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La
personalizzazione della terapia nel diabete di tipo 2
Il diabete di tipo 2 è una malattia multifattoriale complessa la cui
incidenza e prevalenza è in costante crescita, come confermato da
numerosi studi epidemiologici che lo collocano tra le emergenze
sanitarie del prossimo decennio. Studi hanno chiaramente dimostrato come
vi sia una stretta correlazione tra un migliore controllo
glicemico,ottenuto sin dalle prime fasi della malattia, e una riduzione
delle complicanze, l’aspetto più temibile per l’impatto
clinico-psicologico e socio-economico del diabete di tipo 2. Da qui la
necessità di attuare interventi terapeutici di comprovata efficacia il
più tempestivamente possibile, al fine di raggiungere i livelli
glicemici target identificati come ottimali in termini di prevenzione.
Seppur nella comunità scientifica vi sia unanime consenso nel
riconoscere l’importanza di una strategia di intervento mirata a
contrastare i meccanismi fisiopatologici della malattia, tuttavia ancora
oggi un discreto numero di pazienti non raggiunge i parametri indicatori
di un buon controllo, rimanendo così a rischio di complicanze sia micro-
che macrovascolari.
Le
principali ragioni di questo mancato traguardo sono ,da un lato,
l’impossibilità delle attuali terapie di agire sui tutti i meccanismi
fisiopatologici che sottendono la malattia, rallentando così il
progressivo e inevitabile deterioramento della funzione beta cellulare,
dall’altro la durata di efficacia nel tempo dei farmaci disponibili. A
queste spiegazioni, si aggiungano le caratteristiche del singolo
paziente che hanno un ruolo importante nel conseguimento o meno, degli
obiettivi di cura fissati. Ciascun paziente ha un suo profilo e una sua
storia clinica che dovrebbero implicare scelte terapeutiche atte a
stabilire un equilibrio ottimale e il più parafisiologico possibile per
il singolo caso. È, infatti, importante sottolineare che uno stretto
controllo glicometabolico ottenuto con la terapia, non necessariamente
si traduce per tutti i pazienti, in un vantaggio in termini di
prevenzione delle complicanze e della mortalità. A questo proposito è
fondamentale la lezione dei grandi trial ACCORD, ADVANCE e VADT che
hanno dimostrato i rischi del perseguimento di un compenso glicemico
troppo stretto e in tempi rapidi, nei soggetti d’età avanzata e con
complicanze cardiovascolari note o sospette. In altri termini, gli
interventi mirati a riportare nella norma la glicemia con target di
controllo troppo stretti, possono offrire margini incerti di sicurezza
se applicati indistintamente a tutti i pazienti affetti da diabete di
tipo 2. Da qui la necessità, sempre più avvertita dalla comunità
scientifica, di sviluppare percorsi di intervento personalizzato che,
partendo dalla medicina delle evidenze e tenendo conto del profilo del
singolo paziente, possano indirizzare ,da un lato, a obiettivi di
controllo glicometabolico possibili e sicuri,dall’altro a scelte
terapeutiche ottimali che siano il miglior compromesso tra efficacia,
sicurezza e aderenza terapeutica. Sulla scorta di queste considerazioni
anche l’Associazione Medici Diabetologi (AMD) ha dunque sentito di
offrire una propria risposta, elaborando il presente documento che si
propone di soddisfare un’esigenza pratico-clinica secondo un taglio
innovativo per la realtà nazionale.
Considerazioni
Il diabete tipo 2 è una malattia eterogenea. Nel 1978 Stefan S Fajans
scriveva che è una sindrome, costituita da diverse malattie tutte
caratterizzate da iperglicemia e danni tissutali, risultanti da fattori
diversi. Oggi gli elementi determinanti l’iperglicemia nei
singoli quadri clinici possibili, sono meglio definiti: alla classica
triade-ridotta secrezione insulinica, insulinoresistenza a livello
epatico e muscolare- si sono aggiunti il ridotto effetto incretinico,l’aumentata
lipolisi, l’aumentato riassorbimento renale del glucosio, le alterazioni
dei neurotrasmettitori, nonchél’aumentata secrezione di glucagone. La
base genetica del diabete, ancora largamente da esplorare,aggiunge
ulteriori elementi di eterogeneità e complessità.Per certi
aspetti, ancora maggiore è l’eterogeneità fenotipica della malattia, di
facile riscontro nella pratica quotidiana.Infatti, oltre alla
eterogeneità legata alla età e alle comorbilità,possiamo osservare:
diabete a rapida o lenta progressione, diabete associato a normopeso,
sovrappeso o obesità, forme con iperglicemia prevalente a digiuno,
postprandiale o entrambe, diabete con tendenza o meno alla chetosi,
diabete che richiede o non richiede terapia insulinica, diabete con alta
o bassa secrezione insulinica o, ancora, forme con aumentata o ridotta
sensibilità all’insulina, diabete rispondente o meno a farmaci orali (o
a particolari classi di questi), diabete in pazienti di etnia a basso o
alto rischio genetico o culturale, diabete associato a comportamenti ad
alto o basso rischio, o ancora forme con presenza o meno di ulteriori
fattori di rischio cardiovascolare.
I recenti
grandi studi clinici (UKPDS e relativo studio osservazionale in follow
up, ACCORD, ADVANCE, VADT) hanno essenzialmente dimostrato che
l’intervento mirato al controllo dell’iperglicemia per essere efficace,
deve essere precoce e condotto in sicurezza per evitare effetti
collaterali, primo fra tutti l’ipoglicemia, che potrebbero invece
costituire un rischio aggiuntivo per il paziente. Da qui il messaggio
conclusivo che suggerisce come il tipo di intervento effettuato, debba
rispondere a obiettivi specifici mirati e il più possibile
individualizzati per i singoli pazienti.
Da Il
Giornale di AMD, 2011;14:35-45
Antonio
Ceriello, Vincenzo Armentano e altri
Estratto
a cura di Antonio Vetrano,diabetologo |