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Farmacologia di Genere

Intervista a Flavia Franconi

 

1. La medicina si è tradizionalmente basata sul paradigma “giovane adulto, maschio, bianco”. Negli ultimi anni si sta facendo strada l’idea che le differenze di genere siano invece importanti. Quali sono queste differenze?

Le differenze sono tante; le più note quelle relative al sistema cardiovascolare, perché la medicina di genere è nata in questo ambito, quando una scienziata americana incominciò parlare di Yentl syndrome: tale nome deriva da un racconto di Singer, nel quale una ragazza, per studiare le sacre scritture ebraiche, si è dovuta travestire da uomo.

Da allora in poi la ricerca ha fatto notevoli passi avanti e oggi sappiamo che esistono differenze farmacocinetiche importanti, cioè il corpo femminile è diverso sia per quanto riguarda la composizione di grasso o di massa magra, sia per la quantità di acqua, e questo ovviamente influenza la distribuzione dei farmaci. Inoltre sono diversi l’assorbimento gastro-intestinale e il metabolismo. Quindi ci sono veramente tantissime differenze per quanto riguarda la farmacocinetica.

Ancora meno note sono le differenze farmacodinamiche, perché queste sono più difficili da studiare, ma, via via che ci si pone attenzione, stanno emergendo sempre di più: al momento attuale queste differenze si vedono soprattutto nell’ambito della sicurezza, perché per esempio le donne hanno più effetti collaterali rispetto all’uomo, proprio perché le differenze di base non sono state considerate.

2. Il Comitato Nazionale di Bioetica propone di sensibilizzare alla problematica anche le aziende farmaceutiche. A tal proposito è stata ad esempio suggerita la preparazione di foglietti illustrativi dei farmaci differenziati per uomo e donna. Cosa ne pensa? Quali altre proposte suggerirebbe?

Il Comitato Nazionale di Bioetica ha elaborato importanti raccomandazioni. Il problema, come ho detto prima, è che la ricerca sui farmaci nelle prospettive di genere è ancora scarsa. Peraltro, nella maggior parte dei casi, non abbiamo evidenze di tipo A (che corrispondono, cioè, al massimo dell’evidenza), ma di tipo C. Quindi al momento attuale è un po’ difficile fare “fogliettini rosa” o “fogliettini blu”: sono convinta che nel giro di qualche anno arriveremo ad avere farmaci per donne e farmaci per uomini, però il problema è che il pregresso non potrà più essere studiato, perché pensare che vengano rifatti tutti gli studi clinici per tutti i farmaci esistenti è secondo me utopistico.

Dobbiamo tener conto di questa realtà e quindi credo che ci vorrà ancora un po’ di tempo per avere foglietti illustrativi differenziati per uomo e donna. Però quello che possiamo fare in questo frangente è cercare di utilizzare ciò che abbiamo nel migliore dei modi possibili, e chiedere all’industria farmaceutica ciò che non è utopistico realizzare: potremmo chiedere che la nostra agenzia regolatoria, l’AIFA, che ogni anno bandisce programmi per la ricerca, in futuro metta da parte una quota dei finanziamenti della ricerca proprio per tematiche di genere. Questo potrebbe essere un modo non utopistico per affrontare i problemi.

3. Ritiene che la partecipazione maggiore delle donne all’interno delle istituzioni (AIFA, Istituto Superiore di Sanità) possa rivestire utilità nell’avviare specifici programmi di sensibilizzazione?

Io credo che l’introduzione delle donne nelle istituzioni, non solo nell’AIFA o nell’Istituto Superiore di Sanità, ma anche nei comitati etici, per esempio, oppure nel personale che disegna i clinical trial, abbia un significato fondamentale, perché ovviamente, come dimostrano alcuni studi di psicologia ed epidemiologici, le donne sono più interessate a studiare le tematiche relative alle donne, come gli uomini sono più interessati a studiare le problematiche relative agli uomini.

D’altra parte esiste tutta una serie di tematiche che sono tipicamente femminili, così come esiste una serie di tematiche che sono tipicamente maschili, e quindi l’aver lasciato in mano la ricerca solo agli uomini ovviamente è uno dei fattori che hanno portato al pregiudizio di genere. Vorrei anche sottolineare che questa sensibilizzazione dovrebbe avvenire anche per coloro che decidono come spendere i soldi o quali sono gli interventi prioritari da fare nella ricerca del Paese, bisogna cioè sensibilizzare non solo le associazioni scientifiche, ma anche i politici, che poi sono i decisori sulle aree prioritarie di intervento per la ricerca.

4. Il suo libro “Farmacologia di genere” è quindi un libro per le donne?

No, penso che sia un libro per tutti, per gli uomini e per le donne. Come abbiamo scritto con gli altri autori, quali la dottoressa Simona Montillo e il dottor Stefano Vella, questo è un libro che si è focalizzato sulle donne, perché è meno conosciuto l’effetto dei farmaci sulle donne rispetto a quello sugli uomini, che si possono trovare in tutti i libri di testo. Tuttavia abbiamo cercato di dire che esistono alcuni settori in cui c’è un bias al maschile rispetto al femminile, quindi non vogliamo con questo libro trattare la medicina delle donne, bensì la medicina di genere.

“Medicina di genere”, pertanto, significa per noi fare equità, poiché l’uomo e la donna devono avere lo stesso peso nelle cure: la biodiversità deve essere intesa come un arricchimento, non come qualcosa che non serve o qualcosa di peggiorativo. Abbiamo perciò interpretato questo libro per l’uno e per l’altra.

 

La presente intervista può essere ascoltata in formato audio-video su www.edizioniseed.it/libro.aspx?id=681

 

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ultimo aggiornamento domenica 12 dicembre 2010 10.39.01
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