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Terapia del diabete tipo 2: farmaci innovativi?
Francesco
Giorgino
Nel
considerare gli effetti sul controllo glicemico dei farmaci innovativi
vorrei ritornare sul messaggio, che è stato già anticipato dal professor
Consoli, riguardo alla collocazione di questi farmaci nell’algoritmo
terapeutico ADA/EASD. Nelle varie versioni di questo algoritmo, comparse
anche recentemente nella letteratura scientifica, i farmaci innovativi
vengono considerati farmaci di secondo piano. Per quale motivo? Perché a
questi farmaci viene attribuita una ridotta efficacia ipoglicemizzante
oppure perché si ritiene che vi sia scarsa esperienza derivante dai
trials clinici: il loro impiego andrebbe in qualche modo limitato a
pazienti specifici, singoli pazienti in cui evidentemente i farmaci
tradizionali non possono essere utilizzati. Peraltro, va anche ricordato
che nel momento in cui viene graduata l’efficacia terapeutica dei
farmaci tradizionali e dei farmaci innovativi, il documento ADA/EASD
posiziona l’exenatide e il sitagliptin agli ultimi posti attribuendo,
appunto, a questi farmaci una scarsa efficacia ipoglicemizzante.
Nell’ultima versione dell’algoritmo terapeutico gli inibitori della
DPP-4 non compaiono affatto, mentre per l’exenatide si fa menzione del
fatto che le evidenze relativamente all’efficacia e alla sicurezza sono
limitate. Vorrei provare, se possibile, a rivedere questo messaggio e
dimostrare al contrario che, in qualche modo, potrebbe esserci qualche
elemento pregiudiziale.Innanzitutto, consideriamo le evidenze fornite
dagli studi clinici sull’efficacia ipoglicemizzante dei farmaci
innovativi. Partiamo dall’efficacia ipoglicemizzante dei farmaci
innovativi utilizzati in monoterapiavalutando gli studi pubblicati
negli ultimi due-tre anni in cui sono stati utilizzatiexenatide,
liraglutide, sitagliptin e vildagliptin. Per ciascuno di questi studi,
sono indicate una serie di caratteristiche che comprendono la durata del
trial, la numerosità del campione dei pazienti trattati, la durata del
diabete e, molto importante, il livello di emoglobina glicosilata di
partenza, prima dell’inizio del trattamento. È facile notare che in
questo contesto terapeutico, cioè quando vengono utilizzati in
monoterapia come farmaci di primo impiego, i farmaci innovativi sono
efficaci, e la riduzione dell’emoglobina glicata si attesta a valori
variabili che sono intorno a -0,7%, -0,8% per gli inibitori della DPP-4,
e qualcosa in più per quanto riguarda gli agonisti del recettore del
GLP-1, exenatide e liraglutide. Per exenatide soltanto due studi in
monoterapia, poiché questo farmaco ha avuto uno sviluppo soprattutto
nella terapia di associazione. Ma anche quando vengano considerati nella
terapia di associazione, cioè in aggiunta a una terapia ipoglicemizzante
pre-esistente, i farmaci innovativi mostrano di avere una chiara
efficacia; ancora una volta, riduzioni dell’emoglobina glicata che sono
paragonabili a quelle di cui vi ha parlato poc’anzi il professor Sesti:
-0,7%, -0,9%, con un lieve vantaggio per exenatide rispetto agli
inibitori della DPP-4. Ma forse gli studi più importanti e più decisivi
riguardo all’efficacia dei nuovi farmaci sono gli studi di confronto
diretto con farmaci tradizionali; vi sono infatti dei trials in cui
exenatide, liraglutide, sitagliptin e vildagliptin, sono stati
confrontati con la stessa terapia insulinica in pazienti già trattati
con farmaci ipoglicemizzanti orali, oppure sono stati confrontati con
altri secretagoghi o con insulino-sensibilizzanti. Il messaggio finale
che deriva da questi studi è che non sono state quasi mai dimostrate
differenze di efficacia, cioè i nuovi farmaci sono tanto efficaci quanto
i farmaci tradizionali. Vorrei, a questo punto, citare due studi di
confronto diretto. Il primo riguarda il confronto tra exenatide e
l’insulina basale (insulina glargine). Questo studio ha dimostrato la
pari efficacia delle due terapie iniettive quanto a riduzione
dell’emoglobina glicata, con percentuali di pazienti che raggiungevano
il target di glicata al di sotto del 7% o del 6,5% assolutamente
confrontabili. Il secondo riguarda il confronto diretto tra sitagliptin
e una sulfanilurea, la glipizide. Anche in questo caso viene dimostrata
una pari efficacia nel ridurre i valori di emoglobina glicata. Si può
infatti osservare come la discesa nei livelli di emoglobina glicata sia
assolutamente confrontabile nei due gruppi trattati con l’uno o con
l’altro farmaco. Se questi sono i dati degli studi clinici, come mai i
documenti delle società scientifiche assegnano a questi nuovi farmaci
una ridotta efficacia? Forse il motivo è che invece che riferirsi ai
risultati del confronto diretto, i documenti considerano studi meno
recenti in cui l’efficacia ipoglicemizzante dei farmaci tradizionali
veniva documentata in pazienti con livelli di emoglobina glicata
relativamente elevati, mediamente più alti rispetto ai livelli dei
pazienti studiati più di recente con i nuovi farmaci. È noto infatti che
l’efficacia ipoglicemizzante di un antidiabetico orale è in genere tanto
più apparente quanto maggiore è il livello di emoglobina glicosilata di
partenza. Infatti, si può osservare che per lo stesso sitagliptin si può
dimostrare che la riduzione dei livelli di glicata è superiore all’1%
nei pazienti con una glicata di partenza superiore a 8,5, mentre è
soltanto dello 0,3% nei pazienti con una glicata di partenza inferiore
al 7%. Vi è poi un altro aspetto da considerare, che va oltre il
concetto della riduzione della sola emoglobina glicata. Nello studio di
confronto exenatide vs insulina glargine, come si ricorderà, i due
farmaci riducevano la glicata esattamente della stessa entità e cioè
-1,1% rispetto al livello di base. Tuttavia, la modalità con cui questo
effetto si produce è assai differente. Infatti, se si va a esaminare il
profilo glicemico dei pazienti trattati con l’uno o con l’altro farmaco
si osserva come nei pazienti trattati con exenatide si abbia una
particolare riduzione della glicemia in fase postprandiale, mentre nei
pazienti trattati con insulina glargine si riduca soprattutto la
glicemia a digiuno. E quindi, se si confrontano le due terapie, rispetto
all’efficacia sulla glicemia a digiuno, o rispetto all’efficacia sulla
glicemia postprandiale, emerge chiaramente come la glicemia
postprandiale sia molto più efficacemente corretta da exenatide rispetto
all’insulina glargine. La stessa maggiore efficacia sulla iperglicemia
post-prandiale è evidente anche quando nel caso degli inibitori della
DPP-4. Quindi la domanda è: “Certo, è utile ridurre l’emoglobina glicata,
ma non è ancora più utile se questo si ottiene riducendo anche
l’iperglicemia postprandiale? E le nuove terapie non ci possono dare
qualcosa in più rispetto a quelle tradizionali?”
da Controversie in Diabetologia
Terapia del diabete tipo 2: farmaci tradizionali o
innovativi?
Estratto a cura di Antonio Vetrano, diabetologo
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