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Prevenzione del
diabete di tipo 1:
a che punto siamo?

ESTRATTO Da G It
Diabetol Metab 2006;26:145-147
E. Bosi
Medicina Generale,
Diabetologia ed Endocrinologia, Università Vita-Salute e Istituto
Scientifico- Ospedale San Raffaele, Milano
Corrispondenza: prof.
Emanuele Bosi, Medicina Generale, Diabetologia ed Endocrinologia,
via Olgettina 60, 20132
Milano
e-mail: bosi.emanuele@hsr.it
G It Diabetol Metab
2006;26:145-147
La prevenzione del
diabete di tipo 1 rappresenterebbe, se conseguito, un obiettivo di
primaria importanza della medicina moderna. Il diabete di tipo 1 è
infatti tra le malattie croniche più diffuse della nostra epoca,
colpisce prevalentemente bambini e adolescenti, non è al momento
guaribile, richiede il trattamento insulinico e il monitoraggio
glicemico per tutta la vita ed è tuttora gravato da mortalità e
morbosità inaccettabili. Inoltre, i costi legati alla cura della
malattia e soprattutto delle sue complicanze pongono questa malattia tra
le prime voci di spesa in tutte le società avanzate. Purtroppo, al
momento questo obiettivo non è stato conseguito malgrado gli importanti
sforzi prodotti dalla ricerca in questo settore, essenzialmente a causa
della persistente ignoranza circa l’eziologia della malattia,
presupposto indispensabile per la definizione di strategie efficaci di
intervento. Tuttavia, pur rimanendo ignota l’eziologia, la progressiva
identificazione dei meccanismi responsabili della distruzione della
massa beta-cellulare ha da tempo reso possibile la messa a punto di
strategie di prevenzione comunque fondate su un razionale patogenetico.
Da oltre 20 anni sappiamo infatti che il diabete di tipo 1 è una
malattia cronica autoimmune, caratterizzata da una lunga fase di
incubazione asintomatica identificabile per la presenza in circolo di
autoanticorpi contro antigeni delle isole pancreatiche1. Il processo di
autoimmunità non è congenito, ma si sviluppa in età molto precoce in
soggetti con una base poligenica di predisposizione, nel cui contesto il
maggiore contributo proviene dal polimorfismo dei geni HLA-DR e DQ2-4.
Il coinvolgimento di fattori ambientali nel processo di induzione della
reazione autoimmune è indubbia, ma la loro identità e il tipo di
interazione con i geni di suscettibilità rimangono ancora oscuri5. Il
più importante obiettivo conseguito dalla ricerca in questo ambito è
rappresentato dalla acquisita capacità di identificare i soggetti
durante la fase preclinica mediante screening genetico e autoanticorpale
e di predirne con elevata accuratezza l’evoluzione a malattia6. Lo
screening genetico eseguito alla nascita consente di identificare quei
soggetti a maggior rischio di sviluppare il processo di autoimmunità e
pertanto candidabili a programmi di prevenzione primaria, ovvero rivolta
a impedire l’insorgenza dell’autoimmunità; lo screening con gli
autoanticorpi anti-insulina, anti-GAD e anti-IA-2 nei soggetti
geneticamente predisposti, familiari o portatori degli alleli HLA a
rischio, identifica quei soggetti nei quali il processo di autoimmunità
è già avviato e pertanto suscettibili di interventi di prevenzione
secondaria, ovvero rivolta a bloccare o rallentare la progressione verso
la forma clinica della malattia; anche nel momento della diagnosi
clinica di diabete è ancora possibile realizzare una forma di
prevenzione terziaria, rivolta ad arrestare l’ulteriore progressione
della distruzione della massa beta-cellulare e preservare una buona
secrezione insulinica residua, presupposto a un più facile controllo del
diabete e quindi a una più efficace prevenzione delle complicanze
croniche della malattia. Gli studi di prevenzione realizzati o in corso
di svolgimento vengono riportati qui di seguito.
Prevenzione primaria.
Alcuni interventi recentemente avviati hanno tratto spunto
dall’osservazione del possibile ruolo di alcuni antigeni alimentari,
come quelli contenuti nel latte vaccino7 o nei cereali, nella induzione
del processo di autoimmunità8,9. Con questi presupposti, e avvalendosi
dell’esperienza acquisita in alcuni studi pilota10, sono attualmente in
corso di realizzazione interventi di prevenzione primaria basati sia
sulla somministrazione del latte idrolizzato (studio TRIGR) (http://trigr.epi.usf.edu/)
sia sulla posticipazione dell’introduzione del glutine con la dieta
(studio BABYDIET)11; altri studi ancora utilizzano come possibile
strumento di pre-venzione la supplementazione di vitamina D (studio
Prevefin) 12, la cui carenza è un fattore di rischio di malattia13,14, o
nutrienti come gli acidi grassi omega 3 di cui si ipotizzano effetti
antinfiammatori15, somministrati alle gestanti di bambini potenzialmente
a rischio o agli stessi bambini entro i primi due anni di vita (studio
NIP).
Prevenzione secondaria.
Numerosi
studi di intervento sono stati sinora realizzati, nessuno dei quali
purtroppo con risultati significativi. Il più rilevante è stato il DPT-1
(Diabetes Prevention Trial 1): patrocinato dagli NIH, si è svolto in USA
e Canada e prevedeva come strumento di prevenzione la somministrazione
di insulina per via parenterale nei soggetti a più elevato rischio (>
50% entro 5 anni) o per via orale nei soggetti a rischio intermedio
(26-50%). Il razionale risiedeva nella possibile induzione di tolleranza
nei riguardi di un autoantigene importante come l’insulina. Purtroppo,
nessuno dei due trattamenti è risultato efficace in termini di
prevenzione, anche se un ritardo nella progressione verso il diabete è
stato osservato in un sottogruppo di soggetti con elevati titoli di
anticorpi anti-insulina trattati con l’insulina orale16,17. In Europa è
stato realizzato un altro grande studio, denominato ENDIT (European
Nicotinamide Diabetes Intervention Trial), che utilizzava quale
strumento di prevenzione la nicotinamide, risultata tuttavia anch’essa
inefficace sulla progressione verso il diabete18.
Prevenzione terziaria.
Gli
interventi di preservazione della secrezione insulinica residua sono
stati perseguiti mediante interventi per lo più di immunosoppressione o
immunomodulazione a partire dal momento della diagnosi clinica di
diabete di tipo 1. I migliori risultati in questo genere di trattamenti
sono quelli ottenuti intorno alla fine degli anni Ottanta con la
ciclosporina19, successivamente abbandonata a causa della transitorietà
dei benefici20 e degli effetti indesiderati associati21. Negli anni
seguenti nessuno dei numerosi altri trattamenti proposti ha ottenuto
risultati apprezzabili; soltanto di recente, le incoraggianti esperienze
ottenute con l’impiego di anticorpi monoclonali anti-CD3 in due studi,
uno condotto in USA22 e un altro in Europa23, hanno rivitalizzato
l’interesse in questo tipo di interventi; tra i trattamenti di
immunomodulazione, per definizione meno impegnativi e meno rischiosi
rispetto a quelli di immunosoppressione, degno di menzione è lo studio
pilota realizzato mediante somministrazione del DiaPep277, un peptide
omologo della
heat shock protein 6024.
L’esigenza di ottenere risultati non equivoci in questa difficile
materia ha imposto come necessità la conduzione degli studi di
intervento su base multicentrica da parte di estesi consorzi
internazionali al fine di poter disporre di massa critica, potenza
statistica, tempo di osservazione e finanziamenti adeguati. Ne sono
esempi il già menzionato TRIGR e TrialNet (www. diabetestrialnet.org/),
un network finanziato dai NIH e da altre agenzie che ha ereditato la
rete che aveva realizzato il DPT-1 ed è composto da 18 centri, di cui 13
in USA e 5 internazionali, ognuno dei quali a sua volta al centro di
reti regionali o nazionali di altri centri satelliti e affiliati.
All’interno di questi grandi consorzi, così come da parte di altri
network a estensione nazionale o internazionale, sono in corso o in fase
di imminente avvio diversi interventi di prevenzione, secondaria e
terziaria, basati sulla somministrazione di autoantigeni (insulina orale
o inalatoria, GAD), di farmaci immunosoppressori o immunomodulatori
variamente combinati tra loro (micofenolato, anticorpi anti-CD25,
anti-CD20, anti-CD3, anti-linfociti) e di agenti potenzialmente in grado
di stimolare la ricrescita della massa beta-cellulare come gli analoghi
e i mimetici del GLP-1. È ragionevole attendersi da tutti questi
protocolli sperimentali, e dagli studi meccanicistici associati,
importanti informazioni non soltanto sulla efficacia dei vari
trattamenti, ma anche sul processo patogenetico oggetto dell’intervento
e sui meccanismi che ne sono alla base. Pertanto, la prevenzione del
diabete di tipo 1, benché ancora lontana, appare al momento come un
obiettivo in corso di avvicinamento, lento ma continuo, realisticamente
raggiungibile nel medio periodo.
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