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L’educazione terapeutica del paziente
diabetico

Secondo la definizione dell'Organizzazione
Mondiale della Sanità "..l’educazione terapeutica consiste
nell’aiutare il paziente e la sua famiglia a comprendere la malattia ed
il trattamento, a collaborare alle cure, a farsi carico del proprio
stato di salute ed a conservare e migliorare la propria qualità di
vita".
Ciò implica un vero e
proprio trasferimento pianificato ed organizzato di competenze
terapeutiche dai curanti ai pazienti, grazie al quale la dipendenza
lascia progressivamente il posto alla responsabilizzazione ed alla
collaborazione attiva. Un compito così delicato rende, però, necessario
da parte dei medici il possesso di specifiche competenze pedagogiche,
acquisite per mezzo di un’apposita formazione interdisciplinare
L'idea
che il paziente debba essere adeguatamente istruito e motivato, in una
parola "educato", è nata negli anni '20, con l'inizio dell'era
insulinica; si è diffusa molto lentamente per alcuni decenni e si è
sviluppata pienamente a partire dagli anni '70. Già nel 1929-30 Eliot
P.Joslin fondava a Boston la prima Diabetes Teaching Clinic (poi Joslin
Clinic) e nel 1934 Robert D.Lawrence fondava la British Diabetic
Association. Un numero sempre maggiore di diabetologi ha capito che la
malattia cronica richiede un approccio nuovo, un’alleanza tra il medico
e chi deve gestire la malattia ogni giorno. In questa alleanza i
vissuti, la motivazione e le difficoltà contano quanto i dati del
laboratorio di analisi .
Jean
Philippe Assal, fondatore della Divisione di Educazione terapeutica per
i pazienti dell’Ospedale universitario cantonale di Ginevra, è stato il
primo a dire a voce alta tutto questo, a esprimere il suo disagio nei
confronti del vecchio modo di tenere la relazione fra medico e paziente
e a idearne uno diverso in un processo di continua condivisione con
diabetologi e infermieri. Questo metodo innovativo si chiama ‘Educazione
terapeutica’.
L'educazione del paziente ha fatto la sua comparsa nel nostro paese
all'inizio degli anni sessanta grazie all'opera pionieristica di alcuni
diabetologi.
La
legge nazionale n. 115 del marzo 1987, successivamente integrata
dal patto stato-regioni , include ufficialmente l'educazione del
paziente nell’assistenza ai pazienti con diabete di tipo 1 e tipo2
L'educazione, svolta sia a livello individuale che collettivo, viene
impartita ai pazienti secondo modalità diverse che includono il
day-hospital educativo, i campi estivi per bambini, ecc
La
terapia di un paziente cronico richiede una serie di comportamenti che
incide su tutti gli aspetti della vita di una persona: lavoro, amici,
tempo libero, abitudini alimentari e di vita. Al paziente cronico il
medico proibisce mille attività, ne impone cento altre. Chiede di
prendere a orari definiti molti farmaci al giorno e diversi atti fra
misurazioni e iniezioni. E questo ogni giorno per tutta la vita. E’ oggi
scontato che l'informazione - educazione del diabetico sia parte
integrante del trattamento diabetologico.
Per
affrontare al meglio la malattia, il paziente deve avvantaggiarsi di
specifici interventi educativi. A differenza dell'informazione, passiva
ed incentrata su chi la fornisce, l'educazione è un processo interattivo
incentrato su colui che apprende. L’informazione fa parte del dialogo
tra medico e malato ed è costituita da consigli, raccomandazioni e
istruzioni. L’educazione è, invece, una pratica più complessa che
implica una diagnosi educativa, la scelta di obiettivi d'apprendimento e
l’applicazione di tecniche d'insegnamento e di valutazione pertinenti al
fine di consentire al paziente di:conoscere la propria malattia (sapere
= conoscenza), gestire la terapia in modo competente (saper fare =
autogestione), prevenire le complicanze evitabili (saper essere =
comportamenti).
Gli obiettivi sempre più
ambiziosi della terapia del diabete perseguiti da un corretto stile di
vita, da un moderno terapia farmacologica, non sono ottenibili se non
sono inseriti in un percorso educativo che coinvolga il paziente
diabetico e il diabetologo. Il paziente, deve essere consapevole del
significato degli obiettivi terapeutici da raggiungere e deve essere
motivato ad accettare un trattamento a lungo termine, ad autogestire la
propria cura e ad assumersi la responsabilità del proprio stato di
salute.
L’educazione terapeutica
deve permettere al paziente diabetico di acquisire e mantenere le
capacità che gli consentano di realizzare una gestione ottimale della
propria vita anche in presenza della malattia diabetica
L’intervento educativo deve
avvenire in un ambiente che sia in sintonia con l’educazione
terapeutica, la contenga e la faciliti. In tale situazione ha senso
perciò parlare di “ambiente educativo” che deve essere creato e
verificato all’interno di un Centro di Diabetologia. Non è ipotizzabile
che l’attività educativa sia quella confinata nei vari gruppi educativi
(per bambini, gravide, insulinodipendenti, obesi e piedi) o con il
singolo nel momento acuto dell’esordio della malattia, e non sia invece
un’esigenza che entra di diritto e permea il modello assistenziale del
paziente diabetico e che quindi è sottesa all’organizzazione del
Servizio, all’allocazione delle risorse, alla distribuzione dei tempi
assistenziali, al quotidiano rapporto operatore-paziente.
Stilare un programma
educativo senza predisporre una valutazione di tutte le sue tappe, ha
molte probabilità di fallimento. Stabiliti gli obiettivi generali,
possiamo definire cosa vogliamo valutare(i discenti, i programmi, i
docenti) e in funzione di che cosa. Quest’ultimo rappresenta il punto
centrale dei processi di valutazione che deve essere attuata in funzione
degli obiettivi educativi. Risulta evidente pertanto che la definizione
di questi “obiettivi educativi”
rappresenta una tappa
essenziale di un processo di valutazione.
Nel percorso educativo non
sono da trascurare gli aspetti psicologici che si accompagnano al
diabete mellito tipo 1 e tipo 2. I risvolti psicologici del problema
sono molteplici e diversi a seconda delle età (per esempio, una
attenzione particolare va prestata al bambino, specialmente
nell'ambiente scolastico) e dei rapporti fra le persone (per esempio,
una diagnosi di diabete può rischiare di alterare gli equilibri della
coppia). La questione psicologica si deve dunque allargare anche ai
soggetti che diabetici non sono, perché dalla loro comprensione della
realtà, senza preconcetti, non può che venire un grande beneficio al
diabetico. Discrete modificazioni nell’accettazione della malattia
possono essere ottenute anche mediante interventi di tipo pedagogico,
Concluderei con una frase di
Hassal : Il medico deve convincersi che una prescrizione non
condivisa dal paziente non serve a nulla, che il suo lavoro è compiuto
solo quando il paziente ha accettato quello che lui gli sta dicendo.
Il paziente
provi a dire il 'non detto'. Così com è, la terapia è impossibile da
seguire, si scontra con la vita lavorativa o familiare? Parliamone. Il
medico dopotutto non è una controparte: alla mancanza di controllo
preferirà una terapia meno efficace o sicura ma seguita.
Paola Maida , specialista in
Endocrinologia
Istituto per lo Studio e la Cura del
Diabete
Casagiove (CE)
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