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Prevenire la variabilità glicemica

30 giugno 2008 (Congresso Medico) – Le alterazioni glicemiche del diabete comprendono l’iperglicemia cronica prolungata e le fluttuazioni in acuto del glucosio. Valide evidenze riconoscono, oggigiorno, gli effetti deleteri di una prolungata esposizione all’iperglicemia cronica, che favorisce un’eccessiva glicazione delle proteine e la generazione di stress ossidativo; meno documentato è invece il ruolo dell’eccessiva variabilità glicemica.  I Dott. Louise Monnier e Claude Colette (Montpellier, Francia) hanno da poco pubblicato su Diabetes Care (1) una review su tale argomento, esaminando le molte ragioni attraverso le quali le fluttuazioni glicemiche acute, verso valori elevati (nel periodo post-prandiale) o bassi (in quello interprandiale), potrebbero generare stress ossidativo. Raccomandano quindi fortemente una strategia antidiabetica globale che miri a ridurre al minimo le diverse componenti disglicemiche (A1C, glicemia a digiuno e post-prandiale, variabilità glicemica).  Tutti i farmaci agenti sulle escursioni post-prandiali del glucosio plasmatico sembrano particolarmente interessanti ai fini del controllo dell’instabilità glicemica, con particolare attenzione alle molecole emergenti (come gli agonisti del GLP-1 e gli inibitori della DPP-IV, che agiscono attraverso l’inibizione dell’incretina).  Gli autori, pertanto, sostengono che la variabilità glicemica dovrebbe rappresentare uno degli obiettivi del trattamento dei disturbi metabolici a cui vanno incontro i soggetti diabetici, e propongono quale obiettivo per l’ampiezza media delle escursioni della glicemia (MAGE, mean amplitude of glycemic excursions) 40 mg/dl, pur sostenendo la necessità di indagini ulteriori per definire degli standard in questo ambito.

1) Diabetes Care 2008; 31 (S2):S150–S154 PubMed

Da www. Aemmedi.it

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ultimo aggiornamento domenica 27 giugno 2010 12.48.49
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