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Quando é che il grasso é troppo?
Un numero sempre maggiore di studi
sembra suggerire che l’obesità è un disturbo comportamentale,
responsabile, tra l’altro di un elevato rischio di morbidità e
mortalità. La morbidità correlata all’obesità può essere considerata
come la seconda causa di morte, più facilmente prevenibile, dopo il fumo
di sigaretta.
E non vi è alcun dubbio sul fatto che
l’aspettativa di vita di un individuo è inversamente correlata al suo
grado di obesità ovvero, maggiore è il grado di obesità e più alta è la
mortalità attribuibile a tutte le cause.
L’obesità costituisce inoltre un
rischio ed un fattore aggravante per parecchie patologie sia mediche che
chirurgiche tra le quali figurano: l’ipertensione arteriosa,
le dislipidemie, l’insulino
resistenza in soggetti portatori di diabete di tipo 2
non insulino-dipendente (NIDDM), i
disturbi respiratori, la depressione, il cancro, la malattia coronarica,
la calcolosi della colecisti, le apnee notturne, l’infertilità, le
disfunzioni sessuali e le patologie articolari degenerative
L’obesità ha anche un impatto
fortemente negativo sulla qualità della vita in generale. Gli individui
obesi presentano infatti maggiore pessimismo, maggiori difficoltà
lavorative e relazionali, maggior quantità di disturbi affettivi ed
ansiosi e una maggior tendenza al disturbo da evitamento rispetto agli
individui normopeso.
Sebbene l’obesità rappresenti un
grave problema di salute pubblica, essa è ancora troppo spesso ignorata
dai medici che dovrebbero invece essere stimolati a condividere la
responsabilità per l’inutile levitazione di spesa sanitaria causata da
questo problema.
Alcuni ricercatori hanno calcolato
nel 1995 l’ammontare delle spese direttamente correlate al trattamento
dell’obesità, in 99,2 miliardi di dollari americani (più o meno
equivalenti al 6% del totale della spesa sanitaria degli USA), cui deve
essere aggiunta un’ulteriore quota di 239 miliardi di dollari calcolati
in termini di perdita di produttività causata dalla malattia.
Mentre dai 30 ai 60 miliardi di
dollari vengono spesi ogni anno in cibi a ridotto tenore di grassi,
attrezzature sportive, diete "miracolo", e pillole contro l’obesità da
banco, la percentuale di individui obesi, negli Stati Uniti, continua
costantemente ad aumentare. Sembra quasi un’epidemia.
Il 50% circa della popolazione
attuale degli Stati Uniti può essere considerata in sovrappeso e
potrebbe ridurre il suo rischio di morte con la sola perdita di peso.
Studi prospettici italiani, dimostrano che, nel giro di quindici anni
avremo raggiunto gli americani.
Ma quand’è che possiamo dire che il
grasso è davvero troppo?
La formula più frequentemente usata,
per la misurazione del grasso corporeo, è l’indice di Quatelet o Indice
di Massa Corporea o BMI, che si calcola dividendo il peso dell’individuo
espresso in chilogrammi per il quadrato della sua altezza espressa in
metri.
Valori di BMI compresi tra 21 e 25
sono da considerarsi normali, valori compresi tra 25 e 26,9 vengono
considerati espressione di moderato sovrappeso, valori compresi tra 27 e
29,9 sono indice di obesità lieve, valori compresi tra 30 e 34,9 sono
indice di obesità media, valori compresi tra 35 e 39,9 sono indice di
obesità grave e valori superiori a 40 sono definiti obesità morbigena.
La principale limitazione di questo
metodo di misurazione del grasso corporeo è però che esso non fa
distinzione tra massa magra e massa grassa.
Il BMI serve in realtà come un
surrogato di misura del grasso corporeo in quanto non è tanto la massa
grassa totale che determina il rischio sanitario legato all’obesità
quanto piuttosto la distribuzione del grasso medesimo nell’organismo. Un
numero crescente di studi ha infatti dimostrato che l’eccesso di tessuto
adiposo che si accumula a livello centrale-superiore (la classica
distribuzione "androide" o maschile del grasso) è molto più legato a
complicanze sanitarie che non il tessuto adiposo che si accumula a
livello centrale-inferiore (la classica distribuzione "ginoide" o
femminile del grasso) di qui l’uso per la valutazione del
rischio-obesità del rapporto tra circonferenza della vita e
circonferenza dell’anca.
Altri metodi usati per la misura del
grasso corporeo sono il rapporto tra circonferenza del giro-vita e
circonferenza dell’ anca, la misurazione delle pieghe cutanee (plicometria)
e la bio-impedenzometria. Studi recentissimi hanno dimostrato che, a
partire da un BMI di 23, vi è una correlazione crescente tra BMI e
rischio di morte (previa, ovviamente, correzione per malattie
preesistenti e fumo di sigaretta).
Un valore di BMI superiore a 26
aumenta il rischio di morte per cause cardiovascolari, ed il rischio
relativo è in questo caso ancora più alto per gli individui più giovani.
Un aumento di peso di più di 5 chilogrammi od un aumento della
circonferenza vita di 5 centimetri o più, dopo l’età di 21 anni, è da
considerarsi una condizione di aumentato rischio sanitario, anche se il
peso del soggetto rimane nei limiti considerati sani
(BMI 21-25). Diversi studi hanno
dimostrato che, a partire da un valore di BMI di 25, a mano a mano che
cresce il BMI cresce anche il rischio di complicazioni sanitarie e
diminuisce la qualità della vita. Questa relazione è stata espressa in
termini di correlazione tra peso e mortalità.
Per esempio, il peso corporeo e la
mortalità da tutte le cause, in donne adulte non-fumatrici, appaiono
avere tra loro una correlazione diretta. Stando ad un altro studio, un
aumento di peso di almeno 10 Kg. ottenuto dopo il raggiungimento del
diciottesimo anno di età è associato ad un aumento di mortalità nell’età
adulta. Per converso, donne adulte che pesavano almeno il 15% in meno
della media femminile americana per età (che però è decisamente in
sovrappeso), apparivano avere il minimo tasso di mortalità in assoluto.
Altri studi hanno dimostrato che un
BMI uguale o superiore a 30, è associato ad una mortalità del 50-100%
superiore rispetto ad un BMI di 25. Pensate, che un quinto della
popolazione americana ha un BMI superiore a 30!
Quindi, maggiore è il BMI, più
probabile è il rischio di patologie correlate all’obesità, e più gravi
sono i loro effetti.
Chi è dunque che dovrebbe realmente
perdere peso? Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dovrebbero
perdere peso tutti gli individui che:
- hanno un BMI superiore a 30 oppure
spazio a consigli sulle tecniche di allenamento e di sviluppo della
massa muscolare
- hanno un BMI compreso tra 25 e 29,9
oppure che hanno una circonferenza vita maggiore di 102 cm. se maschi o
maggiore di 88 cm. se femmine ed in più presentino due o più fattori di
rischio.
(I fattori di rischio da considerare
sono: l’età >45 anni nei maschi e >55 anni nelle femmine; una storia
familiare di infarto miocardico, il fumo di tabacco; una P.A.
persistentemente >140/90 mm.Hg; una colesterolemia totale >200 mg/dL con
HDL <35 mg/dL; una diagnosi di diabete mellito; uno stile di vita
sedentario con assenza di attività fisica).
Tutti gli altri, almeno stando alle
più aggiornate ricerche scientifiche, possono cominciare finalmente a
rilassarsi......
Da
www.anoressia-bulimia.it |