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DIABETE TIPO 2 E IL PASSAGGIO ALLA TERAPIA INSULINICA
Quando si
ricorre all’uso dell’insulina nel diabete di tipo 2?
dopo aver
tentato la migliore modifica possibile dello stile di vita e avere
utilizzato gli ipoglicemizzanti orali al massimo dosaggio, ci si basa
sui valori persistentemente elevati e/o sulla presenza di complicanze
iniziali già in atto.
Quali sono le
insuline attualmente in uso in Italia?
Esistono: le
rapide, le intermedie e gli analoghi divisi in ultrarapidi e lenti
Esistono
regole per la variazione della dose insulinica in base ai valori
glicemici?
Esistono dei
metodi validati come il counting dei carboidrati, una metodica che
prevede che i pazienti siano in grado di stimare il contenuto di
carboidrati nel cibo e quindi aggiustino la dose secondo la regola di 1
unità di insulina rapida ogni 10 g di carboidrati (per cui 60g di
carboidrati necessiterebbero di 6 unità). Per apprenderla ci si deve
addestrare con un po’ di metodo, non basta solo consultare una tabella.
Esistono poi vari metodi che partono dalla considerazione che mediamente
1 unità di insulina fa scendere la glicemia di circa 30-40mg, per cui se
ho 200 di glicemia per scendere a 100 dovrei fare 3 unità.
Ma attenzione
che purtroppo non è così semplice: speso il fabbisogno di insulina deve
tenere conto di altri fattori come il grado di attività fisica, la sede
di iniezione, le malattie intercorrenti che rendono complessa la
relazione. La regola migliore è sempre quella di fare molto
autocontrollo, imparare a conoscersi e crearsi i propri personali
algoritmi.
Cosa fare se
il paziente rifiuta subito categoricamente il passaggio al trattamento
insulinico?
Nella pratica
medica e infermieristica l’arma più efficace per superare il rifiuto
dell’ago e dell’iniezione è il colloquio, condotto secondo tecniche di
counselling. Il paziente va ascoltato, legittimato, non giudicato,
facendo carico delle sue difficoltà e quando il momento sia maturo deve
essere invitato a praticarsi l’insulina e affiancato nel momento della
prova. In questi frangenti, soprattutto nel diabete di tipo 2 in
secondary failure, un elemento a favore è il tempo. Vale la pena
rimandare il passaggio a insulina di qualche giorno o settimana e
lasciare che il paziente prenda coscienza del proprio scompenso: un
ruolo di primo piano ha, in questa fase, un autocontrollo glicemico,
eventualmente attuato da un familiare, su cui il paziente possa
ragionare. Anche l’incontro di gruppo educativo, con altri pazienti, in
cui è possibile il confronto
e la
discussione “tra pari”, ovvero con altre persone che hanno affrontato e
superato il problema, sono uno strumento da prendere in considerazione
in questi casi. Non è consigliabile equivocare sulla durata della
terapia insulinica, presentandola come transitoria, come fanno alcuni
operatori. È meglio insistere sul concetto che il vero nemico è
rappresentato dalle glicemie alte, non dall’insulina. La posizione del
medico deve essere ferma, “assertiva”, sul messaggio che non praticare
insulina vuol dire gravi complicanze a breve. Ma non deve essere
terroristica e minacciosa altrimenti si rischia di non riuscire più a
comunicare con il paziente.
Quali sono le
motivazioni che stanno dietro il rifiuto della terapia insulinica?
“l’insulina io
non riuscirei mai farla, piuttosto prendo delle pastiglie più forti…”.
Il rifiuto della terapia insulinica, per il quale viene generalmente
addotta la giustificazione della paura dell’ago e dell’iniezione, è un
problema ben noto. Dietro, tuttavia, vi sta spesso tutta una serie di
situazioni non dichiarate, con sfumature psicologiche diverse, che può
essere utile conoscere.
Spesso dietro al
rifiuto della terapia iniettiva sta la negazione della malattia cronica
e del suo aggravamento. Nel vissuto di molti pazienti il passare dalle
compresse alle siringhe d’insulina è percepito come un peggioramento
della malattia, di cui si sentono a volte colpevoli, che non viene
accettato. In questi casi il rifiuto dell’iniezione è soltanto una
modalità relazionale che recede se viene accettata la malattia. Anche le
donne con diabete gestazione, sebbene la terapia insulinica sia in
genere ben accetta, possono manifestarsi situazioni di rifiuto. La paura
che l’insulina possa danneggiare il feto, magari perché somministrata
nell’addome, è un motivo relativamente frequente.
Vi sono casi
in cui davvero la reazione all’ago è di tipo patologico?
La paura vera e
propria dell’ago, e del dolore che può provocare, viene definita dagli
americani needle phobia. Secondo la letteratura in merito, sino al 10%
dei pazienti soffre di quella forma fobica che spesso si ripropone per i
prelievi di sangue o per le vaccinazioni. In una piccola percentuale di
casi si associa a un’iperattività vaso-vagale che provoca sincopi alla
vista della siringa, per la quale sono proposti trattamenti con
benzodiazepine o anestetici locali. Nella pratica quotidiana di un
servizio di diabetologia si ha l’impressione che la percentuale di
pazienti che possono soffrire di questo sia molto più bassa, non più del
1%. Affrontare l’avvio della terapia insulinica in questi casi può
essere davvero problematico, anche quando si possieda un bagaglio di
esperienza tale da rassicurare il paziente. Ma per fortuna si tratta di
casi rari, per i quali il microinfusore può essere un’opzione
terapeutica. L’uso delle penne e degli stiloiniettori è anche un’opzione
da prendere in considerazione
Da Domande e
Risposte in malattie metaboliche e diabetologia a cura di Carlo Giorda |