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Trattamento aggressivo precoce della glicemia e della pressione
arteriosa
8 dicembre 2008 I dati di
monitoraggio a 10 anni del famoso studio UKPDS (United Kingdom
Prospective Diabetes Study) indicano che una strategia terapeutica
aggressiva nei confronti della glicemia, all’esordio del diabete,
continua a esercitare effetti favorevoli anche a distanza di tempo,
mentre, per quanto riguarda l’ipertensione, i vantaggi vanno perduti
riducendo l’intensità del trattamento.
I dati sono stati presentati dal
Dott. Rury R. Holman e coll. (Oxford, UK) nel corso del 44° meeting
annuale dell’EASD (European Association for the Study of Diabetes) di
Roma (7-11 settembre 2008), e pubblicati contemporaneamente sul New
England Journal of Medicine (1-3). Lo UKPDS, avviato nel 1977 e
completato vent’anni più tardi, aveva dimostrato come un trattamento
ipoglicemizzante intensivo (con sulfoniluree o metformina) riduca in
maniera significativa le complicanze microvascolari e in modo non
significativo gli infarti del miocardio (IM), rispetto al controllo
convenzionale con la dieta; in un sottogruppo di soggetti obesi trattati
con metformina, inoltre, il trattamento si associava a una riduzione
significativa di IM e mortalità.
Questo trial è divenuto una pietra
miliare della gestione del diabete del tipo 2, dimostrando l’importanza
di un trattamento aggressivo della glicemia. Nei 10 anni successivi,
molti dei pazienti dello studio sono stati seguiti con valutazioni
annuali di follow-up, senza peraltro effettuare alcun tentativo per
mantenere il trattamento al quale erano stati randomizzati. Della
popolazione originaria, risultavano deceduti a distanza di 10 anni una
proporzione considerevole di soggetti (44%). Già dopo un anno dal
completamento del trial, gli autori hanno osservato la scomparsa delle
differenze tra i due gruppi relative ai valori di HbA1c; nonostante ciò,
i pazienti sopravvissuti che erano stati inizialmente trattati in
maniera intensiva, per quanto riguardava la glicemia, hanno mostrato
riduzioni significative di tutti gli endpoint valutati (complicanze
microvascolari, IM e mortalità per tutte le cause; p=0,04), a distanza
di 10 anni.
Lo stesso non è accaduto per quanto
riguarda la terapia antipertensiva: i soggetti trattati in maniera
intensiva avevano ottenuto una riduzione significativa degli endpoint
microvascolari alla valutazione del 1997, che non si è confermata dieci
anni dopo. Anche in questo caso, le differenze tra i gruppi relative ai
valori pressori erano scomparse precocemente (dopo 2 anni dal
completamento dello studio).
L’analisi di questi dati suggerisce
l’importanza di ricercare il compenso glicemico sin dalle prime fasi di
malattia, anche grazie a una diagnosi di diabete più tempestiva; al
contempo, indica che è necessario non abbassare mai la guardia del
compenso pressorio, per poter mantenere i benefici della terapia.
1) N Engl J Med
2008;359(15):1577-1589 PubMed
2) N Engl J Med
2008;359(15):1565-1576 PubMed
3) Editoriale di commento agli
articoli: N Engl J Med 2008;359(15):1618-1620 PubMed
Da www.aemmedi.it |