ventricolare
sinistra degli ipertesi rispetto ai beta-bloccanti e ai diuretici perché
incidono direttamente sull'attività del sistema
renina-angiotensina-aldosterone, dando luogo a diminuzione del livello
di angiotensina Il che, come è noto, stimola l'accrescimento delle
cellule miocardiche. Gli autori ricordano, a questo proposito che
l'aumento del livello plasmatico di angiotensina II, in rapporto
all'escrezione urinaria di sodio, è in correlazione con la massa
ventricolare sinistra indipendentemente dalla pressione arteriosa e,
inoltre, che, sia negli ipertesi giovani che in quelli anziani, è stata
osservata associazione tra elevati livelli di angiotensina II e massa
ventricolare sinistra. Ciò induce a ritenere che l'effetto esplicato da
ARB e ACE-I sull'ipertrofia ventricolare sinistra vada oltre l'effetto
sulla pressione arteriosa.
Per quanto concerne i
calcio-antagonisti, gli autori fanno riferimento all'effetto esplicato
dall'accumulo intracellulare di ioni calcio sull'accrescimento delle
cellule in coltura, pur riconoscendo che, al momento attuale, vi è una
scarsa evidenza sperimentale su un'azione dei calcio-antagonisti sulla
massa ventricolare sinistra che sia indipendente dall'effetto
anti-ipertensivo.
Il minore effetto
esplicato dai beta-bloccanti sulla massa ventricolare sinistra degli
ipertesi è spiegato dagli autori con il fatto che questi farmaci hanno
un modesto effetto sulla pressione centrale aortica e, conseguentemente,
sul picco di stress sistolico che rappresenta la principale componente
emodinamica dello sviluppo dell'ipertrofia ventricolare sinistra.
Secondo gli autori è necessario anche tenere conto che in corso di
cardiopatia ipertensiva vi è una sottoregolazione dei recettori
beta-adrenergici cardiaci, sottoregolazione che può ridurre l'effetto
stimolante delle catecolanine circolanti e, per converso, l'effetto
inibitore dei beta-bloccanti sulle cellule miocardiche.
Nonostante questi
differenti effetti dei vari farmaci anti-ipertensivi sulla massa
ventricolare sinistra in corso di ipertensione, gli autori riconoscono
che la superiorità di un farmaco sugli altri necessita di ulteriori
conferme mediante ampi studi clinici controllarti e affermano che,
d'altra parte, rimane da determinare se una maggiore riduzione
dell'ipertrofia ventricolare sinistra si traduca, in realtà, in migliore
esito cardiovascolare.
Come migliorare il monitoraggio della pressione? Quale la via migliore?
La risposta più semplice consiste nell'avere del personale ben preparato
ed esperto, tipicamente infermieri che vengono addestrati a questa
misurazione secondo gli standard delle linee-guida. Nella pratica la
cosa non è altrettanto semplice, perché viene richiesto al personale
formato una rigorosa attenzione alla qualità del proprio lavoro per non
incorrere in imprecisioni comuni come l'approssimazione del valore
pressorio. La naturale tendenza è infatti quella di approssimare a zero
piuttosto che a due, quattro, sei e otto. E’ stata infatti riscontrata
questa comune procedura anche tra gli infermieri specialisti per
l'ipertensione, sebbene altamente qualificati e con una solida
formazione alla spalle.
Il problema del fattore
umano nella misurazione della pressione porta alla considerazione che ci
sia bisogno di metodi alternativi per questo tipo di misurazione. Tra le
più comuni quella che ha dato finora i risultati migliori è il
monitoraggio Holter della pressione nelle 24 ore. Ma questo metodo
figura anche fra i più costosi e meno agevoli da condurre: finora tale
monitoraggio è stato condotto con l'impiego parziale di dispositivi
automatici e altri tipi di misurazioni da effettuarsi a domicilio. Il
metodo è stato utilizzato nel caso di pazienti ipertesi al fine di
raccogliere il maggior numero di informazioni, di validità attendibile,
per poi essere in grado di optare per decisioni appropriate.
Riepilogando, il modo per migliorare la misurazione della pressione da
parte di non specialisti dovrebbe prevedere l'impiego di personale
adeguatamente preparato e in grado di attenersi alle linee-guida, nonché
l'uso di dispositivi automatici affidabili.
IPERTENSIONE
ARTERIOSA E DIABETE MELLITO.
Nei paesi
industrializzati, si riscontra frequentemente un'associazione tra la
malattia diabetica e l'ipertensione arteriosa alla quale corrisponde un
notevole aumento del rischio cardiovascolare. Come è noto, il diabete
mellito già di per sé, a prescindere delle considerazioni relative ai
valori pressori, determina un aumento da 2 a 4 volte del rischio di
infarto miocardico, di eventi ischemici cerebrali, di arteropatia
periferica o di insufficienza renale cronica.
A parità di valori
pressori, il rischio cardiovascolare è decisamente superiore nei
pazienti diabetici ed aumenta al crescere dei valori pressori (Multiple
Risk Factor Intervention Trial).
Inoltre, l'incremento della pressione arteriosa in un range non
particolarmente elevato, fino a 170 mmHg di pressione sistolica, è
correlato ad un aumento progressivo dell'incidenza di infarto miocardico
e di eventi legati a microangiopatia – retinopatia diabetica e danno
renale (UKPDS, United Kingdom Prospective Diabetes Study).
L'associazione del
diabete mellito di tipo 2 (DM2) con l'ipertensione arteriosa è
particolarmente frequente, molto più dell'atteso. I dati epidemiologici
dicono infatti che la prevalenza nella popolazione generale di questa
forma di diabete è circa del 5%, quella della IA invece del 20%. In base
a un semplice calcolo matematico le due condizioni dovrebbero quindi
essere concomitanti in un individuo su cento. Tuttavia questa prevalenza
attesa è di gran lunga inferiore a quella osservata nella realtà:
l'epidemiologia evidenzia che il DM2 è presente nel 10% dei pazienti
ipertesi e, viceversa, l'ipertensione viene rilevata nell'80% dei
diabetici.
L'associazione delle due
patologie è dunque particolarmente frequente e sostiene l'ipotesi di un
meccanismo fisiopatologico comune, inscrivibile nell'ambito della
cosiddetta sindrome metabolica (SM).
La SM è una condizione
caratterizzata dalla compresenza di quattro elementi:
-
obesità, a localizzazione
prevalentemente addominale;
-
dislipidemia, con aumento dei
trigliceridi e bassi livelli di colesterolo HDL;
-
ipertensione arteriosa;
-
iperglicemia a digiuno, anche in
un range non diabetico.
Questi quattro elementi
sembrano unificabili dal punto di vista della patogenesi in termini di
aumentata resistenza all'insulina che può fra l'altro favorire lo
sviluppo di ipertensione arteriosa attraverso diversi meccanismi. Si
possono infatti riconoscere meccanismi che legano l'insulino-resistenza
a un innalzamento della PA agendo a livello del sistema nervoso
centrale, con l'attivazione del sistema simpatico e quindi del sistema
renina-angiotensina. Ciò determina da un lato un aumento delle
resistenze vascolari, dall'altro, a livello renale, una ridotta
escrezione di sodio con conseguente tendenza alla ritenzione idrosalina,
all'aumento del volume intravascolare e della portata cardiaca che
portano ad ipertensione.
L'insulino-resistenza
comporta inoltre una marcata alterazione della funzione endoteliale, con
ridotta disponibilità di ossido nitrico e stimolo alla produzione di
fattori vasocostrittori, quali l'endotelina, che causano ipertensione
tramite un aumento delle resistenze vascolari. Esiste poi tutta una
complessa trama di meccanismi biochimici che si stanno recentemente
delineando e che contribuiscono a spiegare come nel paziente diabetico,
e ancor di più nel paziente diabetico iperteso, si sviluppi un danno
cardiovascolare a livello di macro e microangiopatia. La disfunzione
endoteliale concorre ad aumentare non solo i valori pressori ma anche lo
stress ossidativo, e favorisce le alterazioni pro-infiammatorie (con le
citochine ed altri meccanismi). Questi ulteriori meccanismi patogenetici
si potenziano reciprocamente, ed aggravano ulteriormente la disfunzione
endoteliale. Le alterazioni endoteliali concorrono anche con alterazioni
dell'emostasi nel favorire i processi trombotici. L'innalzamento della
glicemia innesca tutta una serie di meccanismi dannosi a livello
cardiovascolare. L'iperglicemia porta a una condizione di stress
ossidativo determinando una disfunzione endoteliale attraverso una serie
di meccanismi la cui biochimica viene sempre meglio definita e, inoltre,
la produzione di prodotti di glicazione avanzata (AGE). Gli AGE nascono
dall'interazione tra molecole di zuccheri, in particolare di glucosio,
con le terminazioni amminiche di proteine, con i lipidi o il DNA. Dal
legame di queste molecole biologicamente attive con gli zuccheri si
formano prima dei composti intermedi relativamente instabili e
successivamente dei complessi più stabili che da un lato inattivano la
funzione delle proteine o comunque delle molecole biologiche
interessate, dall'altro riconoscono dei recettori specifici la cui
attivazione aumenta tutta una serie di processi, tra cui, ancora una
volta, lo stress ossidativo. Un'ulteriore alterazione riguarda la via
metabolica che dal diacilglicerolo (DIA) porta all'attivazione della
protein-chinasi C (PKC) e che risulta critica nell'attivazione di tutta
una serie di messaggeri (endotelina, angiotensina, fattori di crescita
vascolare, fattore di crescita TGF-beta) Questa via svolge un ruolo
determinante nell'insorgenza di una complesso di fenomeni che
favoriscono non solo la macro-angiopatia ma anche la micro-angiopatia
diabetica, quali la vasocostrizione, la disfunzione endoteliale,
l'aumento della permeabilità vasale e l'aumento della
neovascolarizzazione. A questa attivazione si può arrivare tramite una
stimolazione diretta degli elevati livelli glicemici o indiretta che
chiama in causa due dei meccanismi sopra riportati (lo stress ossidativo
e gli AGE). Per riassumere, alla base del danno vascolare nel paziente
iperteso diabetico si riconosce una serie complessa di interazioni tra
meccanismi biochimici ed alterazioni fisiopatologiche (ipertensione,
alterazione protrombotiche, pattern lipidico, stress ossidativo e danno
endoteliale). La conoscenza di questi meccanismi è rilevante non solo
dal punto di vista fisiopatologico ma anche per le possibili
ripercussioni nell'ambito del trattamento farmacologico, poiché essi
rappresentano potenziali target terapeutici.
Dott. Angelo M. De Rosa |