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Il
24 giugno 2002 presso l’Auditorium dell’Opera della Primaziale di
Pisa il Dr D.E.R. Sutherland, Direttore del Diabetes Institute for
Immunology and Transplantation e Capo del Programma dei Trapianti
dell’University of Minnesota (Fairview Hospital) di Minneapolis,
Minnesota, USA ha tenuto una conferenza su “Beta-cells
replacement therapy for diabetes: pancreas and islet transplantation as
thecnical variations individualized according to donor and recipient
characteristic” seguita poi da una discussione con il pubblico.
l
Prof. F. Mosca, attuale Presidente della Società Italiana Trapianti
d’Organo, apriva la
sessione presentando il Dr Sutherland come il “padre” del trapianto
di pancreas e come colui che ha portato al successo questa terapia per
il diabete.
Quale
Direttore del principale programma di trapianti di pancreas nel mondo,
il più attivo e il più vivo, con più di 1500 trapianti di
rene-pancreas (SPKT), con oltre 6500 trapianti di rene, incluso quello
pediatrico con trapianti renali eseguiti su bambini che non abbiano
ancora compiuto l’anno di vita, con oltre 2500 trapianti di rene da
donatore vivente e centinaia di trapianti di isole pancreatiche eseguiti
sotto la sua direzione, il Dr. Sutherland ha dato il più alto
contributo alla trapiantologia diabetica attraverso l’Università del
Minnesota ed è univocamente considerato l’autorità di riferimento
mondiale nel campo dei trapianti per i pazienti con diabete mellito.
( http://www.diabetesinstitute.org/#)
Il
Prof. Mosca passava poi a proporre una breve “cronistoria” del
trapianto di pancreas, ricordando che il primo trapianto fu eseguito
alla metà degli anni ’60.
Ricorda
di aver conosciuto il Dr Sutherland a Cortona nel ’90.
Sottolinea
l’importanza che diabetologi, nefrologi e scienza di base lavorino
insieme, perché il trapianto non è un “affaire” dei chirurghi e
che le attività trapiantologiche rischiano di durare poco se non vi è
collaborazione della scienza di base.
Ringrazia
infine il Dr Sutherland per il supporto che ha sempre offerto al Centro
di Pisa in tutti i campi.
Prende
così la parola il Dr Dave Sutherland, riconoscendo al Centro di Pisa la
leadership dei trapianti di pancreas in Italia e in Europa, e un posto
importante nel mondo.
Ed
inizia a presentare i dati relativi all’attività trapiantologia non
solo del Minnesota, ma del mondo.
2
sono le opzioni attualmente esistenti per ripristinare la funzione
endocrina pancreatica:
-
il trapianto di organo in toto.
-
il trapianto di insule, le beta cellule, che compongono l’1- il 2% del
pancreas.
Attualmente
trapiantare l’intero organo è una procedura più facile.
Quali
devono essere gli scopi della medicina?
-
migliorare la qualità della vita ristabilendo l’insulinoindipendenza.
-
Prevenire e migliorare le complicanze secondarie del diabete.
Il
Dr. Sutherland sostiene che la sua sensazione sia che con il
miglioramento delle tecniche e delle procedure di controllo del diabete,
in realtà, la qualità della vita del diabetico sia peggiorata.
La
terapia intensiva, comportando continui controlli, ridurrebbe la qualità
di vita del diabetico, oltre a favorire le ipoglicemie e le morti da
esse causate (fino al 7% delle morti verificatesi tra i soggetti
diabetici insulinodipendenti viene attribuita all’ipoglicemia).
Ciò
che è veramente importante per il diabetico è migliorare la qualità
della vita nel quotidiano e questa è, per il Dr. Sutherland, la
giustificazione al trapianto.
Il
Dr. Sutherland passa poi ad illustrare i dati dell’IPTR (cui rimando
per una più precisa ed approfondita lettura: seguite il link da http://www.insulinfree.org/factspan.htm
) dai quali risulta che l’80% dei trapianti di pancreas sono stati
eseguiti negli USA.
Nell’80
solo il 20% dei trapianti erano funzionanti ad un anno, dopo il 1988
siamo passati al 70-80%. Questo per quel che riguarda il rigetto nel
primo anno (rigetto acuto).
Per
quel che riguarda il cd. rigetto cronico i dati del trapianto di
pancreas sono simili a quelli degli altri organi.
Il
primo trapianto di insule è stato praticato nel gennaio 1975. Nel 1999
solo il 20% dei trapianti funzionava ad un anno: ci si aspetta che nel
2003 l’80% dei trapianti sia ancora funzionante dopo un anno. Tutto
dipenderà dallo sviluppo di nuove terapie.
Passa
poi a presentare le diverse tecniche di trapianto.
I
dati attuali dimostrano che per il trapianto di solo pancreas (PTA) si
ha una sopravvivenza del 100% ad un anno, e che più si è giovani, più
facile è il rigetto.
Per
quel che riguarda i risultati, la sopravvivenza è simile sia nei
diabetici di tipo 1 che di tipo 2.
L’Università
del Minnesota ha al suo attivo 1519 trapianti di pancreas e 71 di insule.
Dal
1998 per i pazienti di PTA si inizia la somministrazione degli
immunosoppressori 6 mesi prima del trapianto in modo che non si debbano
fare “prove” di tollerabilità del prodotto dopo il trapianto.
Negli
USA i trapianti sono stati 11527.
Per
quel che riguarda il fallimento di un trapianto si considera che sia
possibile più per ragioni tecniche che per motivi immunologici: non si
prevede che l’organo rigetti.
La
maggior parte dei casi di morte avviene in seguito a malattie
cardiovascolari presenti.
Il
Dr. Sutherland passa poi a mostrare dove viene collocato l’organo (right
iliac vessel), quali siano i vari protocolli immunosoppressivi e i
risultati di sopravvivenza in base all’età.
Precisa
poi che “ il trapianto non è per tutti, ma che selezionando
accuratamente donatori e riceventi si possono ottenere risultati
eccezionali”.
Negli
USA i tempi di attesa variano da 3 mesi a 2 anni max.
Un’ipotesi
ancora poco praticata sarebbe poi quella del trapianto di segmento di
pancreas da donatore vivente (living donor PTx).
Passa
poi a mostrare gli effetti del trapianto sulle complicanze secondarie già
presenti: tutte migliorano col passare degli anni.
Propone
poi un’indagine conoscitiva svolta negli USA in cui
i
trapiantati intervistati rispondono sulla facilità di gestione:
l’8%
risponde che era più facile gestire il diabete
il
92% risponde che è più facile gestire il post-trapianto.
Una
delle indicazioni più pressanti per il trapianto di pancreas sarebbe
l’HYPOGLYCAEMIA UNAWARENESS, che negli USA colpisce il 10% dei
diabetici.
Il
Dr. Sutherland inizia poi a trattare dei trapianti di insule e
dell’esperienza del Minnesota.
Questa
è senz’altro una procedura meno invasiva, che procura meno
complicanze, ma con risultati ancora scarsi, non equiparabili al
trapianto di organo in toto.
Nel
Minnesota la trapiantata di insule più “anziana” è
insulinoindipendente da 15 anni.
Nel
mondo sono stati eseguiti 400 trapianti di insule dal 1974, 300 solo dal
1990.
Dal
1995 1/3 dei trapiantati è insulinoindipendente a un anno.
Molti
sono gli ostacoli al successo di questa procedura: la difficoltà di
isolare un numero sufficiente di insule, la risposta metabolica
adeguata.
La
tendenza è ad ottenere il numero sufficiente di insule da trapiantare
da un solo donatore.
Viene
spiegata la tecnica del trapianto e le terapie immunosoppressive.
Si
parla, naturalmente, del protocollo di Edmonton e dei risultati ottenuti
dall’Università dell’Alberta, Canada.
Il
Dr. Sutherland ritiene che si cercherà con i trapianti di ripristinare
la funzionalità delle cellule beta finchè non sarà possibile ottenere
la rigenerazione del pancreas nativo.
Indica
le sue linea guida per migliorare l’attività di trapianto e conclude
con un breve cenno ali xenotrapianti.
Il
Prof. Mosca, dopo aver ringraziato il Dr. Sutherland per la sua
relazione sottolinea l’importanza
della ricerca e della collaborazione tra diabetologi, chirurghi e
pazienti.
Il
Dr. S. Del Prato precisa poi che il trapianto non è un affaire dei
diabetici, né dei chirurghi, né dei diabetologi, ma di tutti insieme.
Dichiara
poi che offrire una qualità di vita ottimale deve essere lo scopo più
importante: dice di provenire da un’esperienza di terapia intensiva
“accanita” allo scopo di evitare le complicanze, ma di essere stato
contagiato dall’entusiasmo e dai risultati del Prof. Boggi, del Prof.
Marchetti e dalla collaborazione del Prof. Rizzo, che hanno permesso,
con il loro operato, di rispondere alle richieste dei diabetici.
Viene
poi presentato l’oposculo “ I trapianti di pancreas”, notiziario
Informativo a cura del Centro Trapianti di Pancreas e di Rene di Pisa.
300
sono stati i pazienti valutati e 77 quelli trapiantati, di cui 12 di
solo pancreas.
E’
attivo, anche se in tono minore, un programma di trapianti di insule: il
proposito è di svilupparlo.
Un
grazie e un plauso al Dr. Sutherland che ha ridisegnato l’orizzonte
dei diabetici.
A
questo punto si apre la discussione, con domande dal pubblico, formato
per la maggior parte da medici, ma anche da diabetici, trapiantati,
pazienti in lista d’attesa, studenti.
Risponde
il Dr. Sutherland.
-
D: Perché scegliere un trapianto di pancreas o di insule?
-
R: Il rischio immunosoppressivo è più o meno lo stesso. Il rischio
chirurgico è maggiore nel trapianto di organo, ma il risultato è
migliore. Attualmente la preferenza va data al trapianto di organo.
-
D: Si può pensare ad una gravidanza dopo un trapianto?
-
R: Sarebbe meglio avere un bambino prima e poi sottoporsi a trapianto:
non ci sono rischi per il bambino, c’è un’aumentata possibilità di
rigetto. La maggior parte dei bambini viene fatta nascere mediante
taglio cesareo.
-
D: Se la nefropatia iniziale regredisce dopo il trapianto di pancreas
non sarebbe bene procedere al PTA?
-
R: Questa sarebbe la logica, attualmente ancora non si è in grado di
stabilire chi svilupperà complicanze neuropatiche; ci sono studi in
merito per poter “predirre” tale predisposizione.
Precisa
poi che il trapianto non fa regredire le malattie cardiovascolari già
presenti e che ogni episodio di rigetto è più grave del precedente.
-
D: Il trapianto di parte del pancreas è da prendere in considerazione
per via delle liste d’attesa o per motivi immunologici?
-
R: Per entrambe le ragioni.
Il
Prof. Boggi domanda (provocatoriamente) cosa bisognerebbe rispondere ad
un diabetico che, nonostante conosca i rischi dell’immunosoppressione,
chieda il trapianto?
Sutherland
risponde che tali rischi non superano l’1-2%, mentre il rischio di
sviluppare complicanze è molto maggiore.
E’
un caso di consenso informato.
Pensiamo
ai soggetti in dialisi: perché i nefrologi consiglierebbero il
trapianto di rene se ci fosse un rischio di tumore così alto?
Le
argomentazioni sono le stesse.
E’
bene che i diabetologi comincino a considerare il trapianto di pancreas
alla stregua di come i nefrologi considerano il trapianto di rene.
Conclude
allora il Prof. Mosca sostenendo che è importante suggerire ai pazienti
l’opzione del trapianto per permettere loro un salto di qualità della
vita.
Bisogna
vincere le resistenze, sconfiggere l’ignoranza che consiglia male i
diabetologi. Non è lecito pensare che debbano essere i diabetici a
chiedere ciò che i diabetologi dovrebbero offrire. E’ un problema di
ignoranza dei diabetologi.
Questa
è solo una delle opzioni possibili, ma potrebbe essere nulla in pochi
anni se non si lavora tutti insieme. Il Prof. Mosca si dichiara convinto
che saranno necessarie molte risorse e che la Sanità Pubblica potrebbe
non offrire abbastanza.
Ecco
perché a Pisa hanno puntato molto sulla fondazione ARPA (www.arpafund.org),
che l’anno prossimo finanzierà 5 dottorati aggiuntivi, di cui 3
legati alla trapiantologia.
Dobbiamo
investire in formazione, perché questo non è un affaire di chirurghi.
Il
Prof. Mosca conclude con queste parole:
“Senza
un’adeguata formazione vedremo sempre da lontano quello che ci ha
mostrato oggi il Prof. Sutherland”.
Traduzione
a Cura di Daniela D'Onofrio
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