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Automonitoraggio glicemico nel diabete di tipo 2 non trattato con insulina: efficace o superfluo?

 

La pratica della misurazione della glicemia su sangue capillare mediante strumenti portatili da parte degli stessi pazienti, comunemente denominata SMBG dall’acronimo di selfmonitoring of blood glucose, rappresenta una delle pietre miliari della terapia del diabete mellito. Sviluppatasi a partire dalla fine degli anni settanta del secolo scorso e perfezionata nel tempo grazie ai progressi delle tecnologie analitiche e informatiche, il SMBG costituisce uno strumento insostituibile nella gestione quotidiana del diabete. L’utilità del SMBG nel diabete di tipo 1 e di tipo 2 in terapia insulinica è oggi unanimemente riconosciuta3 e il suo impiego è stato da tempo inserito in tutte le linee guida, comprese quelle dell’American Diabetes Association4. Analogo consenso non si è invece formato intorno all’impiego del SMBG nel diabete di tipo 2 non trattato con insulina, soprattutto in relazione ai risultati controversi riportati in letteratura. Considerati i costi del SMBG, già significativi per i sistemi sanitari dei Paesi sviluppati e addirittura proibitivi per quelli in via di sviluppo di recente investiti dalla pandemia del diabete, il tema dell’efficacia del SMBG e, conseguentemente, della sua utilità di impiego anche nel diabete di tipo 2 è oggetto di acceso dibattito tra le comunità medica e dei pazienti da un lato, e gli Enti pubblici e privati erogatori di prestazioni, dall’altro. Come sempre, la risposta al quesito non può che provenire dalle evidenze scientifiche, che tuttavia al momento appaiono contraddittorie a causa dell’intrinseca difficoltà a condurre studi appropriati su questa materia. Tuttavia, pur in presenza di una così evidente discrepanza di risultati, un primo e importante elemento di consenso all’interno della comunità scientifica è emerso dal Workshop: vi è infatti una concordanza di opinioni sul giudizio di sostanziale inefficacia terapeutica del SMBG nel caso in cui questa pratica non sia utilizzata come strumento integrato nel processo educativo del paziente e in quello decisionale terapeutico da parte del medico; in altre parole, misurazione e registrazione della glicemia di per sé non migliorano il controllo del diabete se non vengono combinate con conseguenti azioni sullo stile di vita e sulla terapia farmacologica. Questa conclusione rappresenta una interpretazione di insieme dei dati provenienti dai vari studi, la cui conferma e validazione necessita tuttavia di studi appositamente concepiti. Nelle raccomandazioni che verranno proposte per una futura adozione da parte delle Società Scientifiche, organismi internazionali ed Enti erogatori di prestazioni sanitarie, dovrebbero trovare spazio alcuni ulteriori suggerimenti: la presentazione del SMBG al paziente viene suggerita sin dal momento della diagnosi, ritenuta utile per una più rapida comprensione dell’influenza sulla glicemia da parte di alimentazione, attività fisica e terapia farmacologica nella vita di ogni giorno; così come la condivisione dei risultati del SMBG tra il paziente e tutte le figure di riferimento (medico, infermiere, educatore, dietista) viene indicata per una più efficace gestione della malattia. In definitiva, si riconosce nel SMBG il potenziale per contribuire alla ottimizzazione del trattamento anche dei pazienti con diabete di tipo 2 non in trattamento insulinico; tuttavia, di questa utilità occorrerà nel prossimo futuro produrre una evidenza scientificamente solida attraverso la realizzazione di studi specificamente concepiti. Queste evidenze si rendono necessarie per giustificare gli elevati costi del SMBG, accettabili soltanto in presenza di dati non equivoci che ne dimostrino l’efficacia terapeutica e un conseguente vantaggio in termini di costi-efficacia, rapportati alla quantità e qualità di vita del paziente.

 

prof. Emanuele Bosi,

estratto  da G It Diabetol Metab 2009;29:111-113

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ultimo aggiornamento domenica 27 giugno 2010 12.48.49
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