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Rigetto da trapianti: un rischio ora prevedibile.


Aumentano i trapianti di organi. E’ il rene quello più richiesto:
per circa 8.000 pazienti in lista, la possibilità di soddisfare le esigenze
si traduce in circa 1.500 interventi l’anno. Seguono fegato, cuore, pancreas,
polmone e intestino. Una crescita delle richieste legata al fatto che il
trapianto, visto un tempo come rimedio da praticare solo su pazienti giovani,
oggi è diventato una terapia di scelta anche per pazienti anziani. Tuttavia,
una volta superata la difficoltà di trovare un organo, sia il chirurgo
che il paziente devono fare i conti con il rigetto che minaccia l’esito
dell’intervento.
Tutto si gioca sulla compatibilità del donatore e del ricevente, che deve
essere massima nei trapianti di midollo e accettabile per gli altri organi.

“L’accettazione o il rigetto di un organo”, spiega il professor Domenico Adorno,
direttore dell’Istituto per i trapianti d’organo e l’immunocitologia (Itoi)
del Cnr, “sono legati al riconoscimento, da parte del nostro sistema immunitario,
di molecole HLA, cioè di particelle espresse sulle cellule del nostro
organismo, che rappresentano un codice genetico caratteristico di ogni
individuo.

“Il rigetto di un trapianto avviene quando il sistema immunitario del soggetto
trapiantato riconosce come ‘estranee’, cioè diverse dalle proprie,
le molecole HLA dell’organo trapiantato e tenta quindi di eliminarle attraverso
il rigetto. L’equipe dell’Itoi-Cnr è stata pioniere in Italia nell’uso di
tecniche in citometria a flusso, sperimentate per la prima volta negli Stati
Uniti, che permettono di individuare una concentrazione anche molto bassa di
anticorpi anti-HLA non rilevabili con tecniche tradizionali. Per vedere
se il soggetto trapiantato sta producendo anticorpi specifici per le molecole HLA estranee
dell’organo trapiantato, si mettono a incubare le cellule del donatore,
conservate a bassissima temperatura in azoto liquido al momento del trapianto, con
il siero del ricevente. L’anticorpo, se presente, si legherà alla cellula  e questo
legame sarà evidenziato dall’aggiunta di diversi marcatori fluorescenti, uno
di colore rosso che si unisce alla cellula e l’altro di colore verde che
si fissa all’anticorpo. Le cellule, con gli anticorpi eventualmente legati, vengono
fatte passare sotto il raggio laser al citometro a flusso, che evidenzia
il tipo di cellula e l’anticorpo eventualmente presente nel siero”.

La tecnica ha un importante risvolto diagnostico dopo il trapianto, poiché
consente di evidenziare la produzione di anticorpi specifici anche prima
della manifestazione clinica del rigetto, e permette quindi di attuare precocemente
delle terapie al fine di evitare la perdita del trapianto o di prolungarne
la funzione.
Sandra Fiore
Fonte: Domenico Adorno, per i trapianti d’organo e l’immunocitologia del
Cnr, Roma, tel. 06/51002293-94



 

 

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ultimo aggiornamento domenica 27 giugno 2010 12.48.49
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