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ll compenso glicemico intensivo: la posizione di ADA, ACC e AHA

Il 2008 si è concluso con la pubblicazione del VADT (Veterans Affairs Diabetes Trial) , che ha confermato, ancora una volta, l’impossibilità di riuscire a dimostrare un vantaggio, in termini di beneficio cardiovascolare, associato a una riduzione dei livelli di emoglobina glicata.

In seguito alla diffusione dei risultati del VADT, è stato pubblicato contemporaneamente su Circulation, sul Journal of the American College of Cardiology e su Diabetes Care (e anche su www.diabetescare.it, l’edizione italiana online del journal curata da AMD) un position statement congiunto da parte dell’ADA (American Diabetes Association), dell’ACC (American College of Cardiology) e dell’AHA (American Heart Association) (5-7). Nel documento, i medici vengono invitati a perseguire un target di emoglobina glicata <7,0% per la dimostrata azione protettiva nei confronti dell’insorgenza e della progressione delle complicanze microvascolari (raccomandazione di classe I), puntando a un controllo aggressivo di tutti i fattori di rischio (pressione arteriosa, lipidi, stile di vita e assunzione di antiaggreganti) per quanto riguarda invece gli eventi cardiovascolari. Secondo il parere degli esperti, la lezione che possiamo trarre da questi tre studi, ma anche dallo UKPDS (United Kingdom Prospective Diabetes Study), è che un trattamento ipoglicemizzante aggressivo risulta particolarmente efficace nelle prime fasi di malattia, subito dopo la diagnosi di diabete di tipo 2 (come nell’UKPDS, i cui risultati sono stati più evidenti a lungo termine), mentre nei pazienti con malattia diabetica ben consolidata (come nell’ACCORD, nell’ADVANCE e nel VADT) è più ragionevole porsi un target di HbA1c vicino al 7,0%, cercando di evitare le ipoglicemie gravi.

 

Da www.aemmedi.it

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ultimo aggiornamento domenica 27 giugno 2010 12.48.49
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