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Il diabete mellito dal punto di vista
psicosomatico
Il diabete mellito (dal
greco diabàino = passo attraverso + meli = miele)malattia nota
dall’antichità, assume il ruolo di malattia sociale a causa della sua
elevata prevalenza e della sempre crescente incidenza nel mondo
occidentale.Si prevede infatti che i pazienti diabetici nel mondo dai
110 milioni osservati nel 1994 aumenteranno a 240 milioni nel 2010
Esattamente come il cancro il diabete è scarso nelle comunità a basso
livello di progresso e cresce parallelamente ad esso, nella aree più
progredite dell’Europa e degli USA
Caratteristico è il quadro
diabetico degli indiani americani Pima dell’Arizona, una popolazione con
prevalenza del diabete vicina al 50%, la più alta al mondo, possibile
espressione di una situazione genetica protettiva nei tempi in cui le
difficoltà di approvvigionamento alimentare costringevano a digiuni
protratti e divenuta poi sfavorevole nella civiltà del fast food, con
illimitata disponibilità di cibi molto raffinati.
La maggior parte dei
diabetici sa che almeno in parte la loro omeostasi non è ben regolata e
pertanto sono turbati da sentimenti di insicurezza:questa deficienza
cronica può esercitare un’influenza negativa sull’intera strategia di
vita ed essi possono arrivare ad organizzare tutta la vita intorno ai
loro disturbi.
I concetti psicosomatici
esposti in vari lavori sullo sviluppo del diabete sono stati riassunti
schematicamente nel modo seguente:
• i conflitti e i bisogni
non orali vengono soddisfatti col cibo.Possono quindi manifestarsi
quindi appettito eccessivo ed obesità con induzione di iperglicemia
costante e conseguente esaurimento delle cellule di Langerhans;
• in conseguenza
dell’identificazione del cibo con l’amore, la riduzione dell’affetto
produce un’esperienza emotiva di fame che dà luogo, indipendentemente
dall’ingestione di cibo, ad un metabolismo della fame che sembra
corrispondere a quello del paziente diabetico;
• le paure inconsce costanti
per tutta la vita inducono una reazione continuativa di fight or flight
accompagnata dall’iperglicemia. Poiché il rilascio della tensione
psicologica non ha mai luogo, il diabete può svilupparsi
dall’iperglicemia così prodottasi.
Nonostante questi elementi
non esiste una vera e propria personalità del diabetico. Tuttavia,
particolarmente nel diabete giovanile, i fattori psichici hanno un
effetto considerevole sul decorso e sulla riuscita del trattamento.
Alexander descrive i loro forti desideri di attenzione e gli
atteggiamenti che li portano alla dipendenza. Tali pazienti sviluppano
una notevole sensibilità verso la frustrazione di questi bisogni che
sono, dal punto di vista analitico, di natura orale.
Nella vita emotiva dei
diabetici si riscontrano tendenze ambivalenti con irrequietezza, fretta
e ansia, da una parte, e aspirazioni alla tranquillità e alla sicurezza
dall’altra.
Nel corso del trattamento a
lungo termine di questi pazienti il medico deve essere consapevole che
la malattia può essere vissuta come perdita di autonomia e aumento della
dipendenza.
Secondo Benedek il rischio
di chetoacidosi può essere incrementato dai tentativi di forzare il
pèaziente a un regime dietetico, a causa dell’ansia e dei conflitti che
questo produce. Pertanto la prescrizione di una dieta richiede una
relazione di sostegno tra medico e paziente..
La stabilizzazione della
condizione emotiva del paziente rende anche possibile conseguire un
miglior equilibrio somatico – se per contro il medico suscita uno stato
di ansia, questo può indurre un peggioramento del diabete attraverso una
stimolazione dell’asse simpatico-surrenale.
Potrebbe essere molto utile
tener conto di alcuni aspetti psicosomatici oltre al trattamento
puramente medico dei diabetici; il medico può gestire il caso dando
sostegno al paziente, incoraggiandolo ad avere il controllo sulla
propria vita e a sviluppare il potenziale creativo nonostante il fatto
che le prospettive possano essere ostacolate dalla malattia.
Tuttavia una forma idonea di
psicoterapia può essere molto utile quando c’è uno squilibrio metabolico
continuativo.
Si è rivelata utile
l’integrazione di questi pazienti in una forma di terapia di gruppo
focalizzata sulla malattia.
La terapia della famiglia è
la migliore per i bambini diabetici.
Minuchin ha dimostrato che
le famiglie incontrano notevoli difficoltà nell’affrontare la malattia e
che l’assenza di comunicazione tra i genitori è spesso la condizione che
precede immediatamente gli attacchi di chetoacidosi nei bambini
diabetici.
Dott.
Luisa MERATI
Medico
chirurgo, coordinatore del Centro Medicina Psicosomatica
Specializzata in psicoterapia, psicologia clinica, allergologia,
immunologia, nefrologia; diploma di ipnosi (AMISI), diploma di
psicoterapia a indirizzo psicosomatico
Coordinatore sezione SIMP Naviglio Grande
Da
www.psicosomatica.org
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