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L’APPETITO PER IL SALE:
EREDITARIO O ACQUISITO?

Tra i mammiferi, gli erbivori
posseggono abilità innate e acquisite nel cercare, trovare e ricordare i
depositi naturali di sale, come le rocce salate, che poi leccano
avidamente. I grossi animali del passato tracciavano larghi sentieri
verso tali luoghi. Uno di questi, battuto da migliaia di bufali vicino
al Lago Erie, si trovava dove sorge l’attuale Buffalo, New York. Anche i
carnivori si radunavano nei medesimi luoghi, non per leccare le rocce
salate ma per attaccare gli erbivori, il che suggerisce che carne e
sangue contengono abbastanza sale da rendere superflue le altre fonti.
Gli essere umani hanno sviluppato l’appetito per il sale come gli
erbivori o sono più simili ai carnivori? La maggior parte delle zone
abitate dall’uomo preistorico erano localizzate nelle zone interne dei
continenti, dove l’acqua piovana è molto povera di sale. Il fatto che il
corpo umano sia capace di modulare finemente i livelli di sodio
plasmatici senza poterlo immagazzinare suggerisce che prevenire la
perdita di sale attraverso un continuo eccesso di rifornimento possa
conferire un vantaggio evolutivo. La sensazione di gusto “salato”
dipende dal sodio. Il sale rafforza il gusto e anche questo potrebbe
rappresentare un meccanismo finalizzato al suo approvvigionamento.
Infine, tutte le popolazioni rurali tendono ad abbandonare le loro
abitudini dietetiche iposodiche e ad assumere sale con liberalità non
appena raggiungono la “civilizzazione”. Altri autori, tuttavia,
affermano che, dal momento che i cacciatori-raccoglitori sopravvivevano
con molto poco sale e dal momento che il corpo ne elimina prontamente
ogni eccesso, l’appetito di sale rappresenta un’abitudine culturale
acquisita anziché un tratto ereditario. Una prova del fatto che non
abbiamo fisiologicamente bisogno di grandi quantità di sale deriva dal
contenuto di sodio nel latte delle grandi scimmie, compresi gli umani,
molto più basso rispetto a quello di altri mammiferi: solo circa 180
mg/L. Il latte vaccino è 3-4 volte più ricco in sodio e potassio. Poiché
nelle società primitive la lattazione durava fino a quattro anni, un
apporto limitato di sale con il latte doveva essere sufficiente per la
crescita. Né i cacciatori né, più tardi, gli allevatori di animali
ebbero bisogno di scorte aggiuntive di sale. Un esempio è dato dai
nomadi dell’Orda d’Oro, 700-800 anni fa. Anche il più povero fra i
soldati dell’esercito mongolo possedeva almeno 3 cavalli (alcuni fino a
15) al proprio seguito,così che un cavaliere poteva mangiare velocemente
in sella, smontare, fermarsi brevemente per incidere la zampa di un
cavallo in coda alla fila per recuperare. I Mongoli rispettavano i
cavalli (mandavano i più vecchi “in pensione”, ma non li uccidevano mai)
ed è evidentemente potevano ricavare abbastanza sale dal sangue delle
loro cavalcature senza mangiarne la carne. Più in generale, le tribù di
cacciatori non raccoglievano sale né lo commerciavano. Gli esseri umani
possono sopravvivere mangiando la carne degli animali domestici, mentre
maiali, cavalli, pecore e armenti hanno bisogno di 5-10 volte più sale
che gli umani. Per questo motivo gli insediamenti umani furono stabiliti
vicino alle rocce gradite alle greggi. Fu solo quando l’uomo si dedicò
all’agricoltura, specialmente in zone prive di animali addomesticabili,
che il Sali diventò una necessità nutrizionale.
IL SALE: AMICO O NEMICO?
Ci sono dei possibili paralleli
sorprendenti tra i problemi obesità-diabete e sale-ipertensione. Solo
una minoranza di soggetti obesi sviluppa diabete. Solo una minoranza di
noi (che siamo tutti “supermangiatori” di sale) sviluppa ipertensione.
Non tutti i diabetici sono obesi e dunque sensibili alle calorie.
Assolutamente non tutti gli ipertesi sono sensibili al sale.
Presumibilmente, esistono dei processi simili su base genetica che
richiedono una sollecitazione ambientale per la loro espressione. L’uno
senza l’altro non è sufficiente. Sorgono due domande: esistono animali
spontaneamente ipertesi? Ci sono abbastanza informazioni sul ruolo
causale o determinante del sale? A entrambe le domande è possibile
dare una risposta positiva. Proprio come esistono forme spontanee di
diabete nei roditori onnivori e aterosclerosi spontanea (per esempio nei
maiali), esistono casi di ipertensione spontanea. Nei ratti con
ipertensione spontanea, una dieta arricchita di sale (6% del peso secco)
accelera lo sviluppo dell’ipertensione e il trattamento farmacologica
specialmente in associazione con una dieta povera di sale, riduce la
pressione arteriosa. Un’osservazione potenzialmente molto importante è
che la stessa elevata quantità di sale non causa ipertensione se agli
animali vengono somministrati anche potassio e magnesio. Gli scimpanzè,
benché per lo più erbivori sono più simili agli esseri umani e
interessanti esperimenti sull’ingestione di grandi quantità di sale sono
stati condotti in una colonia stabile nel Gabon. In un trial della
durata di 89 settimane, durante il quale la somministrazione di sale era
stata aumentata a 15 g al giorno, la pressione arteriosa aumentò
significativamente in 8 scimmie, ma no in altre 5. Venti settimane dopo
la fine della somministrazione di sale, la pressione era tornata
normale. La conclusione di questa e altre osservazioni (condotte anche
nei polli) è che esistono animali spontaneamente ipertesi, che essi
rappresentano ceppi differenti da quelli normotesi e che, anche tra di
essi, lo sviluppo di ipertensione richiede una assunzione elevata e non
fisiologica di sale e può essere neutralizzata aggiungendo potassio.
CONCLUSIONE
La quantità di lavoro compiuto in
questo campo permette di trarre alcune conclusioni. Sembra che non fosse
necessario aggiungere sale nella dieta né per i cacciatori-raccoglitori
né per i semplici agricoltori sedentari, tra i quali l’abitudine si era
diffusa non ovunque e probabilmente in piccole quantità. Ciò che rese
l’uso del sale una necessità quotidiana, e addirittura una questione di
evoluzione culturale, fu il suo impiego nella conservazione del cibo,
nella preparazione del formaggio e così via. Anche se, potenzialmente,
il consumo di sale potrebbe essere ridotto, nella maggior parte dei casi
le pressioni selettive create dalle post-sbornie evoluzionistiche sono
piuttosto deboli e l’evoluzione biologica per curarne le conseguenze può
essere molto lenta. Di conseguenza, l’appetito per il sale è destinato a
rimanere: fa parte della nostra eredità culturale piuttosto che
biologica. Dal momento che esistono animali, per lo meno fra gli
onnivori, che sviluppano ipertensione spontanea, il problema non è
esclusivamente umano. I geni responsabili sono presenti in natura e non
sono dannosi, nella grande maggioranza dei casi, fino all’età
post-riproduttiva. Peraltro, se mantenere un genotipo “ipertensivo”
possa rappresentare solo una deriva genetica o conferisca piuttosto un
chiaro vantaggio evolutivo rimane da stabilire. La rivoluzione del
neolitico portò non solo all’eccessivo consumo di sodio, ma anche a una
netta diminuzione nell’uso del potassio. L’assenza di ipertensione nelle
tribù primitive può essere spiegata non solo dal loro basso consumo di
via, separare i due fattori può essere scorretto. Se il potassio e il
rapporto sodio/potassio sono importanti, gli studi e le raccomandazioni
future potrebbero approfondire non solo l’assunzione di sale, ma
piuttosto il rapporto sodio/potassio nella dieta. Da qui, l’approccio di
popolazione potrebbe non essere quello di ridurre l’assunzione di sale,
dimostratosi largamente inefficace, ma aumentare il consumo di potassio.
Naturalmente, sono necessari ulteriori studi per stabilire se e come
emettere raccomandazioni a tale riguardo.
Sale e ipertensione, M.
Porta etal.
Giornale Italiano di
Diabetologia
Marzo 2006, Volume 26,
numero 1 |