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La
differenza tra normalizzare e ridurre la pressione arteriosa
L’ipertensione
rappresenta la prima causa di morte nel mondo con una preponderanza di
effetto nei Paesi industrializzati, ma con un impatto rilevante anche
nelle Nazioni in via di sviluppo Il ruolo dell’ipertensione arteriosa
come fattore di rischio cardiovascolare è certamente una solida realtà
che poggia sulla dimostrazione che l’incremento dei valori pressori
condiziona un analogo incremento del rischio cardiovascolare (CV) mentre
la riduzione degli stessi che consegue all’impiego di farmaci
antiipertensivi, si associa ad un significativo miglioramento della
prognosi clinica . Tale rapporto risulta significativamente influenzato
dall’interposizione di fattori di rischio aggiuntivi che si ritrovano
frequentemente nello stesso soggetto in associazione con l’ipertensione
arteriosa, E’ importante riaffermare la necessità essenziale di un
approccio terapeutico alla pressione arteriosa che prenda prima di tutto
in esame la capacità del trattamento di ridurre i valori pressori e con
essi una quota consistente del rischio CardioVascolare. In pratica
la riduzione della pressione arteriosa rappresenta l’obiettivo iniziale
e imprescindibile della terapia la cui efficacia in termini di
prevenzione delle malattie cardiovascolari risulta largamente
proporzionale all’entità della riduzione pressoria ottenuta per effetto
dell’intervento terapeutico e tale principio si applica a tutte le
principali complicanze cardiovascolari confermando come la riduzione
pressoria efficace sia lo scopo primario, (anche se non esclusivo)
della terapia antiipertensiva. Alla luce delle evidenze emerse dagli
studi clinici più recenti, il concetto basilare dell’importanza della
riduzione della pressione arteriosa risulta oggi ampliato dalla
dimostrazione che alcuni aspetti qualitativi e quantitativi della
terapia antiipertensiva possono avere un impatto preventivo rilevante.
Il primo elemento essenziale della terapia antiipertensiva è
rappresentato dalla osservazione che la acquisizione del beneficio
clinico che ad essa consegue è dipendente dal raggiungimento di
efficaci target di
intervento
terapeutico
(PA<140/90 mmHg) i
quali definiscono il livello pressorio al di sotto del quale il rischio
cardiovascolare legato all’ipertensione arteriosa si riduce in maniera
significativa. Tali target di intervento appaiono differenziati sulla
base del profilo di rischio del paziente e significativamente più
ambiziosi in presenza di un elevato profilo di rischio (PA<130/80 mmHg)
come avviene ad esempio nella popolazione diabetica e/o affetta da
sindrome metabolica o nei pazienti affetti da un pregresso evento
cardiovascolare In secondo luogo la rapidità della
riduzione pressoria
che
risulta in grado di condizionare il successo della terapia :l’incidenza
delle principali complicanze cardiovascolari è risultata minore nei
soggetti che acquisivano livelli di intervento efficaci (PA<140/90)in
tempi più rapidi (entro 2-4 settimane)
Questo obiettivo può essere
ottenuto, con un’attenta selezione delle opzioni terapeutiche,
anche in pazienti con ipertensione grave, come dimostrano i
risultati riportati da irbesartan che, in associazione con
idroclorotiazide, ha raggiunto il controllo dei livelli pressori
fin dalle prime settimane di terapia in una popolazione
di pazienti ipertesi gravi, non
trattati o non controllati dalla monoterapia
Tutto ciò
suggerisce che la semplice riduzione della pressione arteriosa deve
essere considerata un risultato non sufficiente in termini di
prevenzione cardiovascolare se non associata alla acquisizione di
livelli pressori in grado di ridurre in maniera efficace il rischio CV.
Tale aspetto
è stato enfatizzato dalle osservazione di Benetos e coll. (7) che,
prendendo in considerazione
una ampia
popolazione francese, hanno dimostrato come la mortalità e morbilità CV
risultino ridotte ai livelli della popolazione normotesa solo nei
pazienti che acquisiscono livelli pressori inferiori al valore soglia di
140/90 mmHg mentre nei soggetti nei quali non si raggiunge tale
risultato l’incidenza di eventi risulta largamente sovrapponibile a
quella della popolazione ipertesa non sottoposta a terapia (Figura 3).
Il risultato di un controllo pressorio adeguato può essere ottenuto
attraverso un’ottimizzazione della terapia antiipertensiva che preveda
una serie di interventi in grado di rendere più efficace le strategie di
intervento. In conclusione, nonostante la riduzione dei valori di
pressione arteriosa sia l’elemento centrale alla base dell’efficacia
della terapia antiipertensiva, esistono oggi una serie di innegabili
evidenze che suggeriscono l’esistenza di una differenza sostanziale tra
“riduzione” e “normalizzazione”della pressione arteriosa. Il concetto di
normalità dei valori pressori, inteso come la acquisizione di target di
intervento al di sotto del limite di incremento del rischio relativo,
implica infatti un livello di protezione cardiovascolare che può essere
solo parzialmente associato alla semplice riduzione pressoria. Per
contro, il raggiungimento di livelli “normali” di pressione arteriosa
implica necessariamente anche un aspetto di tipo farmacologico che
indirizzi la terapia antiipertensiva verso quelle molecole in grado di
assicurare una maggiore “remunerazione preventiva”alla riduzione
pressoria attraverso la capacità di disinnescare in maniera efficace
anche il potenziale di rischio CV dei fattori di rischio associati.
Tutto ciò sembra oggi potere essere ottenuto attraverso un più ampio
ricorso alla terapia di combinazione, in particolare nei pazienti con
elevato profilo di rischio, la quale dovrebbe pressoché inevitabilmente
prevedere l’impiego di un farmaco che inibisca il sistema RAS al quale
deve essere riconosciuta la capacità di assicurare quella efficacia
additiva al controllo pressorio che oggi distingue non solo
semanticamente i termini “ridurre” e “controllare” la pressione
arteriosa.
Estratto Da Vascular Health Trends
Anno 3
- N. 4
Claudio Borghi
Cattedra di Medicina Interna
Università degli Studi di Bologna |