La terapia
antipertensiva nel soggetto diabetico
di
Rosanna Feroldi
Sulla frequente coesistenza di
diabete di tipo 2 e ipertensione, presenti contemporaneamente in ben il
70-80% dei pazienti, e sulla loro sinergia negativa nell’aumentare in
misura sostanziale il rischio di sviluppare danno d’organo, in primo
luogo a livello renale, e nel promuovere incidenti cerebrovascolari,
sviluppo di malattia coronarica, insufficienza cardiaca e arteriopatia
periferica, determinando il complessivo incremento della mortalità
cardiovascolare, si sono accumulati nei decenni molti dati
epidemiologici ed evidenze cliniche (Kannel WB, et al.
Am Heart J
1991;121:1268-1273).
Soltanto recentemente, però, si sono comprese con precisione le
peculiarità della condizione cardiometabolica che ne deriva e sono state
meglio definite le linee di terapia ottimali per spezzare questo legame
e riportare i soggetti diabetici entro livelli di rischio paragonabili a
quelli della popolazione generale. Due i capisaldi di un approccio
efficace: controllo glicemico ottimale e intervento antipertensivo
precoce e aggressivo, con uno o più farmaci, associati anche in prima
battuta quando l’alterazione del parametro pressorio è tale da
giustificare la politerapia combinata.
Tutte le classi di farmaci sono ammesse per arrivare a ottenere la
riduzione raccomandata dei valori di sistolica e diastolica al di sotto,
rispettivamente, di 130 e 80 mmHg. Infatti è ormai chiaro che, in primo
luogo, la riduzione della pressione arteriosa determina di per sé i
vantaggi in termini di minore morbilità e mortalità cardiovascolare (Blood
Pressure Lowering Treatment Trialists’ Collaboration,
Arch Intern Med
2005;165:1410-1419), e che, spesso, nel
soggetto diabetico un solo farmaco non è sufficiente a raggiungere il
target terapeutico.
Tuttavia, all’atto della definizione della terapia non possono essere
tralasciate alcune considerazioni relative agli effetti desiderati e
avversi dei diversi princìpi antipertensivi. Innanzitutto, volendo
evitare di rendere maggiormente difficoltoso il controllo glicemico e,
conseguentemente, di dover aumentare il dosaggio dell’insulina o dei
farmaci diretti a ottenerlo, non andrebbe preso in considerazione l’uso
di beta-bloccanti e diuretici tiazidici, se non in casi molto
particolari e come ultima scelta (Pepine CJ, et al.
JAMA
2003;290:2805-2816). Al contrario, si
dovrebbero privilegiare quelle molecole che in diversi studi clinici e
metanalisi hanno confermato di saper esercitare, oltre a una buona
azione antipertensiva, anche un effetto ulteriormente protettivo sia
dall’ipertensione sia dal diabete sugli organi bersaglio, ossia, in
particolare, rene e muscolo cardiaco.
Due le classi di farmaci che si sono dimostrate utili in questo senso,
soprattutto nei soggetti in cui la nefropatia non si sia ancora
instaurata: ARB e ACE-inibitori. Per i princìpi attivi di entrambi i
gruppi esistono, infatti, chiare evidenze in merito alle capacità di
migliorare la sensibilità insulinica, oltre che di prevenire e ridurre
proteinuria e microalbuminuria; quest’ultima, peraltro, è un noto indice
precoce di danno renale e di incremento del rischio cardiovascolare
globale (Ruggenenti P, et al.
N Engl J Med
2004;351:1941-1951). Prove consistenti,
inoltre, supportano l’uso degli ARB in prima battuta e in via
preferenziale, da soli o in associazione con antipertensivi diversi,
anche nei pazienti in cui microalbuminuria e nefropatia diabetica siano
conclamate.
Da
www.gdmonline.it
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