Bocciata la vitamina E
Il
confronto sull’efficacia delle vitamine si accresce di contributi nuovi e
non mancano i pareri discordanti. Dalla Gran Bretagna è arrivata la notizia
del vantaggio che l’assunzione vitamina C si associa a una riduzione della
mortalità (Tempo medico n. 700), ma dagli Stati Uniti ecco una precisazione
riguardo un’altra vitamina. Se non si hanno particolari problemi di salute,
si possono tranquillamente dimenticare tutti gli antiossidanti a base di
vitamina E, perché pare che sulle persone sane abbiano lo stesso effetto
dell’acqua fresca. Incomincia a incrinarsi la solida convinzione che per
anni ha accompagnato le abitudini di vita sia delle persone sane sia dei
malati secondo cui gli antiossidanti, come la vitamina E e la vitamina C,
erano la panacea di tutti i mali. A scagliare la prima pietra di un certo
peso ci ha pensato Emma Meagher dell’Università della Pennsylvania di
Filadelfia, negli Stati Uniti. "Anche se lo stress ossidativo può giocare un
ruolo importante nello sviluppo e nella progressione di molte patologie,
come l’Alzheimer, l’aterosclerosi e molti tumori" scrive la ricercatrice
sulle pagine di JAMA "gli studi condotti sugli effetti degli antiossidanti e
in particolare sulla vitamina E hanno fornito risultati per lo più
discordanti". Per trovare il bandolo della matassa, Meagher e i suoi
collaboratori non si sono limitati a eseguire l’ennesimo studio prospettico
o clinico per verificare gli effetti generali degli antiossidanti. "Il
limite maggiore di questi studi" spiega infatti la ricercatrice "è la
mancanza di ricerche che dimostrino l’effetto di questa vitamina sul
metabolismo ossidoriduttivo". Con uno studio randomizzato, in doppio cieco e
controllato con placebo che ha coinvolto 30 volontari sani tra uomini e
donne, Meagher ha così dimostrato che la vitamina E, somministrata a dosi
diversificate da 200 a 2.000 unità internazionali al giorno, non è in grado
di variare in positivo il bilancio ossidoriduttivo dell’organismo. Per
giungere a questa conclusione, la ricercatrice ha somministrato vitamina E
per otto settimane ai volontari, il tempo necessario per raggiungere lo
stato di equilibrio della sua concentrazione nelle membrane cellulari. E, a
intervalli di due settimane, ha misurato il grado di perossidazione lipidica
attraverso l’analisi quantitativa di tre indicatori specifici eliminati con
le urine. "Dopo aver verificato che la concentrazione ematica di vitamina E
era dose dipendente" spiega la ricercatrice d’oltreoceano "abbiamo misurato
le concentrazioni di 4 idrossi nonenale e di due isoprostanoidi". Si tratta
di prodotti del metabolismo lipidico che aumentano la loro concentrazione
nelle urine in relazione alla presenza di radicali liberi nell’organismo. In
particolare, gli isoprostanoidi sono isomeri stabili delle prostaglandine e
rappresentano il prodotto della perossidazione dell’acido arachidonico.
Questi marcatori sono già stati utilizzati in passato dal gruppo di ricerca
coordinato da Meagher per dimostrare l’incremento di radicali liberi nei
fumatori, negli alcolisti e durante gli eventi infiammatori. Ma non solo.
"In una ricerca recente abbiamo dimostrato che la vitamina E, sia da sola
sia in associazione con la vitamina C, riduce la presenza di isoprostanoidi
nei malati di cirrosi epatica di origine virale, nei casi di sindrome
antifosfolipidi e nelle persone affette da broncopatia cronica ostruttiva.
Nelle persone sane è invece tutta un’altra faccenda, perché nonostante i
livelli ematici di vitamina E avessero raggiunto un valore cinque volte
superiore alle concentrazioni fisiologiche, non abbiamo riscontrato alcuna
diminuzione dei livelli di questi indicatori nelle persone trattate in
questo studio" puntualizza la Meagher. Questa ricerca potrebbe rivoltare
come un guanto i risultati di numerosi trial clinici, che sono stati
condotti senza tenere conto dei parametri biochimici dello stato ossidativo.
"La presenza di soggetti che non hanno alcuno stress ossidativo in studi
clinici sugli effetti degli antiossidanti potrebbe aver modificato le
conclusioni finali della ricerca stessa" ammonisce l’autrice. "Lo stesso
tipo ostacolo è durato per almeno per dieci anni nei trial clinici che
volevano studiare l’effetto dell’acido acetilsalicilico nelle patologie
cardiovascolari". In quel caso, infatti, non veniva considerato l’indice di
biosintesi del trombossano e questo ha inciso pesantemente sulla possibilità
di dimostrare le proprietà cardioprotettive del farmaco. Un secondo
riscontro pratico di questa ricerca riguarda i dosaggi. "Misurare i
marcatori del metabolismo lipidico e isoprostanoidi nelle urine dei pazienti
coinvolti nei trial sarà utile al fine di stabilire il dosaggio degli
antiossidanti da studiare" sostiene Meagher. Infine, ma non per ordine
d’importanza, la ricercatrice sottolinea la necessità di rivedere le
abitudini, diffuse in tutto il mondo occidentale, di assumere integratori
vitaminici come se fossero indispensabili per riequilibrare il proprio
apporto nutrizionale. "Una dieta occidentale media" mette in guardia la
Meagher "fornisce un apporto giornaliero di vitamina E sufficiente per le
esigenze dell’organismo". Secondo i risultati della sua ricerca, non è
dimostrabile alcun effetto addizionale legato alla vitamina E contenuta
negli integratori; per questo la ricercatrice si sente in dovere di
concludere che "nonostante il numero di persone coinvolte nello studio sia
ristretto, i nostri risultati sono in grado di mettere in discussione i
benefici potenziali degli integratori vitaminici per gli individui sani".
Tina verrusio, diabetologa
da
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