|
SELVAGGINA, LA CARNE
DEI GRASSI “BUONI”

Brume,
alberi spogli, temperature in caduta libera. Il clima ideale per
risvegliare il desiderio di cacciagione. Carne dal sapore decido,
preparazione gastronomica elaborata, godimento sublime per il palato. La
selvaggina comprende animali da pelo e animali da penna o piuma. Alla
prima categoria appartengono lepre, cinghiale, daino, cervo…; alla
seconda fagiano, quaglia, pernice, allodola, anatra selvatica,
beccaccia, tordo, piccione… “sul piano nutrizionale”, afferma Sandra
Catarsi, dietista e consulente per la nutrizione a La Spezia, “la carne
di selvaggina è caratterizzata mediamente da un maggior contenuto in
proteine e in grassi rispetto alle carni bovine magre, il contenuto in
colesterolo è estremamente variabile. Buona la presenza di ferro”. “Un
aspetto interessante di queste carni”, sottolinea Luigi Oliva,
nutrizionista di Mestre, “è il generale modesto apporto di grassi e
colesterolo e il rapporto tra polinsaturi e saturi nettamente a favore
dei grassi buoni, cioè polinsaturi. Occorre però distinguere tra
cacciagione e selvaggina. La seconda, infatti, può essere allevata e
acquistata persino via internet ed essere sottoposta ad una
alimentazione che ne condiziona non solo il gusto, ma anche la presenza
di grasso. Un po’ come il pesce di allevamento che è più grasso di
quello pescato in libertà”. La cacciagione appartiene alla categoria
delle carni nere. Si presenta costituita da masse muscolari a struttura
compatta con mancanza pressoché assoluta di grasso intermuscolare. La
digeribilità (e tenerezza) è subordinata ad un adeguato tempo di
frollatura. “Agiscono alcuni microrganismi normalmente presenti
nell’intestino”, spiega Sandra Catarsi, “durante la frollatura, invadono
gli altri tessuti decomponendone le proteine strutturali con la
formazione di sostanze che, se si prolunga eccessivamente il processo,
diventano tossiche”.
ALLO
SPIEDO, IN SALMI’ O ALLA GRIGLIA: COSA SAPERE
Digeribilità
Le controindicazioni
Riguardano, per la scarsa digeribilità che comunque è in funzione della
frollatura e dell’età dell’animale, i bimbi, chi soffre di bruciori di
stomaco e digestione laboriosa, le persone anziane. Ancora, gli
uricemici e i gottosi. Per la ricchezza in tiratina (sostanza che
favorisce la liberazione di istamina), i soggetti, in modo particolare i
bambini, con reazioni pseudo-allergiche.
CONSUMO
In
genere il consumo ha carattere fortemente stagionale. Proprio per ciò
chi è goloso di queste carni rischia di eccedere. Nel soggetto sano si
consiglia una frequenza nel menu non superiore ad una volta alla
settimana, se cucinata alla griglia o allo spiedo, mentre è bene
attenersi ad una assunzione più moderata per preparazioni che impiegano
maggiori condimenti, come in umido e in salmì.
CONSERVAZIONE
La
selvaggina si conserva in frigorifero fino al momento del consumo, ben
separata dagli altri alimenti. La carne può anche essere congelata,
ricordando di riporla nei ripiani più freddi (al massimo per un paio di
mesi). I volatili di piccole dimensioni si mangiano subito. Alcuni
volatili (tordo e beccaccia) non devono essere sviscerati: il loro
apparato digerente diventa una sorta di patè dal sapore pungente.
FROLLATURA
Per
frollare un capo è necessario, per prima cosa, sviscerare l’animale;
quindi appenderlo in un luogo fresco (2° C), ventilato, asciutto e
pulito o, in mancanza di un posto adeguato, in frigorifero. Nel caso di
selvaggina da pelo, appendere per le zampe posteriori, per il collo se
si tratta di selvaggina da penna (che va avvolta in un telo sottile).
Evitare il contatto tra le diverse specie. I tempi: circa 4 giorni per
la beccaccia o il fagiano, 3 per l’anatra selvatica e il tordo, 2 per la
lepre e per la pernice e una settimana per i grossi esemplari da pelo.
COTTURA
La
grossa selvaggina da pelo ha gli stessi tagli e le relative modalità di
cottura degli animali da macello, con l’unica differenza che la carne
viene sovente marinata prima di essere cotta. Così, selle, cosce, carrè
sono indicati per la cottura arrosto, in forno e allo spiedo. Addome,
petto, spalla e collo si preparano in umido e in salmì costolette e
cotolette, in padella o sulla griglia. La selvaggina da penna si presta,
invece, alle stesse tecniche di cottura del pollame. La marinatura,
serve anche a rendere la carne più tenera.
|