VALUTAZIONE DEL RAPPORTO DIABETE E LAVORO 
Sede di Lecce
PRIMI
RISULTATI DELLA VALUTAZIONE DEL RAPPORTO DIABETE E LAVORO EFFETTUATA
MEDIANTE L’UTILIZZO DI UN QUESTIONARIO SEMISTRUTTURATO.
LIOTTI Francesco*, ROMANO
Loredana **, PALMIERI Alessandra**, SAVINO Ennio***, GRASSI
Alfredo****.
*
Dipartimento di Medicina Sperimentale. Sezione di Medicina del
Lavoro, Igiene e Tossicologia Industriale. Seconda Università degli
Studi di Napoli
**
Specialista in Medicina del Lavoro
***
Dirigente Medico INAIL – Sede di Lecce
****
Dirigente Medico INAIL – Sede di Napoli
Riassunto
La salvaguardia del Lavoratore diabetico trova la sua forma
normativa nella legge 115/87. Non sussistono, però, ad oggi, chiare
e codificate indicazioni per il Medico Competente che deve valutare
l’idoneità del lavoratore diabetico alla mansione specifica.
L’indagine condotta dagli AA. ha
evidenziato che sia i Medici di medicina generale che i Diabetologi
non svolgono attività di orientamento professionale del paziente
diabetico.
È stato, quindi, elaborato un
questionario semi-strutturato per la valutazione del rapporto
diabete e lavoro, auto-somministrato a lavoratori diabetici.
Da tale analisi
è emerso che, solo con un approccio multidisciplinare alla
problematica diabete e lavoro che consenta una corretta
organizzazione del modello assistenziale, insieme ad un oculato
impiego delle risorse disponibili, si può ottenere il massimo
beneficio per il lavoratore diabetico, evitando ripercussioni sulla
patologia metabolica.
Premessa
Il diabete
mellito dal 1961 è riconosciuto come una malattia sociale, per
l’ampia diffusione tra la popolazione, perché può colpire soggetti
in età produttiva ed anche perché le sue complicanze croniche
comportano un notevole impatto socio-sanitario con gravi conseguenze
ai fini lavorativi. Tuttavia la malattia diabetica ancora oggi, non
appare adeguatamente esaminata nei suoi rapporti con l’ambiente di
lavoro sia per quanto riguarda l’influenza di quest’ultimo
sull’insorgenza e sull’aggravamento della malattia sia per quanto
concerne l’inserimento del diabetico nel mondo del lavoro.
È la Legge n°
115/87 “Disposizioni per la prevenzione e la cura del diabete
mellito” che sancisce il diritto del diabetico al lavoro, di
essa, però, manca ancora la parte applicativa. Attualmente le
condizioni di lavoro sono nettamente migliorate sia in termini di
entità della fatica, sia in termini di grado di rischio fisico e/o
chimico, ma sono aumentate le occasioni di stress ricorrente,
correlate al lavoro organizzato (lavoro a turni, lavori ripetitivi,
lavori di controllo….etc).
Inoltre,
ancora oggi, esistono difficoltà di impiego lavorativo per i
diabetici, più soggetti alla perdita o alla necessità di variazione
dell’occupazione lavorativa rispetto ai non diabetici e, spesso,
discriminati.
Esiste,
dunque, discrepanza tra una legislazione che apre in maniera
indiscriminata al diabetico il mondo lavorativo e quest’ultimo che
oppone difficoltà e resistenza al suo inserimento.
C’è quindi la
necessità di un intervento mirato sia a tutelare lo stato di salute
del lavoratore diabetico sia a preservare l’ambiente di lavoro.
Entità del
problema: prevalenza di diabete nella popolazione adulta.
Nel Mondo al
1997 si stimavano 124 milioni di diabetici, nel 2003 sono diventati
140 milioni, la previsione per il 2010 è di 230 milioni di
diabetici.
Negli USA
vengono segnalati ogni anno circa 200.000 nuovi casi di diabete
mellito e la percentuale della popolazione mondiale affetta dalla
malattia viene stimata tra l’1 e il 5%, con una lieve prevalenza del
sesso femminile (circa il 25% in più rispetto ai maschi). In alcuni
paesi (Scandinavia, Regno Unito, USA, Polonia) è stato dimostrato,
negli ultimi 20 anni, un aumento della incidenza (casi nuovi per
100.000 abitanti per anno) del diabete di tipo 1.
Si calcola
che in Italia ci siano 2,5 milioni di diabetici, interessando, sia
nella forma conclamata che in quella latente, il 6-9 % della
popolazione.
Per quanto
riguardo l’ambiente lavorativo, sono stati messi in evidenza tassi
di prevalenza del diabete nettamente superiore a quelli riscontrati
nella popolazione generale. In relazione all’età lavorativa è
interessante sottolineare come circa il 50% dei diabetici occupa una
fascia di età compresa tra i 45 ed i 65 anni e ben un 22 % ha un’età
compresa tra i 22 ed i 45 anni e solo un 8 % un’età inferiore ai 22
anni.
Diabete e lavoro
L’avviamento
al lavoro di un soggetto diabetico comporta la soluzione di alcuni
problemi tra cui la scelta del tipo di lavoro ed il superamento di
un atteggiamento discriminatorio, ancora diffuso, tra i datori di
lavoro.
Un soggetto
diabetico, prima di accedere al mondo del lavoro, deve essere
adeguatamente educato ed istruito ad avere coscienza della sua
condizione, a ben controllare il suo stato metabolico, attraverso
una idonea terapia dietetica e farmacologica, a praticare
l'autocontrollo domiciliare e visite periodiche per evidenziare il
più precocemente possibile la comparsa delle complicanze croniche.
Deve,
inoltre, conoscere le possibili influenze negative delle varie
attività lavorative e dell’ambiente di lavoro sul compenso
metabolico e sul suo stato di salute ed anche la possibilità che lui
stesso possa determinare condizioni lesive per gli altri; così per
es. una crisi ipoglicemica può determinare danni non solo alla sua
persona, ma anche ad altri lavoratori o a persone a lui affidate.
Un importante
ostacolo da superare è la diffidenza del datore di lavoro, nei
riguardi del lavoratore diabetico. Il datore di lavoro, infatti, è
spesso timoroso che il diabetico non possa mantenere gli standard
lavorativi degli altri dipendenti e che possa frequentemente
assentarsi per malattia.
È ormai
condiviso da tutti gli addetti ai lavori (diabetologi, medici dei
lavoro, assistenti sociali, associazioni dei diabetici, etc) che il
diabete mellito, ben compensato, non debba rappresentare un ostacolo
per l’inserimento nel mondo del lavoro e non implica una riduzione
della capacità lavorativa; solamente le manifestazioni acute di
scompenso e le complicanze croniche tardive possono compromettere le
prestazioni psico-fisiche del lavoratore. Sono, pertanto, i
pregiudizi, la scarsa conoscenza dei progressi compiuti dalla
ricerca e dalla terapia che possono rendere ragione degli
atteggiamenti preclusivi di alcuni datori di lavoro.
La legge 115
del 16 marzo 1987, emanata per interessamento delle varie
associazioni diabetologiche, allo scopo di tutelare il diabetico nel
luogo di lavoro e prevenire qualsiasi discriminazione, all’art. 1,
lettera d, indica la necessità di “agevolare l'inserimento del
diabetico nella scuola, nelle attività sportive e nel lavoro” ed
all’art. 8 comma 1 esclude qualsiasi forma di discriminazione nei
riguardi dei malati di diabete, riconoscendo loro il diritto di
accedere, ove le loro condizioni fisiche lo permettano, a posti di
lavoro sia pubblici che privati, ottenere l’iscrizione alle scuole
di ogni ordine e grado e l’accesso alle discipline sportive.
Tale legge ha
rappresentato una conquista sociale di notevole importanza e,
nonostante siano trascorsi più di 15 anni, non tutte le regioni
hanno adempiuto alla sua attuazione e, per quanto riguarda
l’ambiente di lavoro, persistono ancora molte remore.
È comunque
indispensabile considerare che l’ambiente di lavoro può incidere
negativamente sulle condizioni endocrino-metaboliche dei lavoratori
e di quelli con diabete in particolare, attraverso quattro
meccanismi :
|
Costo energetico del lavoro
|
Fattori fisici ambientali |
|
Organizzazione del lavoro |
Fattori chimici ambientali. |
I fattori
occupazionali che possono rivelare o aggravare la malattia diabetica
o facilitarne le complicanze sono:
·
Fattori psico-somatici
·
Sforzi fisici eccessivi
·
Sedentarietà
·
Agenti fisici (sbalzi di
temperatura, squilibri di pressione atmosferica, rumore intenso)
·
Agenti chimici: metalli
(piombo, mercurio, bismuto, arsenico, idrogeno arsenicale,
manganese, selenio, tallio, cobalto, dicromato di sodio), solventi
(solfuro di carbonio, acetone, tricloroetilene), derivati del
benzolo, ossido di carbonio, glicoli, cianuri, pesticidi (vacor,
amitraz), idrocarburi aromatici alogenati (TCDD)
Ribadendo
quanto prevede la legge n. 115/87, non la malattia diabetica, quanto
piuttosto le sue complicanze, possono indurre una condizione
invalidante, poichè la malattia priva di complicanze “….non
costituisce motivo ostativo per l’accesso ai posti di lavoro
pubblico e privato salvo i casi per i quali si richiedano specifici,
particolari requisiti attitudinali…”
Le tre
condizioni prevalenti di ridotta attitudine al lavoro che
differenziano i soggetti diabetici dalla restante popolazione
riguardano la rotazione su turni, la guida professionale ed i lavori
ad altezza dal suolo. Tali condizioni di disagio lavorativo, ad
esclusione del problema relativo alla turnazione, sono quasi ad
esclusivo appannaggio dei diabetici insulino-dipendenti, per i quali
è importante considerare anche l’impegno visivo quale conseguenza di
complicanza retinopatica. In particolare, la rotazione su turni non
consente al diabetico una costanza temporale di abitudini
terapeutiche ed alimentari.
Allorquando
il diabetico presenta le classiche complicanze croniche dalla
malattia come la retinopatia, la nefropatia, la neuropatia e\o
malattie cardiovascolari deve essere impiegato in mansioni, anche
diverse da quelle per le quali era stato assunto, ma compatibili con
le attuali condizioni psico-fisiche.
Tenendo
presente che la giurisprudenza conferisce al medico competente il
diritto/dovere di formulare il giudizio d’idoneità alla mansione
specifica e che l’espressione di tale giudizio non prevede termini
quali “si consiglia/non si consiglia”, bensì idoneo/non
idoneo/idoneo con limitazioni”, è essenziale elaborare standard
oggettivi, che abbiano adeguato riscontro normativo, per stabilire
la compatibilità tra la malattia diabetica e la mansione specifica,
per rendere quanto più omogenea ed obiettivabile la gestione di tale
problematica.
È necessario,
dunque, chiedersi chi e come debba svolgere la formazione del
diabetico in fase di avviamento al lavoro. Ritenendo che questa
funzione fosse peculiare del medico di medicina generale e\o del
diabetologo, sono stati interpellati medici di medicina generale e
diabetologi di Napoli i quali hanno riferito di non svolgere
attività di orientamento al lavoro, non essendo prevista dalla
convenzione Nazionale e Regionale.
È, quindi,
compito del medico competente fornire al soggetto diabetico, entrato
a far parte di una realtà lavorativa, informazioni circa l’eventuale
influenza delle attività lavorative e dell’ambiente di lavoro sul
compenso metabolico e sul suo stato di salute e circa la possibilità
che la sua condizione patologica possa arrecare danni a terzi.
Materiali
e metodi
Per formulare
una proposta di gestione del lavoratore diabetico è stato elaborato
un questionario semi-strutturato (Tabella I) per la valutazione del
rapporto diabete e lavoro. La scheda è stata auto-somministrata a
lavoratori diabetici reclutati presso i centri di diabetologia e gli
studi di medicina generale. Essa comprende la raccolta dei dati
anagrafici, dei dati antropometrici, una breve anamnesi sullo stile
di vita ed, inoltre, la terapia assunta, i valori glicemici e di
HbA1c, la presenza o meno di complicanze e/o la presenza di altre
patologie associate, ed, ancora, una valutazione del grado di
compenso metabolico. Vengono altresì assunti dati sul tipo di lavoro
svolto, sulla presenza di turni, sul tipo di ristorazione, su
eventuali disagi lavorativi connessi alla patologia e sul tipo di
rapporto con il medico del lavoro.
Tabella I Questionario semi-strutturato per la valutazione del
rapporto diabete e lavoro
Scuola di
Specializzazione Medicina del Lavoro II S.U.N.
Intervista
semi-strutturata per la valutazione del rapporto Diabete e Lavoro
condotta dal medico di Medicina Generale e/o dal Diabetologo
Cognome
________________________ Nome____________Data di nascita ________
Età_____Luogo
di nascita___________________Sesso_______Stato civile__________
Telefono___________Residenza___________________Titolo di studio
_____________
Peso__________Altezza______cmBMI________P.A.mmHg______/______Fuma?____
Quante
sigarette al dì ?_______Da quanto tempo?_______Ex fumatore____ Se
si, da
quanto
tempo________per quanto tempo______e di quante sigarette_________
Svolge
regolarmente
attività fisica?______Se si, di che tipo e da quanto
tempo?_____________
Mansione
lavorativa attuale_________________Da quanti anni____Mansioni
lavorative
precedenti______________________________________________________________
Il suo lavoro
attuale prevede turni?___________________Se si, in quale di questi
turni?
□
8-14 □ 6-14 /
14-22 □ 6-14 / 14-22 / 22-6
E’ a
conoscenza dei rischi per la salute presenti nell’azienda in cui
lavora?___________
Se
si,quali?_____________________________________________________________
Durante
l’attività lavorativa pranza o cena presso mense o ristoranti?
_______________
L’azienda
dove lavora è fornita di mensa?_____________________________________
Attualmente è
affetto da:
□
Diabete tipo I □ Diabete tipo II □ Ridotta
tolleranza agli idrati di carbonio
Da
quanti anni è affetto dalla patologia suddetta?___________________
Terapia
farmacologica in atto o
praticate:_____________________________________
Attuale
compenso metabolico:
Glicemia:________________________ HbA1c:____________________
La sua
patologia presenta complicanze? Se si quali:
|
qRetinopatia |
qVasculopatia |
|
|
qNefropatia |
qLesioni
ulcerative del piede, pregresse o in atto |
|
|
qNeuropatia |
qCardiopatia |
|
|
Attualmente presenta: |
|
|
qSoprappeso |
qDisturbi
respiratori |
|
qIpertensione |
qAltro_________________________________ |
|
qDislipidemia |
|
L’attuale patologia le procura problemi/disagi nell’attività
lavorativa?___________Se si
quali:_____________________________________________________________________
A causa della
sua problematica di salute è stato costretto a cambiare attività o
mansione
lavorativa?
_______
Nell’azienda
in cui lavora c’è il Medico Competente?_______
Ha esposto al
Medico Competente la sua problematica di salute? ____________
La sua
patologia le determina molte assenze sul lavoro? _____
Infortuni o
malattie professionali: ________________________
Risultati
Sono stati
intervistati 97 diabetici, di cui 21 F ed 76 M con età media 49,6 ± 7,57
anni; con una anzianità lavorativa media di 22 ± 1,5 anni. Di questi 9
erano affetti da DM 1, 88 da DM 2. Il 56% era esente da complicanze
connesse al diabete, il 6% era affetto da macroangiopatia, il 23% da
microangiopatia ed il 15% da neuropatia il 15% aveva associate altre
patologie
Dall’analisi dei
questionari si evince :
·
Una parte dei lavoratori
diabetici (30%) preferiva non rivelare la propria condizione patologica
al medico competente e/o ai colleghi di lavoro. Questo atteggiamento si
può spiegare con la diffidenza dei datori di lavoro nei riguardi dei
diabetici, per il timore che essi non possano mantenere gli standard
lavorativi degli altri dipendenti e che possano frequentemente
assentarsi per malattia. Tale tendenza ci viene confermata dai medici
competenti, i quali confermano che i diabetici non rivelano
spontaneamente la loro malattia se non in seguito a domande specifiche o
dopo riscontri laboratoristici di iperglicemia. Tutto questo comporta
l’affrontare in maniera non adeguata il problema, con evidenti
conseguenze sul controllo metabolico ed in ultima analisi sulla comparsa
di complicanze e induce i diabetici ad avere una cattiva socializzazione
con i colleghi.
·
Vi era uno scarso controllo
metabolico (46%), evidenziato sia da valori di glicemia a digiuno > 140
mg/dl sia da valori di HbA1c > 7,5 %, soprattutto per quei lavoratori
costretti ad orari irregolari, come i liberi professionisti e i
ristoratori, oppure per quei lavoratori che svolgono attività
prevalentemente sedentarie, come gli impiegati o gli insegnanti (tabella
II).
·
43 diabetici avevano
complicanze, di questi:
o
1 aveva cambiato attività
lavorativa.
o
3 erano stati adibiti ad una
mansione diversa nell’ambito della stessa azienda;
o
39 avevano continuato a svolgere
la mansione per la quale erano stati assunti;
·
Dei 54 diabetici non complicati
nessuno aveva cambiato attività lavorativa.
·
Le complicanze erano per lo più
associate agli anni di malattia ed alla dose di insulina somministrata
anche se si è notato una certa corrispondenza tra alti livelli di HbA1c,
e quindi scarso controllo metabolico, e la presenza di complicanze
microvascolari e di neuropatia, tuttavia questa associazione, rispetto a
chi aveva bassi livelli di HbA1c, non è risultata significativa,
probabilmente per l’esiguità del numero del campione da noi reclutato.
Tabella II
Settore
lavorativo
|
N°
|
Scarso controllo
metabolico
|
|
Metalmeccanici |
8 |
24% |
|
Ristoratori |
7 |
57% |
|
Docenti |
31 |
49% |
|
Libero-professionisti |
21 |
63% |
|
Commercianti |
9 |
22% |
|
Impiegati |
16 |
69% |
|
Altri |
5 |
40% |
Dai dati raccolti
si evince l’importanza di un approccio multidisciplinare e di una
conduzione in sinergia della problematica diabete e lavoro che
consentirebbe una gestione integrata e coordinata del
paziente/lavoratore diabetico. Infatti gli obiettivi di una adeguata
assistenza al diabetico possono essere ottenuti, non soltanto con
l’applicazione di indirizzi diagnostici e terapeutici fondati su solide
basi scientifiche ma anche con un razionale coinvolgimento nel progetto
globale di assistenza diabetologica, di tutte le componenti sanitarie a
vario titolo interessate. È opportuno ricordare, a tal proposito, la
necessità di una articolazione dell’assistenza diabetologica in più
livelli, come da tempo previsto dall’illuminata ma purtroppo spesso
disattesa o solo parzialmente applicata, legge 115/87 per la cura e la
prevenzione del diabete. Per una efficace gestione del lavoratore
diabetico non si può prescindere, infatti, da una stretta collaborazione
fra il medico del lavoro, il medico di medicina generale ed il servizio
di diabetologia di afferenza. È, infatti, al diabetologo curante che il
medico del lavoro deve rivolgersi per ottenere tutte le informazioni
necessarie per un corretto inquadramento del caso oggetto della
valutazione e per una giusta definizione del profilo dell’idoneità
lavorativa. Medico di medicina generale e servizio diabetologico
concorrono alla definizione del programma terapeutico, alla verifica
dell’adesione del paziente alla sua applicazione e alla valutazione
della sua efficacia in termini di controllo metabolico. Dal parte sua il
medico del lavoro ha il compito, in fase di avviamento al lavoro, di
fornire al diabetico informazioni circa l’eventuale influenza delle
attività lavorative e dell’ambiente di lavoro sul compenso metabolico e
sul suo stato di salute , di svolgere attività di orientamento al lavoro
e di effettuare un’efficace opera di educazione in collaborazione
con il servizio di diabetologia. Infatti, l’avviamento del diabetico ad
una qualsiasi attività lavorativa impone determinate cautele, da
adottare caso per caso e che devono tenere conto della gravità della
malattia, della concomitanza di complicanze, dell’ambiente in cui il
lavoro viene svolto, dell'impegno fisico richiesto, dell'orario e del
ritmo delle prestazioni e infine del dispendio energetico impiegato per
recarsi da casa al lavoro e viceversa.
Dai questionari è
emerso che i diabetici che svolgono un’attività lavorativa con orari
irregolari e che non usufruiscono di servizio mensa presentano un più
scarso compenso metabolico. Ciò, dunque, conferma l’importanza di
effettuare una corretta informazione, affinché il lavoratore diabetico
segua una dieta appropriata e con la massima regolarità possibile, ma
anche, dove sia realizzabile, di operare affinché siano presenti servizi
idonei a soddisfare le esigenze del diabetico; in particolare,
assicurare che i servizi mensa abbiano menù specifici per tale
patologia.
Si rileva,
inoltre, che, come è noto, anche i lavori cosiddetti “sedentari”
influenzano negativamente il controllo metabolico. Tra gli intervistati
il 78% dei soggetti con diabete tipo 2 che svolgono un’attività
lavorativa sedentaria come impiegati, professionisti, insegnanti,
commercianti etc. sono in eccesso ponderale e ciò rende più difficile il
compenso glicometabolico. Di qui la necessità di indurre il soggetto ad
espletare un’attività fisica adatta alla sua condizione ed a perseguire
con gradualità l’obiettivo della normalizzazione ponderale. Solo il
mantenimento della glicemia a valori quanto più vicini alla norma e del
peso nei limiti fisiologici mediante la dieta, e se necessario con
l’aiuto della terapia, possono ridurre il pericolo delle complicanze, in
presenza delle quali può essere compromessa la continuità dell’attività
lavorativa.
Lo scarso
controllo metabolico, riscontrato nel 46% dei soggetti intervistati, ed
evidenziato sia da valori di glicemia a digiuno > 140 mg/dl sia da
valori di HbA1c > 7,5 %, induce a consigliare per i soggetti con diabete
tipo 1 una visita specialistica, all’incirca ogni tre mesi, in
concomitanza con il controllo della percentuale di HbA1c; mentre per i
pazienti con diabete tipo 2 non complicati si può ritenere sufficiente
un controllo annuale. La presenza di complicanze impone una periodicità
più ravvicinata di controlli. Naturalmente l’atteggiamento del medico
del lavoro deve evitare una generica classificazione o suddivisione tra
portatori di diabete mellito ID e NID, ma valutare di volta in volta le
condizioni di salute di ogni singolo lavoratore.
Gli obiettivi del
trattamento (controllo glicemico) sono una glicemia a digiuno di 80-120
mg/dl; una glicemia al momento di coricarsi di 100-140 mg/dl ed una HbA1c
<7%. Infatti un buon controllo glicemico permette di realizzare una
riduzione del rischio di malattia microvascolare ed una riduzione della
progressione della retinopatia del 25% e 21 % rispettivamente (UKPDS).
Un buon controllo
glicemico è associato direttamente al miglioramento di numerose misure
della qualità di vita. Sono stati dimostrati benefici a breve termine
nell’umore, nell’attegiamento, nel senso di benessere e nell’attenzione.
La difficoltà di
aderire alla dieta, la complessità di alcuni regimi di trattamento, lo
stile di vita in ambito sociale e lavorativo la paura delle iniezioni di
insulina e dell’ipoglicemia e l’aumento di peso sono tutti fattori che
possono influenzare negativamente la capacità di aderire al trattamento.
Le ragioni
solitamente citate per la mancata assunzione includono la dimenticanza,
la frequenza delle somministrazioni e gli impegni relativi alle comuni
attività quotidiane. Può essere, poi, particolarmente difficile
nell’ambiente di lavoro ottenere un buon controllo metabolico proprio
per tutte le problematiche connesse all’attività lavorativa (orari di
servizio, turni, mense non adeguate, mansione specifica, etc..).
Inoltre, l’aderenza del paziente alla dieta ed all’esercizio fisico è
spesso subottimale.
Per raggiungere
gli obiettivi raccomandati, è richiesto un approccio combinato che
includa interventi intensivi sulla nutrizione, sull’esercizio, sul
comportamento, di laboratorio e farmacologici (antidiabetici,
antipertensivi, ipolipemizzanti). Sono necessari un aiuto attento e
consistente, la dettagliata educazione del diabetico ed un’eccellente
comunicazione nella vita quotidiana ed in quella lavorativa.
È, quindi, solo
con un approccio multidisciplinare alla problematica diabete e lavoro
che consenta una corretta organizzazione del modello assistenziale,
insieme ad un oculato impiego delle risorse disponibili, che si può
ottenere il massimo beneficio per il soggetto diabetico e ridurre il
pericolo delle complicanze croniche, in presenza delle quali può essere
compromessa la continuità dell’attività lavorativa.
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Workshop held in Düsseldorf, Germany 17 January 2002. EASD News Section
04/02 (www.easd.org).
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