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IPERGLICEMIA POSTPRANDIALE & EMOGLOBINA GLICATA
Il
2008 rimarrà un anno memorabile nella storia della prevenzione
cardiovascolare in diabetologia.
Nel
corso degli anni erano stati effettuati vari trial per verificare se la
riduzione dell’emoglobina glicata fosse in grado di ridurre il rischio
cardiovascolare nei pazienti con diabete di tipo 2. Lo studio ADVANCE,
pubblicato anch’esso a giugno sul NEJM, ha in parte confermato il
risultato deludente di ACCORD sulla prevenzione cardiovascolare: 5500
pazienti trattati intensivamente con gliclazide in associazione ad altri
farmaci, in modo tale da ridurre l’emoglobina glicata (HbA1c) a valori
intorno a 6,5%, non hanno evidenziato riduzione degli eventi CV a 5
anni, anche se tendenzialmente la mortalità cardiovascolare è risultata
ridotta rispetto al braccio dei trattati in modo convenzionale. Per
contro, considerevole è stata la riduzione delle complicanze
microangiopatiche.In particolare, è stato rilevato un dimezzamento dei
casi di nefropatia.
Il
controllo glicemico stretto in soggetti diabetici con emoglobina glicata
mediocre non ha quindi effetti sul rischio di complicanze
cardiovascolari?
In
realtà, gli studi epidemiologici mostrano che l’effetto dell’emoglobina
glicata sul rischio cardiovascolare, seppur presente, è di entità
relativamente modesta
Soprattutto nel diabete di tipo 2, la compresenza di fattori di rischio
come l’ipertensione, la dislipidemia e l’obesità viscerale, ha un ruolo
indipendente e determinante nello sviluppo di aterosclerosi.
Ricapitolando, l’insieme delle evidenze a nostra disposizione indica che
la riduzione dell’emoglobina glicata, anche al di sotto del 7%, si
associa a una rilevante riduzione delle complicanze microvascolari e a
una tendenziale, seppur quantitativamente modesta, riduzione del rischio
cardiovascolare. I soggetti che sin dall’inizio hanno ricevuto una
maggiore intensità di cura continuano nel tempo a presentare minori
complicanze.
Si
conferma pertanto, anche nel diabete di tipo 2, il fenomeno della
memoria metabolica, o meglio, della memoria di danno: il danno
dell’iperglicemia, una volta instauratosi, è parzialmente irreversibile,
e a poco vale riportare il compenso a livelli migliori. Il messaggio
clinico che ne consegue è enorme: ci si gioca la prognosi del paziente
all’inizio, migliore è l’HbA1c all’avvio del trattamento,migliore sarà
la prognosi nel tempo.
Quindi, mettendo insieme i dati di ACCORD, ADVANCE e UKPDS, possiamo
dire che il 2008 introduce nella diabetologia un nuovo messaggio: la
strada giusta della prevenzione non è far scendere
l’HbA1c quando si è assestata su valori scadenti, ma impedire
che aumenti cercando di intervenire
progressivamente e tempestivamente.
E in tutto questo nulla cambia per la
glicemia postprandiale, che
rimane un fattore di rischio per le
complicanze cardiovascolari e che dovrebbe essere mantenuta
tendenzialmente sotto i 140mg/dl, come definito dalle linee guida IDF
2007 7. E questo, a
maggior ragione, se l’obiettivo è mantenere
nel tempo livelli di
HbA1c bassi, inferiori al 7%.
In questa ottica i farmaci attivi
sulla glicemia postprandiale assumono un ruolo di primo
piano.
Da MEDIA
, Volume8 Numero4 Dicembre2008
Carlo B.
Giorda
Servizio Malattie Metaboliche e Diabetologia, ASL Torino 5,
Regione Piemonte; Centro Studi e Ricerche dell’Associazione
Medici Diabetologi
Estratto a cura di Andrea Tatavitto, diabetologo |