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IL
SINTOMO SEGRETO 
Viene presentata come
una esigenza di riservatezza dovuta all’ostilità dell’ambiente esterno o
al semplice desiderio di privacy. Eppure la decisione di ‘non parlare
del diabete’ presa da molte famiglie e pazienti deve essere
investigata dal pediatra e dal Team Diabetologico-Pediatrico come un
‘sintomo’, il segno di un vissuto non risolto se non di vero disagio da
parte della famiglia e del paziente. Nei colloqui individuali e di
gruppo i pazienti (e con più chiarezza i genitori) giustificano questa
discrezione con il timore di incomprensioni o peggio di discriminazioni
da parte del contesto sociale nel quale il bambino (e la sua famiglia)
vive.
Nella vita di tutti i
giorni, poi, nascondere una condizione che interagisce in molti modi con
la quotidianità quale il diabete di tipo 1 risulta decisamente
complesso. Per nascondere l’esigenza di assumere insulina ed effettuare
controlli glicemici più volte al giorno, il paziente è costretto a
condurre una sorta di ‘doppia vita’, difficilmente potrà confidarsi
davvero con un amico

o partecipare ad
attività che richiedono di passare molto tempo insieme ad altri: dormire
a casa di amici, fare gite di un giorno, o soggiorni fuori dalla
famiglia.
La situazione è
complessa e alla dinamica psicosociale si aggiungono dei rischi
importanti sotto il profilo più immediatamente clinico. Per mantenere la
sua ‘copertura’ il ragazzo che mantiene il segreto sulla sua patologia
può trovarsi costretto a trasgressioni alimentari o a non assumere la
prevista dose di insulina. Inoltre gli amici (e gli insegnanti) non
preavvertiti sarebbero di ben scarso aiuto in caso di seria crisi
ipoglicemica. Insomma la scelta di non parlare del diabete deve essere
considerata come un serio campanello di allarme e allertare l’intero
Team diabetologico pediatrico, consigliando una revisione dell’approccio
seguito fino a quel momento o intensificando gli sforzi educativi. Come
agire concretamente in questi casi? Prima di intervenire sui ragazzi è
necessario ripartire dal dialogo con i genitori, tornando per così dire
‘al primo capitolo’, ai temi che vengono generalmente affrontati
all’esordio. Parlando con i genitori si cercherà di far emergere
eventuali sensi di colpa o di frustrazione, mentre con i pazienti si
insisterà sul fatto che la loro condizione è dovuta al mancato
funzionamento di una piccola parte dell’organismo. È possibile infatti
che la pioggia di informazioni sulle conseguenze sistemiche del deficit
di secrezione dell’insulina faccia perdere di vista questo elemento, che
è invece importante nell’autostima del paziente. «Tenendo conto della
complessità degli aspetti psicologici relazionali e culturali che
–interagendo – influenzano l’atteggiamento dei giovani con il diabete e
quindi anche la ‘segretezza’ della malattia, il nostro Centro», ricorda
Palma Bregani, «realizza ogni anno programmi, diversificati secondo
l’età, che comprendono interventi di gruppo rivolti a genitori, bambini
e adolescenti ». Bambini e adolescenti sono stimolati ad attivare le
loro risorse latenti e a rinforzare la loro autostima e le abilità
sociali, mentre i genitori «partecipano a gruppi di formazione guidati
da uno psicologo per acquisire maggiore competenza nell’incoraggiare e
sostenere i loro figli nei processi che li porteranno verso l’autonomia
e la socializzazione», conclude la psicologa milanese.
I N B R E V E
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Il 25% dei pazienti DM1 non rende nota all’esterno la
propria patologia.
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L’atteggiamento viene promosso dai genitori che lo
giustificano attribuendo al contesto sociale esterno un atteggiamento
ostile nei confronti della malattia.
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Questo atteggiamento tradisce un vissuto
inconsapevolmente negativo da parte degli stessi genitori e del
paziente.
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Per mantenere il segreto il paziente dovrà ridurre le
esperienze extrafamiliari, e la confidenza con gli amici.
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La mancanza di esperienze extrafamiliari insieme alla
difficoltà di costruire una immagine di sé e del proprio corpo può porre
le basi per comportamenti depressivi nell’adolescente.
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Esiste il rischio che per non ‘tradirsi’ il paziente
si senta costretto a trasgredire la terapia saltando controlli o
iniezioni di insulina.
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Esiste un rapporto fra la non comunicazione del
diabete e comportamenti di eccessivo controllo e iperprotezione da parte
della famiglia.
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Per riuscire a disinnescare questi meccanismi che
scattano nei pazienti e in chi se ne prende cura occorre intervenire sui
genitori riesaminando i loro vissuti e la loro visione reale della
patologia.
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Con i pazienti è importante ‘definire’, nel senso di
delimitare, il diabete, sottolineando come questo sia dovuto al
malfunzionamento di un solo ingranaggio in un meccanismo che sotto ogni
altro profilo funziona correttamente.
Da
www.pediatriediabete.it
Palma Bregani,
psicologa
Estratto a cura dei
dott.ri Antonio Vetrano e Laura
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