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Organoidi contro il diabete

Miami – Il trapianto di organoidi potrebbe rappresentare il futuro della terapia del diabete. Piccole strutture ibride, per metà inerti e per metà viventi, da impiantare sotto la pelle o nell’addome, capaci di produrre insulina per tempi lunghi. In attesa che il sogno delle staminali possa diventare realtà. L’idea è di un italiano, Camillo Ricordi che dirige il Diabetes Research Institute alla Miller Medical School di Miami, uno dei più prestigiosi degli Stati Uniti.

«Gia oggi si ricorre al trapianto di isole pancreatiche, produttrici di insulina– spiega Ricordi. – Le cellule vengono iniettate nella vena che arriva al fegato e l’organo, grazie a questa operazione di ingegneria tessutale, comincia a funzionare anche da pancreas»

Ma non sempre questi trapianti durano e lungo: dopo 4 o 5 anni ne funziona l’80 per cento, ma soltanto nel 20-30 per cento si può fare a meno dell’insulina. E comunque richiedono una terapia immunosoppressiva che serve per evitare il rigetto del trapianto e anche per impedire che l’organismo replichi i meccanismi di aggressione verso le cellule che hanno provocato il diabete stesso.

Per questo motivo si cerca di «proteggere» le isole in modi diversi. Per esempio incapsulandole, una per una, in microsfere. Ma non è l’ideale. Le nuove macrocapsule proposte da Ricordi, invece, presentano alcuni vantaggi: riescono a contenere più isole, senza schiacciarle, e sono dotate di piccolissimi fori. Questi ultimi lasciano entrare i capillari che via via si formano attorno alla capsula. Così vengono assicurati ossigeno e nutrienti alle cellule che, in questo modo, sopravvivono di più.

I primi esperimenti condotti da Ricordi e presentati in anteprima a Miami nel corso del primo Italy - Americas medical congress, suggeriscono una durata di oltre quattro mesi negli animali da esperimento.

«I possibili candidati a questo tipo di terapia? - Risponde Ricordi. – Buona parte dei diabetici di tipo primo, quello giovanile, che non rispondono più all’insulina e anche quelli di tipo secondo, che insorge nell’adulto. Complessivamente potrebbero essere dieci milioni negli Stati Uniti e 2 milioni in Italia»

Il gruppo di Ricordi ha pubblicato su Nature di questa settimana un altro lavoro di grande importanza scientifica: la dimostrazione che esistono, nei linfonodi vicino al pancreas, cellule del sistema immunitario, chiamati linfociti T , capaci di distruggere una porzione di insulina e di innescare la distruzione delle isole pancreatiche che la producono. E’ un risultato che potrebbe aiutare nella costruzione di un vaccino per prevenire il diabete.

«Se è vero che l’insulina è una delle molecole bersaglio dell’aggressione immunitaria responsabile del diabete – commenta Alberto Pugliese, immunologo all’Università di Miami - dobbiamo cercare di impedire quest’ultima. Come? Somministrando insulina per bocca, ad esempio, in modo da rendere l’organismo “tollerante” e non più aggressivo»

Come dire che l’insulina potrebbe essere usata come una sorta di vaccino capace di prevenire il diabete nelle persone a rischio. E i primi esperimenti lo confermano. Il diabete è una malattia che colpisce oggi 150 milioni di persone in tutto il mondo (il 10 per cento soffre di diabete di tipo primo): è già un’epidemia, ma si prevede che nei prossimi anni i casi raddoppieranno: 300 milioni nel 2020.

Adriana Bazzi

12 maggio 2005

Da: http://www.corriere.it/Rubriche/Salute/Medicina/2005/05_Maggio/12/ART_dia bete-organoidi.shtml

 

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