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LE INCRETINE E IL DIABETE TIPO 2
Efendic e collaboratori,
del gruppo di Stoccolma, pubblicata sul primo numero del 2008 di Acta
Physiologica, rivista ufficiale della Società Svedese di Fisiologia.
A cura di
Marco Comaschi
Commento all'articolo:
da www.incretineediabete.it
La progressione logica dell’articolo è stringente e consequenziale, a
partire dagli studi base della diabetologia di questi ultimi decenni e
dai “position statements”
delle principali Società Scientifiche Mondiali, fino ad arrivare ad una
fresca, ma precisa disamina delle terapie oggi utilizzate nella cura
della malattia diabetica. E infine arriva il vero “focus”
individuato dagli Autori, rappresentato dalla reale aspettativa di
innovazione in ciò che è appena arrivato o sta arrivando a disposizione
del diabetologo clinico che quotidianamente cerca di modificare la
storia naturale della malattia.
La considerazione
chiave svolta dagli Autori, infatti è la seguente: se la malattia
diabetica è, come è ormai dimostrato ampiamente, la conseguenza della
progressiva perdita di massa betacellulare pancreatica, nessuno dei
farmaci oggi esistenti in commercio ed usati ampiamente in tutto il
mondo, è in grado di modificare tale condizione. Né i
sensibilizzanti insulinici, dalla Metformina ai TZD, né tantomeno le
Sulfoniluree, nèl’Acarbose, ma nemmeno ovviamente la terapia sostitutiva
insulinica hanno mai dimostrato azioni in tal senso, sebbene esista
qualche piccolo lavoro su una simile possibile attività dei TZD. Fin
dagli anni 80 del secolo scorso gli studi si sono orientati sulla
definizione dell’attività del sistema endocrino-paracrino degli ormoni
gastroenterici, del Glucagone e della Somatostatina.
Il decennio degli anni 90 è stato quello in cui tutte le attenzioni
della ricerca si sono puntate sul
GLP-1, che
ha dimostrato di essere il composto più attivo ed efficace nel
mantenimento di valori glicemici controllati, in modo
glucosio-dipendente, senza incremento ponderale e con bassa incidenza di
eventi avversi o indesiderati. L’azione diretta sull’incremento
della massa betacellulare è però il vero “plus” dell’incretina.
Il problema da superare restava quello della rapidissima degradazione
della molecola del GLP-1 da parte dell’enzima Dipeptydil Peptidase 4 (DPP
4), che di fatto ne vanifica la possibilità dell’uso clinico.
La soluzione di questo problema sembra oggi aver trovato non una sola,
ma due alternative possibili, e ciò schiarisce molto gli orizzonti della
terapia del diabete nel mondo. La prima è quella dei cosiddetti
Incretino Mimetici,
ed in particolare dell’Exenatide, versione sintetica dell’Exendin 4,
prodotto della saliva del Gila Monster, che possiede circa la metà della
catena aminoacidica identica a quella del GLP-1 umano con effetti
assolutamente sovrapponibili, ma resistente alla degradazione del DPP 4,
per cui resta in circolo per 6 - 10 ore dal momento della
somministrazione sottocutanea.
La versione “long release” dell’Exenatide, con monosomministrazione
settimanale, sembra addirittura più efficace nella riduzione dell’HbA1c.
La persistenza in circolo appare decisamente più lunga per la
Liraglutide, altro incretino mimetico DPP 4 resistente, che si lega
acetilato all’albumina e consente un’unica somministrazione giornaliera,
con efficacia ed azioni analoghe al precedente composto.
La seconda ed interessantissima alternativa è invece quella dei
composti ad effetto
inibitorio dell’azione del DPP 4, che consentono la
somministrazione orale con efficacia sovrapponibile, e per i quali gli
studi più recenti hanno confermato la rilevante azione di preservazione
e proliferazione delle betacellule.
Il Sitagliptin, già approvato da numerosi Enti Regolatori di diversi
Paesi, ed il Vildagliptin sono i primi della nuova Classe ad essere
posti a disposizione della pratica clinica, e un’aspetto di assoluta
importanza è la possibile, anzi consigliabile, associazione con altre
classi di farmaci orali ipoglicemizzanti, sempre nell’ottica del
raggiungimento dei goals clinici identificati ormai a livello
internazionale.
L’unica attenzione
che, anche nella futura ricerca, oltre che nella sorveglianza
farmacologica, dovrà essere ben tenuta presente,
è quella di cercare sempre
una spiccata selettività dell’inibizione del DPP 4, dal
momento che in studi sperimentali gli unici effetti avversi si sono
verificati in cani in cui l’inibizione enzimatica era stata estesa anche
ai DPP 8 e 9.
Appropriati trials clinici dovranno rispondere alla domanda se le
dimostrazioni sperimentali degli effetti sulle betacellule delle
incretine e degli inibitori del DPP 4 si possono tradurre anche in una
reale modificazione della storia naturale della patologia diabetica.
Una simile dimostrazione stravolgerebbe anche le considerazioni di
farmacoeconomia, modificando totalmente i valori di cost-effectiveness
oggi calcolabili. |